Mezza colpevole

Anna Maria Franzoni è mezza colpevole. Questa signora non troppo simpatica, innanzitutto per il reato orribile di cui è accusata (e per il quale è stata condannata in primo e secondo grado), poi per una certa confidenza col sistema mediatico, infine per certe sue caratteristiche personali su cui sorvolo, ha insomma ammazzato solo per un po’ suo figlio Samuele. I giuristi ci dicono che il dimezzamento della condanna di primo grado è dovuto al riconoscimento delle attenuanti generiche. Le esigenze delle nostre discussioni familiari, del nostro buon senso, del nostro perbenismo (e vabbé!) restano insoddisfatte: fatto sta che a molti di noi si annodano le budella. Ma come? Una donna accusata di aver assassinato il figlio se la cava con uno sconto di pena? Se ha fatto quello che ha fatto che senso ha fare la tara alle colpe? Nel crimine più orrendo tra i crimini orrendi la coscienza popolare cerca un appiglio a cui aggrapparsi per difendere le proprie tesi, innocentiste o colpevoliste che siano. Non cerca giustizia sommaria, ma l’unica soluzione che non insegue è quella pilatesca.
In un processo indiziario come quello di Cogne servivano punti fermi, giuridici, comprensibili anche a chi non ha una laurea in Giurisprudenza. C’erano le prove? Condanna. Non c’erano le prove? Assoluzione. So che è un discorso complesso da imbastire, ma non è vietato (ancora) esprimere perplessità su un sistema che produce aborti sociali. Perché il delitto di Cogne, come ogni caso giudiziario eletto a paradigma giudiziario, ha un pesante risvolto nel sentire comune. Abbiamo la ventura di abitare in un Paese che non conosce certezze neanche dinanzi alle pronunce definitive dei giudici. Lo stesso Paese che non conosce certezze quando c’è da comminare una pena per criminali acclarati. Abbiamo vissuto per troppo tempo di mezze verità, i mezzi colpevoli ci lasciano attoniti.

  

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