La memoria che non ci serve

Google lancia un nuovo servizio, si chiama Web History e non è altro che una forma di intrusione legalizzata nella nostra vita. In pratica, gratuitamente, sarà possibile conservare traccia delle nostre ricerche nel web quindi dei fatti nostri in modo da poterci rinfrescare la mente tra qualche anno (decennio) quando la nostra memoria sarà affidata esclusivamente a qualche grammo di silicio e a un paio di oligarchi del Sistema Gobale di Relazioni.
Finora lo spionaggio dell’attività internettiana era stato affidato a files più o meno intercettabili che ogni motore di ricerca, sito o portale ci rifilava quando credevamo di aver fatto una semplice visita virtuale. Consultavamo o cercavamo, leggevamo o ci imbattevamo… il Sistema ci piazzava quel “biscottino” nel nostro hard disk e decrittava quel che nemmeno sapevamo di noi stessi. Adesso ce lo fanno passare per un servizio aggiuntivo, quasi che si debba ringraziare per ciò che uno, fino a ieri, pensava fosse una boiata. E’ come se la Telecom ci offrisse la possibilità di riascoltare e catalogare le intercettazioni abusivamente carpite in anni di nefasto monopolio criminale (non lo dico io, ma la magistratura). Mi piace pensare a una società globale, ne ho più volte scritto anche con toni polemici nei confronti di chi la ignora o tende a parlarne senza accettarne le responsabilità. Ma – per dirla papale papale – la presa per il culo mi dà un po’ fastidio. Web History è un colpo di spugna sulla superficie infangata della privacy violata che non può trovare saponi efficaci. Non c’è bisogno di un nuovo servizio strombazzato sui media per conoscere quello che faccio da questo pc: chi non deve saperlo lo sa già. Chiedere una legittimazione è chiedere è un atto di masochismo. E io sono un tipo un po’ retro.

  

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