Lo sfogo di una editor

Affrontiamo una questione seria, la questione linguistica. Non bisogna avere una laurea per parlare e scrivere in modo corretto. Esprimersi in un italiano accettabile è segno di civiltà, di amor proprio, di buona creanza. Le coloriture dialettali, le licenze e le invenzioni sono belle e divertenti se spontanee o se ben orchestrate. Mi sembra utile pubblicare lo sfogo di una illustre editor.

Caro Gery,
ti sottopongo una questione per proporti, se e quando ti andrà, di affrontarla nel tuo blog. Dato che, come sai, lavoro per una casa editrice e mi occupo (almeno nelle intenzioni) di buona scrittura, non posso più sopportare di sentire utilizzare sempre più spesso l’avverbio “dove” – che, come tutti dovremmo sapere, significa “in quale luogo” – a sproposito in qualsiasi tipo di frase. Accade in tv, ma anche in giro. Qualche esempio: “Quello è un uomo dove ci si può fidare”; “giugno è stato un mese dove mi sono divertito molto”; “le tre del pomeriggio è un orario dove sono abbastanza libero”; “il pomodoro è un ortaggio dove lo puoi cucinare come vuoi”. E via bestemmiando. Non uso a caso il verbo bestemmiare. Certe costruzioni ardite (giusto per non dire bestiali) mi sembrano proprio un insulto alla lingua italiana, orale e scritta (sì, perché c’è anche chi queste cose le scrive). Non mi risulta che un uomo, il mese di giugno, le tre del pomeriggio o il pomodoro siano dei luoghi. Quel “dove”, allora, che ci sta a fare? Immagino che il disastro sia partito dalla tv, visto che proprio negli studi televisivi questo benedetto “dove” si usa nella maniera più funambolica e scorretta. Di certo so soltanto che – facci caso – ha cancellato ogni “che”, “in cui”, “nel quale”, “con la quale”, e via dicendo. La lingua, si sa, cambia e, cambiando, a volte cresce, si adegua alla realtà, talvolta diventa più funzionale. Ma se è questa del “dove” a tutto spiano la presunta evoluzione più recente, io voglio senz’altro combatterla.

Raffaella Catalano
  

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