Il governo del popolo

Grillo che fa politica mi diverte come Prodi che fa il comico, cioè pochissimo. Ma è un mio difetto: sono sempre stato per una precisa separazione di ruoli, carriere, ambiti. Mi piacerebbe vivere in un mondo di specializzati, dove ognuno ha una competenza (tecnica, umana, spirituale) e dove per trasmigrare da un campo all’altro ci vogliono, esami, riflessioni, giudizi qualificati e prove, prove, prove.
Esempio. Se un professionista vuole tentare la carriera politica, deve presentare un programma che non sia un temino delle scuole elementari, ma una bibbia delle sue azioni presenti, future e passate. Vuole abbassare le tasse? Dimostri di averle pagate sempre e correttamente. Vuole rilanciare il mercato immobiliare? Paghi il suo affitto (o il suo mutuo, o entrambi) come gli altri umani, senza privilegi di casta. Vuole lanciarsi in una campagna di legalità a tolleranza zero? Presenti tutte le ricevute delle multe pagate da quando ha preso la patente.
A parte la fondatezza di molte critiche mosse da Beppe Grillo al sistema politico italiano, trovo la sua iniziativa delle liste civiche zoppa dalla nascita. Un governo del popolo, inteso come massa che diventa ora deputato, ora ministro, ora sottosegretario, è un autobus con cento autisti e nessun passeggero. Un governo in nome del popolo è altra cosa: è la politica più seria ed efficace che guida il Paese (i passeggeri) e che sceglie con autonomia dove fermarsi e dove accelerare.
Per guadagnare fiducia, un governo – nel segno della specializzazione delle teste che lo compongono – deve fare scelte impopolari.
E il popolo che fa scelte impopolari non è solo un bisticcio linguistico, è un’utopia che va dritta al caos.

  

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