Mi sembra semplice

Prendo spunto da una recensione di Mimmo Cacopardo all’ultimo romanzo di Simonetta Agnello Hornby per dire la mia sullo strano caso dei critici distratti. Non voglio pensare male – accordi tra giganti dell’editoria, carboneria, versamenti estero su estero – ma nemmeno fare la parte del finto tonto. Mi pare che la verità sia molto semplice: parlare male di un prodotto (libro, cd, programma tv, film) costa fatica. Argomentare una stroncatura, specie se l’imputato è un personaggio che ha largo seguito, significa sbracciarsi e rischiare. E il nuoto controcorrente è uno sport per pochi.
Negli anni Ottanta quando mi capitò di recensire uno degli ultimi concerti di Chet Baker (nella foto) scrissi che un mito non poteva finire così, a soffiare quattro note flebili davanti a venti spettatori svogliati e a un giornalista imbarazzato. Baker fece un concerto penoso: tirai il fiato e lo scrissi con serena ferocia.
Non sono stato coraggioso, avevo semplicemente voglia di lavorare.
Il modello televisivo oggi è Vincenzo Mollica. Tutto è unico, tutto è meraviglioso, tutto è imperdibile se passa dalle sue mani. Il rischio è l’appiattimento dei gusti del pubblico, le cui asperità vanno invece coltivate, custodite, stimolate. Ci vogliono lettori-ascoltatori-spettatori svegli e critici per stimolare alla composizione. Ci vogliono incoraggiamento per chi parte bene, intransigenza per chi parte a spinta, applausi per chi fa un buon lavoro, fischi per chi lo fa di merda.
Mi sembra semplice.

  

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