Il Cavaliere e il suo cavallo

Berlusconi ci ha abituati a certi suoi scarti umorali, quasi fosse il cavallo anziché il Cavaliere. Ieri, davanti all’evidenza postuma di un comportamento universalmente illiberale, ha ammesso che forse, forse con Biagi, Santoro e Luttazzi calcò la mano. Dopo quello che passerà alla minima storia di un Paese con la memoria corta come l’editto di Sofia siamo nel pieno autorevisionismo, un effetto collaterale consono a chi è abituato a farsi le leggi su misura. Per tutti quelli che invece campano di memoria, coerenza e abbordabili verità basta parlare di comprensibile retromarcia che se condita da una spruzzata di autocritica sarebbe un bel gesto, anche se tardivo. Nel caso di Berlusconi è stato invece solo un misunderstanding originato da una sua atavica cura per le sorti del servizio pubblico. I tre personaggi in questione (B, S. & L.) non mi stanno nemmeno troppo simpatici, ma questo è un discorso personale legato a regolari dettami di gusto. Se si fosse messa ai voti una legge per cacciarli questa non sarebbe passata nemmeno nel Consiglio comunale di Arcore. Eppure il Cavaliere è riuscito a farsi censore, nume tutelare, garante, guida e testa di cuoio. Ha salvato il Paese da chi faceva un “uso criminoso” della tv di Stato. Il suo Stato di memorie corte e code lunghe.

  

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