Il Gay Pride è contro i gay

Il Gay Pride è un evento utile? Conviene cioè a qualcuno? Sostenta un causa? Se l’intento degli organizzatori è quello di portare alla luce un fenomeno da analizzare, certamente sì. Se invece si tratta di una mera provocazione, travestita (è il caso di dire) da voglia di stupire, certamente no.
L’importante questione dei diritti degli omosessuali vive, in questi ultimi anni, di ampie ribalte. Il dibattito politico è fitto, gli spunti di cronaca non mancano.
C’è, in un’ampia fascia di moderati, la sensazione che questo genere di manifestazioni siano tristemente desuete. Un po’ come pretendere di rifare oggi i festival del pop coi nudisti, le canne e altro al vento. Per fortuna i tempi cambiano e ci si adegua anche con le proteste. Il che non significa fare incetta di sedativi: Pannella faceva lo sciopero della fame, poi si è cimentato anche in quello della sete; probabilmente dovrà inventarsi presto qualcos’altro, penso a uno sciopero dei bisogni fisiologici.
Il Gay Pride è vecchio, stantio. E si è trasformato in un triste rito, quello che cerca di lavare vecchie frustrazioni con l’acqua che non bagna. C’è una riflessione in atto, nel Paese, sulle coppie di fatto e su diritti stratosferici come quelli della genitorialità. Perché intorbidire le acque con le sfilate di bancari sadomaso, di segretarie dalla lingua prensile, di uomini travestiti da brutte donne e di donne che sembrano brutti ceffi? Amici gay, rifletteteci, queste manifestazioni fanno di voi caricature, pupazzi su carri allegorici di cui sghignazzare. Gli omosessuali che conosco, e di cui mi fido, non vivono per un giorno da checche liberate. Vivono, più semplicemente, per una vita in cui non li si guardi come diversi. Il Gay Pride rende ridicoli e irraggiungibili.
  

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