La geisha

Me la sono tenuta dentro per un giorno interno. E’ una storia che ho vissuto sabato sera, tre ore di follia che hanno messo a repentaglio quei pochi grammi di dignità che ho conquistato in 44 anni di vita. Ve lo dico brutalmente: sono stato una geisha.
Come da definizione ho vestito i panni di una “giovane donna giapponese istruita nella musica, nella danza e nell’arte del tè ed addetta a intrattenere gli uomini ospiti di conviti privati o pubblici”. Ora, in questa frase ci sono vari indizi che vi mettono sulla strada del travestimento carnevalesco. Innanzitutto la parola “giovane”, ancor più che “donna”: il trucco fa miracoli, ma le rughe per fortuna non mentono. Passi per “l’istruita nella musica”, ma la danza… Chi mi ha mai visto ballare ha conoscenza diretta dell’astrattismo legnoso, quell’orientamento artistico che accomuna esseri umani e bastoni di scopa. Quanto “all’arte del tè”, la cosa che intingo con maggiore disinvoltura nell’acqua è una compressa di Alka-Seltzer. L’unica verità è che ho intrattenuto “uomini ospiti di convitti privati e pubblici”, e non solo: chiunque (tra maschi, femmine e altro) mi abbia visto per strada, al ristorante, nella calca di una festa mi ha guardato con orrore, fotografato, abbordato, deriso, palpato. Se questo non è intrattenere!
A tarda sera, quando sono tornato a casa, mi sono imbattuto in uno specchio e mi sono trovato davanti un androide mezzo Platinette e mezzo Gene Simmons dei Kiss. Ho ancora nelle orecchie le risate della mia compagna, vera artefice di tutto questo. Il suo travestimento? Da strega naturalmente.
  

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