Avete fatto caso come gran parte della nostra vita sociale sia regolata dai call center? Non c’è servizio che non sia filtrato da una voce sintetica, monocorde e falsamente rassicurante. Unica variante la musichetta di sottofondo.
Dopo un tempo estenuante di attesa e dopo essere stati costretti a prendere appunti per azzeccare l’opzione giusta, se si è nati con l’ascendente giusto, si riesce a parlare con un operatore in carne e ossa (e corde vocali). E qui si sfiora l’esaurimento nervoso.
Il principio di anonimato – anche se dall’altro lato del filo vi vengono forniti talvolta nomi di battesimo o codici identificativi a sette cifre – è la tomba di ogni speranza. Mi sono imbattuto in operatori che mi rimproveravano perché richiamavo nel giro di due ore: “E perché richiama? Deve seguire le istruzioni che le abbiamo dato la prima volta”, “L’ho fatto, ma non funziona”, “Non è possibile, chissà che ha combinato”, “Ma le dico…”, “Non dica, faccia!”, “Faccio!”, “Ha fatto male allora”.
Oppure ci sono quelli che quando si trovano alle strette (cioè quando sono costretti a dare risposte univoche) fanno cadere la linea.
O ancora trovi quelli esauriti in vena di confidenze: “Sapesse quante persone mi hanno chiamato oggi col suo stesso problema”, “E… lei che ha detto. Lo dica anche a me così risolvo tutto”, “Ho detto quello che le sto dicendo: che siete in molti con questo problema!”.
La casistica è infinita, come la lista dei numeri verdi.
Se ci fosse un partito per l’abolizione dei call center mi ci iscriverei col solo obiettivo di diventarne segretario nazionale.

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