Stadi chiusi per decenni

La domenica appena trascorsa impone una riflessione franca e senza peli sulla lingua. Un giovane tifoso è stato ucciso nei pressi di un autogrill per un tremendo errore da un agente di polizia stradale: per una folle concatenazione di eventi la violenza è poi esplosa a Bergamo e Milano e soprattutto a Roma, dove fanatici si sono scagliati contro stazioni di polizia e la sede del Coni. Altro mi sfugge – l’aggressione ad alcuni giornalisti, le violenze in alcuni campi minori – ma la sostanza è indigeribile, come il fanatismo senza un dio, la mente senza ragione.
Siamo un Paese in emergenza, un coagulo di micce innescate che aspettano solo un fuoco (magari fatuo) per sfogarsi nella detonazione. Qualcuno dovrà pure dirlo, alla faccia delle dichiarazioni di facciata: la morte del povero Gabriele Sandri non c’entra nulla con gli stadi. Era uno che andava a una partita, certo, ma a quale titolo le “tifoserie” (virgolette d’obbligo) hanno deciso di riscattarne la memoria? Se io vengo ammazzato da un agente per errore mentre vado al supermercato, ciò legittima il saccheggio di tutti i supermercati italiani? E soprattutto si è mai vista una mobilitazione di massa contro gli assassini organizzati, contro le bande, le cosche, le consorterie mafiose dei nostri quartieri? E’ mai stata organizzata una spedizione punitiva di ultras, o altri presunti imbecilli, a danno di criminali conclamati come certo non sono le nostre forze dell’ordine?
La risposta cumulativa è: no.
Perchè siamo in un ambito criminale e idiota (il peggiore!) come quello di certo tifo organizzato, che crede di legittimare ogni azione con la prevaricazione vigliacca del numero. Siamo in tanti quindi imponiamo la nostra legge. Siamo in tanti e ce ne fottiamo. Siamo in tanti e rompiamo il culo a tutti. Così funziona in Italia.
Davanti a uno scenario così triste e pericoloso si impongono scelte drastiche. La stessa intransigenza che lo Stato sbandiera nel perseguire il colpevole della morte del giovane tifoso va usata per disinnescare le micce di violenza becera che si aggirano nei pressi dei nostri stadi. Il calcio è un fenomeno accessorio nella vita di una nazione – lo dice uno che lo apprezza – quindi se ne può fare a meno, se le circostanze lo impongono. Ci vogliono stadi chiusi per decenni, squadre retrocesse in serie Z, tifosi in manette, per costruire uno scenario di gioco in cui ancora ci si può divertire. Perché è di un gioco che stiamo parlando, lo vogliamo capire?

  

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