Il cibo in movimento

Vi siete mai chiesti quanti litri di carburante ci vogliono per spostare sei litri di succo d’arancia dal Sudamerica a casa vostra? O quanti chilometri ha percorso, da morto e stecchito, il tacchino che avete appena infilato in forno? O quando è stato staccato dalla pianta il kiwi che state sbucciando?
Domande inutili, diranno alcuni. Domande obbligatorie, dicono altri. Ad esempio quelli del Food Miles, un movimento anglosassone che sta prendendo piede anche in Italia, il cui obiettivo è ridurre gli spostamenti del cibo per evitare inquinamento ambientale e deterioramento del prodotto alimentare. Se un’idea è semplice rischia sempre di essere sottovalutata. In questo caso, la saggia massaia di provincia si fa una risata: da sempre lei fa la spesa dall’ortolano che ha il terreno coltivato proprio fuori dal paese; mette in tavola solo alimenti di stagione; storce il naso davanti alla “roba in scatola”. Le nostre città invece sono invase da uva imbalsamata, arance sempiterne, zombie di angus, prugne rinsecchite della California, e via elencando.
Il concetto base su cui riflettere è il seguente: più il cibo si sposta, più inquina. Perché il pollo non va dal Trentino a Bagheria con le sue zampette. Se vogliamo c’è un altro concetto ancora più semplice, al limite dell’imbarazzante: il cibo che resta per settimane su un camion invecchia e diventa brutto. Mi piacerebbe che un tg qualunque dedicasse un millesimo dello spazio riservato a questioni di fondamentale importanza come – chessò – l’autunno caldo del Partito Democratico, al Food Miles e ai suoi sani principi. Non tutti andiamo a votare, però tutti andiamo a tavola.
Ps. La risposta alla prima domanda è: un litro di gasolio.

  

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