Sei minuti

Nel giallo di Garlasco – una piccola Twin Peaks pavese – il colpo di scena quotidiano è oggi dedicato a un buco di sei minuti, il tempo impiegato dal fidanzato della vittima a entrare e ad uscire dal luogo del delitto. Mi sono perso qualcosa in questa storia cucinata e spalmata sui giornali e sui siti web. Anzi, ho voluto perdermi qualcosa quando ho capito che la tragedia di una ragazza massacrata finiva per essere un elemento di colore nei resoconti morbosi di invidie malcelate, chiacchiericci paesani, pulsioni post adolescenziali e voglie di protagonismo televisivo. Ho seguito soltanto le cronache di Piero Colaprico, che su Repubblica si è ostinato tenere un diario puntuale sugli sviluppi delle indagini. Il resto mi è sembrato quasi tutto immondizia.
Tralascio l’irruzione di Fabrizio Corona e la saga delle due cuginette, diventate oggetto di un tormentone fotografico, e dedico poche righe a questi cruciali sei minuti. Gli investigatori vogliono sapere cosa ha fatto veramente il fidanzato di Chiara in quest’arco di tempo, a parte chiamare la vittima, attendere una risposta che non arriva, scavalcare il cancello della villetta, entrare, scendere una rampa di scale, scoprire il cadavere, spaventarsi quanto basta, uscire e avvertire il 118. Sei minuti sono molti per chi indaga, pochissimi per chi si trova in un dramma. Non voglio esagerare, ma mi sembra irreale costruire un castello accusatorio su un tempo così neutro. Sei minuti basterebbero per uccidere a forza di muscoli (la ragazza è stata assassinata con dei colpi di un oggetto molto pesante), nascondere l’arma del delitto e presentarsi pulito ai soccorritori? Credo di no.

  

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