Letteratura di serie Z

Giacomo Cacciatore, uno scrittore che ammiro e che ho la fortuna di trovarmi come (raro) amico, mi segnala una intrigante polemica letteraria. Sul Corriere della Sera Giovanni Mariotti risponde alle provocazioni di Roberto Saviano sul ruolo della letteratura. La questione, in parole povere, sta tutta nella secolare distinzione tra letteratura di serie A e letteratura di serie B, nell’impegno e nel ruolo quasi taumaturgico che un libro deve assolvere.
Il progredire negli anni ha un suo vantaggio: fornisce sempre più cose da raccontare, senza timidezze. Ricordo che alla vigilia della pubblicazione del mio primo romanzo scrissi, in preda a un’atavica grafomafia, a Mauro Covacich per complimentarmi a proposito di un suo libro che avevo appena finito di leggere e per parlargli di me (vedi grafomania e passione per la maratona). Mi rispose coi ringraziamenti di rito aggiungendo che uno scrittore è tale perché è nato così e che non esistono aspiranti scrittori, esistono scrittori che riescono a pubblicare e scrittori che non ci riescono. Tutto qui. Spazzò così il campo da una distinzione genetica tra narratori. Chi racconta fa qualcosa che nessuno gli ha insegnato, che è dentro di sé, che è tormento e gioia, chiave e catenaccio. L’idea conseguente è che le storie narrate hanno tutte una propria dignità e che – per citare la polemica del Corriere – se esistesse il dio dei letterati avrebbe la medesima clemenza per Saviano e Bufalino, Palazzotto e Covacich, Cacciatore e King (mi perdoni Cacciatore!). L’unico argomento che deve animare uno scrittore di serie A, B o Z – classifica in ossequio al pensiero di Saviano – è la consapevolezza di essere un ladrone graziato che ruba a sé, agli altri e a quelli che devono ancora venire.

  

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