L’eroe Diego Armando

La storia dell’umanità ha sempre avuto bisogno di eroi. E ogni epoca ha avuto gli eroi che meritava o si aspettava. L’eroe è una figura che vive di ciò che ha fatto e ancor più di ciò che avrebbe potuto fare se il destino non le avesse strappato le carte dalle mani mentre giocava la partita più importante. Gli eroi comunque finiscono male, altrimenti sarebbero semplici fenomeni (che, anche loro, appaiono e scompaiono ma non con l’obbligo della tragedia finale).
Maradona è uno di quelli che abbiamo imparato a chiamare, con un ossimoro ben digerito, eroi tragici. Il povero che si fa largo grazie al suo talento, il simbolo che viene consacrato al ruolo di trascinatore di folle, il profeta di una parola che non conosce ma che sa ben tenere tra i piedi, il Robin Hood che ha un bottino di emozioni da regalare a chi le può soltanto spiare. Non c’è paragone che tenga per dipingere una parabola così ben congegnata da un destino sempre aggiornato, al passo coi tempi. Per lui il Grande Impresario ha scelto il palco più grande che ci sia nell’epoca in cui viviamo: uno stadio, un campo di calcio, un pallone. Fosse stato un musicista o uno scrittore Maradona non avrebbe avuto il privilegio di poter godere di un’idolatria che si destina ai trapassati. Sarebbe stato celebrato per i suoi dribbling del solfeggio o del periodare probabilmente solo post mortem. E’ così che funziona nei campi dell’arte classica. Invece Diego Armando si ritrova a essere inseguito da una fama che lo onora e lo distrugge al tempo stesso. Chissà se mai, da ragazzo, gli sarà passato per la testa quel pensiero che coglie noi, normalissimi signor nessuno, quando sogniamo di aver fortuna: capiti quel che capiti non mi farò distruggere dal denaro. Ha scelto un’arte in cui la resistenza alle cattive tentazioni è l’handicap nascosto. Il suo ultimo numero è cercare di far finta di superarlo.

  

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