Giornalisti minacciati

Ci sono notizie che si nascondono, come si dice, nelle pieghe della cronaca. Quella di un giornalista minacciato da Cosa Nostra e costretto a vivere sotto tutela è una notizia nella notizia. Perché riguarda l’ambito in cui nascono le notizie, uno dei punti nodali di una democrazia. La libertà di stampa, garanzia costituzionale che purtroppo si è fatta stereotipo in Italia, non è una regola condominiale. In tutto il mondo c’è chi ha fatto della penna una spada e chi per la penna ci ha rimesso le penne. Dal Medio Oriente alla Russia, dalle lande africane al continente americano c’è sempre un reporter più bravo degli altri, che dà fastidio più degli altri. Se il mestiere di raccontare ha un difetto è proprio quello di doverlo fare senza se e senza ma, costi quel che costi. Altrimenti, come ho avuto modo di provare nella mia ventennale esperienza, uno finisce per fare un altro lavoro: il velinaro, lo sciacquino del direttore, il portatore di verità ben piegate, l’intervistatore da divano, il corsivista su dettatura.
In Sicilia c’è un elenco di giornalisti che non hanno potuto ultimare il proprio compito perché qualcun’altro ha deciso che non andava bene e basta. Conosco Lirio Abbate, oggi cronista dell’Ansa, da un bel po’ di tempo e so che per lui quest’esperienza non è un debutto. Sono certo che continuerà a fare il suo mestiere con l’impegno e la serena dedizione di sempre. Voglio credere che gli sarà restituita presto la libertà di movimento che appartiene ai cittadini del mondo. E che ad altri questa libertà venga negata in modo esemplare.

  

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