La bomba gay

Becco negli archivi del Tgcom una notizia riempipista, come alcuni brani da discoteca. Una notizia, cioè, di immensa popolarità e di peso specifico prossimo allo zero. La dico d’un fiato tra una risata e l’altra: neglianniNovantailPentagonostudiòunabombagay. Non è una novità, se ne parlo già qualche anno addietro. Però adesso c’è la conferma del governo Usa.
C’era un progetto per far diventare omosessuali i nemici in guerra, il tutto con una mistura chimica. Mi chiedo: era un gas da diffondere coi missili? Una pomata da spacciare come antiemorroidario? Una polvere da sciogliere negli acquedotti? Una fiala da iniettare grazie a fucili di precisione?
L’aspetto più grottesco, e meno divertente, della notizia sta nella strategia: grazie alla bomba gay i soldati della parte avversa sarebbero diventati meno aggressivi perché attratti dai commilitoni.
A parte l’inverosimiglianza dell’argomentazione. Con che criterio si può stabilire che un gay (anche se improvvisato) cede alle tentazioni sessuali e non fa il suo dovere di soldato? Se un milite al fronte si scopre omosessuale, chi può credere che appenda il fucile al chiodo per inseguire un pisello 24 ore su 24? Mi sembra che la logica di questa presunta strategia alberghi nel fetido pregiudizio secondo il quale il “diverso” è inferiore. Quindi, molti “diversi”, molti sconfitti.
Se fossi gay andrei da questi scienziati e gli farei un culo così.

  

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