La lettera di Giuseppe

Uno studente napoletano ha scritto una lettera ai giornali chiedendo perché sui media si parla di scuola soltanto quando c’è un atto delinquenziale di mezzo. YouTube e telefonini, secondo questo ragazzo che si chiama Giuseppe, non sono le due facce dell’universo giovanile, ma due elementi che spettacolarizzano la parte peggiore di una minoranza di giovani.
Ha ragione Giuseppe nel chiedere che le generalizzazioni vengano evitate, anche se in tal senso sono dubbioso dato che esse sono la linfa purulenta della nostra informazione.
Spero che abbia ragione anche nel rivendicare a nome di una generazione il giusto profitto per ciò che di buono la scuola produce: non ho i mezzi per giudicare, ma non posso nascondere un certo scetticismo. La scuola è fatta di studenti e molti di loro sono impigriti dalla comunicazione a distanza, ingrassati dall’ozio mentale e prigionieri della noia. Qualche decennio fa si comunicava guardandosi in faccia, la casa era nelle proteste delle mamme “un albergo”, e se proprio non c’era nulla da fare si sudava per strada dietro a un pallone. C’erano meno tv e più carta stampata sotto forma di libri, fumetti, figurine. I giocattoli non invecchiavano facilmente e anche da scassati servivano per essere smontati, analizzati, sezionati sul tappeto della nostra stanzetta. Si andava a scuola con un altro spirito.
La lettera di Giuseppe si conclude con un bellissimo verbo: sognare. E questo mi dà fiducia.
  

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