Nelle mani di un pilota arrapato

In questo periodo mi capita spesso di prendere l’aereo. Appena sono a bordo, il primo pensiero (ossessivo compulsivo, come sindrome mi impone) è rivolto ai piloti. Hanno riposato stanotte? A casa tutti bene? Pranzo e cena regolari? Sono abbastanza svegli? E via delirando.
Alle medie avevo un compagno di classe simpatico e pacioccone. Un tipo goffo che però, appena saliva in sella a un vespino, era capace di inventare le acrobazie più incredibili. Lo rividi ai primi degli anni Ottanta. L’occasione fu un reportage sui giovani che sceglievano un mestiere tra le nuvole. Lui era lì, in un piccolo aeroporto “tecnico”, a macinare brevetti su brevetti. Mi invitò a fare un giro su una di quelle trappole a elica che credo rientrino nella categoria degli aeroplani bimotori (non vorrei scrivere una corbelleria). Insomma un velivolo in cui io magro come un grissino torinese e lui sempre più pacioccone entravamo a stento.
Fu un’esperienza lisergica. Una serie di flash dove la terra stava al posto del cielo, il mare girava tutt’intorno, le montagne sparivano e riapparivano dietro la carlinga, il cuore batteva nelle caviglie e i capelli (allora lunghi e soprattutto presenti) penzolavano verso il tetto della cabina.
Non ho più rivisto quell’ex compagno di scuola, ma so che adesso lavora per un’importante compagnia aerea.
Ogni volta che salgo su un aereo sbircio in cabina di pilotaggio per vedere se c’è lui, pronto ad abbracciarlo, cazzeggiare quanto basta e chiedergli se ha riposato, se a casa stanno tutti bene, se ha pranzato e cenato regolarmente, se ha sonno…
Oggi ho visto questo filmato messo online dal Sun e ho rimpianto l’esperienza lisergica di cui sopra. Almeno il mio amico non staccava le mani dai comandi e soprattutto non pretendeva di girare filmetti spinti mentre cabrava verso un mare travestito da cielo.

  

Leave a Reply