Chi siamo e quanti siamo

La memoria vive da sé o necessita di simboli che la tengano viva? Il dibattito è aperto dall’alba dei tempi e si riapre a ogni commemorazione, convegno o fiaccolata per celebrare chi non c’è più.
Se fossimo un popolo dai solidi ricordi, riterrei i simboli ininfluenti. Siccome non lo siamo, penso che ogni pietra posta a identificare il luogo in cui un cammino – umano, ideologico, religioso, civile – è stato interrotto debba essere consona al ruolo che svolge. Una pietra non qualunque, insomma.
Si tratta, ovviamente, di una posizione personale.
L’idea di distaccarci dalla critica dei simboli perché c’è qualcosa di più importante a cui pensare mi rimanda più a un qualunquismo da sollevatori di cocktail a scrocco (fatte salve la buona fede e la correttezza di Roberto Puglisi) che a una reale sacralità del ricordo.
Dalle nostre parti, la violenza è matrigna dell’oblio, non riempie solo tombe svuotando vite, ma genera buchi di memoria comodi e, per molti, strategici.
I simboli sono necessari per tenere d’occhio il tempo che passa. E per contarci, cioé per vedere chi siamo e quanti siamo, ogni tanto.

  

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