Garlasco e la giustizia astemia

Gli ultimi sviluppi del giallo di Garlasco dovrebbero insegnarci, o ricordarci, alcune cose.
Primo. L’arresto preventivo non è un gol, ma un provvedimento doloroso, spesso giustificato anche se non sempre condivisibile. E’ un atto regolamentato, previsto dalla legge e contemplato da strategie investigative.
Secondo. Nel sistema italiano occorrono meno prove per ottenere una custodia cautelare che per ottenere una condanna. E ciò, nonostante l’apparente paradosso, è un bene. La custodia cautelare è solo una tappa di un’indagine, la sentenza è un punto di arrivo.
Terzo. Non c’è nulla di scandaloso se in un’inchiesta cosi delicata come quella su un omicidio una persona finisce sotto la spasmodica attenzione degli investigatori. E’ un’esperienza terribile per l’indagato, se è innocente, ma l’obiettivo degli inquirenti deve essere quello di arrivare alla soluzione il più presto possibile. E’ plausibile che il magistrato ritenga opportuno, in presenza di indizi gravi, effettuare un pressing psicologico sul sospettato.
Quarto. Gli indizi non sono prove.
Quinto. Se un giudice non convalida un fermo o boccia un arresto non vuol dire che l’indagato è stato assolto, così come il fatto che sia stato arrestato non deve voler dire che è colpevole. La colpevolezza preventiva è una piaga sociale e giornalistica. L’assoluzione preventiva avvelena i sani principi del garantismo.
Sesto. Nello specifico, Alberto Stasi è il colpevole/innocente ideale perché è personaggio. Muto e freddo, può essere etichettato, a seconda dell’umore degli opinionisti e della quantità di birra servita al Bar dello Sport, come spietato o come prudente. Ma la Giustizia non risente degli umori ed è astemia.

  

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