I killer e le vittime

Più di trecento ergastolani hanno scritto al presidente Napolitano per protestare contro l’ergastolo e per chiedere, provocatoriamente, la pena di morte. Tra loro ci sono assassini di magistrati, di ragazzini, di giornalisti, di persone comuni che hanno scelto il giorno sbagliato per uscire fare la spesa. I firmatari sono anche camorristi, mafiosi, supertrafficanti di droga. Il mondo politico, Presidente in testa, ha risposto manifestando interesse per l’iniziativa. Si pensa – e da tempo – di sostituire il “fine pena mai” con un periodo di detenzione non inferiore ai trent’anni.
Sono una persona per certi versi scontata: mi piacerebbe sapere che ne pensano le vedove, gli orfani, gli amici e i compagni di lavoro delle vittime. La civiltà di un Paese sta nel saper affrontare con coraggio e senza equilibrismi questioni sostanziali con felice fermezza. Se si fa qualcosa per ridare speranza ai colpevoli si può fare altrettanto per i sopravvissuti alle loro violenze? Lo so, ogni volta in cui in Italia si dibatte sul basilare rapporto tra causa ed effetto ci si impantana nella banalità, nella rissa o, peggio, in tutt’e due.
La certezza della pena nel nostro Paese è un modo di riempirsi la bocca quando ci si trova davanti a crimini reiterati, orrendi, prevedibili. Se si ottenesse un certificato collettivo con un elenco di chi deve stare dentro e di chi invece non ci sta sarebbe tutto più semplice. Non si perderebbe tempo con la demagogia e si darebbero certezze a quelli che le esigono. Che, ricordiamolo sempre, sono le vittime.

P.S.
La foto è del grande Franco Zecchin.
  

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