La strana storia del signor Rubin

Il gigante discografico Columbia Records ha assoldato come co-presidente un quarantaquattrenne, produttore di gruppi rock, capellone, appassionato di yoga, che va in giro senza scarpe e che ha fatto scrivere sul contratto che non andrà mai in ufficio nella sede di New York. Rick Rubin vive in California, è appassionato di magia, legge testi orientali, probabilmente si spara qualche canna e ha accettato un compito pazzesco: salvare le case discografiche dai colpi inferti dal popolo dell’Mp3 che non compra più cd e che scarica files sull’iPod. I giornali puntano tutto sull’effetto: l’anti-manager ce la farà? Il neo-hippy può essere un bluff? Come lavora uno che non va in ufficio per contratto? Come la prenderanno colleghi e sottoposti?
Ciò che non si dice (scrive) è, come spesso accade, la frase più elementare: questo Rubin deve essere veramente bravo.
Se i signori della casa madre Sony, che notoriamente non sono né scemi né votati al harakiri, lo hanno scelto devono aver guardato oltre le sue apparenze pulciose. In un mondo in cui l’attento osservatore dei costumi è ormai solo un maniaco da spiaggia, nuove strade vanno tentate. Lo stile corporate, il fare e pensare trendy, l’abbigliamento griffato, il volto piallato dai chirurghi non sono necessariamente garanzie di buona amministrazione: qualcuno comincia ad accorgersene. Come dire? Proviamo con i cannaroli, i cocainomani hanno fallito.

  

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