Quelli che vanno a votare

Alle primarie per il Partito democratico una fila di oltre tre milioni di persone. Il risultato è eccezionale, se si tiene conto che la catapulta che ha scaraventato ogni singolo individuo fuori di casa nella santa domenica è puramente politica. Perché, non dimentichiamolo, questa era una consultazione puramente politica. Non c’era il parente da mandare ad amministrare, o il consigliori da promuovere, e nemmeno l’amico degli amici da ringraziare o da ingraziarsi. Qui c’era un meccanismo, anche desueto se vogliamo, per scegliere, designare. Fuori dalla convenienza di quartiere o di cosca.
Nessun trionfalismo però.
Un Paese che assiste al mobilitarsi di tante persone per scegliere un leader di partito deve prendere atto di qualcosa (che mi sorprende): la voglia di partecipare. La politica distante, quella che per luogo comune si chiama “del Palazzo”, non può ignorare la sete di cose fatte che l’elettorato manifesta. Siamo una nazione abituata a guardare con distacco le promesse dei nostri stessi rappresentanti. Abbiamo un sistema elettorale che fa del paradosso un’antipatica regola, consentendo al vincitore il brivido della sconfitta. I programmi politici esistono solo se si chiamano “contratti” e se vengono siglati in diretta televisiva. Non ci indigniamo più di tanto se una coalizione per la quale abbiamo votato si spacca e decide di prendere una direzione zigzagante, che porta lontano da dove si era stabilito. Assistiamo a una frammentazione di sigle (e di contributi economici) insopportabile, con partiti che diventano ago della bilancia pur essendo composti dai parenti intimi di Pappagone.
Tutte quelle persone che si sono messe in coda per eleggere gli organi di una coalizione (sembra ancora) virtuale meritano rispetto e impegno, di maggioranza e opposizione. Perché sono gli ultimi esemplari di una razza che si sta estinguendo: quella che ancora va a votare.

  

Leave a Reply