Il maestro americano

di Giacomo Cacciatore

Ho sempre pensato che scrivere sia un atto di libertà. Un’impellenza che, miracolosamente, coinvolge la sfera dell’intimo e ha ripercussioni su quella del sociale; una pratica adulta che mette in moto l’istinto bambino e il pensiero maturo, che chiama a raccolta le stratificazioni dell’esperienza eppure cede alle lusinghe dell’ignoto, mescolando azzardo e controllo, incoscienza e presa di coscienza. Antinomie che convergono e cooperano nel medesimo atto: la creazione di una storia. Attribuisco quindi all’azione di scrivere la levità del gioco tra fanciulli: senza pretese e tuttavia denso di significati, spesso incurante di scelte preconcette o di regole che non siano quelle interne al gioco stesso, necessarie alla condivisione con quanti più vogliono parteciparvi. Non sono del tutto in buona fede, dicendo questo, lo ammetto. A oggi, mi reputo un discreto ignorante, orfano della lettura di numerosissimi classici in una scuola che ha fatto del proprio meglio per sottrarmi allo studio appassionato della storia, della filosofia, della poesia. Quello che so, spesso l’ho catturato per caso, con lo stesso spirito del gioco: da onnivoro, in strada, nelle sale cinematografiche, dal solco di un disco, da un fraseggio di musica, sui giornali e sui saggi, pescando qua e là, aprendo la Divina Commedia o l’Iliade con gli occhi chiusi e il dito puntato a casaccio, gustando una strofa, una suggestione, sempre con il tremore del contadino che si affida ai segni, ai solchi, al volo delle rondini. Non sto facendo dell’ignoranza un alibi e del disimpegno una bandiera, ma solo una difesa a braccia aperte. Scrivo con quello che ho e, se la giornata gira, quello che ho mi basta a movimentare il gioco. Ho cominciato a pubblicare nel 1994, ed ero più povero e meno cauto di oggi. Avevo finito l’università, e cercavo di esorcizzare un fantasma. Anzi tre. Primo: volevo diventare uno scrittore vero. Secondo: nei dintorni non vedevo il luogo adatto e canonico per l’impresa, ovvero mitici caffè, circoli letterari, un Baudelaire affamato di novità che decidesse di darmi la sospirata patente di “Scrittorevero”. Terzo: speravo di scrivere qui. Qui, in Sicilia. La terra di Pirandello, Lampedusa, Sciascia. Tremavo.
Mi venne in aiuto un americano. Un personaggio che si era più o meno ritrovato ad affrontare fantasmi simili ai miei e forse di tanti altri miei coetanei. L’americano, da ex studente e anonimo insegnante, voleva diventare uno scrittore vero (cioè pubblicato). Ma nei dintorni non vedeva altro che bar, fattorie e scuole metodiste e, peggio ancora, pretendeva di scrivere lì. Lì, in America. La terra di Poe, Faulkner, Hemingway. Lo scenario era: paralisi o tracotanza, insomma. Lo scrittore americano aveva scelto la tracotanza. Scrivere era molto più facile che convincersi se davvero ne valesse la pena, se fosse “lecito” provarci. Era una questione di coraggio, di incoscienza e di motivazione. Era un gioco libero e serio, che non doveva rendere conto a padri fondatori. Questo a qualsiasi latitudine della terra.
Lo scrittore di cui parlo si chiama Stephen King e, al di là di quello che si possa pensare dei suoi libri, della sua “americanitudine” e dei suoi milioni, mi tese una mano invisibile ma concreta. Mi mise in mano le chiavi del regno e i trucchi di un gioco universale. La battuta giusta davanti alle porte chiuse e ai sofisti. Mi svezzò nella lettura di altri autori, più complessi, più vicini all’Europa e persino alla Sicilia. Mi diede un esempio che non è mai arrivato da qui, dalla mia città.
Eppure non ho fatto altro che scrivere di lei, da allora, grazie alla spinta di un maestro lontano, che non conoscerò mai.

  

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