Il conto dei Savoia

Tre frasi di Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria di Savoia (se avesse tanti neuroni quanto i nomi che porta risulterebbe un genio a casa sua).
Nel 1994, quando gli fu chiesto se fosse disposto a giurare fedeltà alla Costituzione repubblicana per tornare in Italia, lui rispose: “No. Non voglio rispondere a questa domanda. È una cazzata!”.
Nel 1997 rifiutò di scusarsi per la firma di un Savoia alle leggi razziali, precisando: “Non mi scuso perché non ero neanche nato. E poi, non sono così terribili (le leggi razziali, ndr)”.
Nel 2006, appena scarcerato, durante una telefonata a un conoscente disse: “Questi giudici sono dei poveretti, degli invidiosi, degli stronzi. Pensa a quei coglioni che ci stanno ascoltando: sono dei morti di fame, non hanno un soldo. Devono stare tutto il giorno ad ascoltare, mentre probabilmente la moglie gli fa le corna”.
Ora Vittorio Emanuele di Savoia, pensionato P2, e suo figlio Emanuele Filiberto, killer grammaticale e sospettato col genitore di attentato alla pubblica intelligenza, chiedono 170 milioni di euro allo Stato italiano per danni morali dovuti alla violazione dei diritti fondamentali dell’uomo stabiliti dalla Convenzione Europea per i 54 anni di esilio.
Segue il messaggio che mi ha spedito ieri la mia amica Mela insieme con la segnalazione di questa notizia: “Accanisciti, ti prego! Sbranali a parole, masticali e, se sono indigesti, vomitali pure! E rutta!”.

Burp!

  

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