Sono bollito

Bollito dal caldo come sono, l’altro giorno sono incappato in un lapsus su Repubblica Palermo e sul blog  Trentarighe: ho scritto Amia anziché Rap, confondendo le due società per la raccolta dei rifiuti a Palermo. Bollito io, d’accordo. Ma bolliti anche tutti i lettori che non se ne sono accorti (tranne Pietro Galluccio che stanotte mi ha mandato un sms)? Sono propenso a pensare di no. Forse la verità è un’altra: c’è talmente poca differenza tra il servizio inefficiente della vecchia Amia e il servizio inadeguato della nuova Rap, che le sigle diventano insignificanti. Comunque lo si chiami, un problema irrisolto è sempre un problema irrisolto. E io sono comunque bollito (e mi scuso).

Cari futuri giornalisti…

Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere.

Cari ragazzi, futuri giornalisti, ogni volta che incontrerete un direttore che con la scusa dell’imparzialità si rifiuterà di pubblicare notizie, scambiando l’equilibrio con l’equilibrismo, rispondete con questa frase di Gaetano Salvemini. Poi cercatevi un altro giornale o un altro lavoro. Ve lo dice un esperto nel salto multiplo di occupazione.

Quei siciliani alla conquista di Roma

siciliani alla conquista di Roma

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

L’allarme lo ha lanciato Giorgia Meloni: “La giunta di Roma è senza romani”. E vai con l’elenco dei nomi, dei luoghi di nascita. E con qualche sorpresa. Il nuovo vicesindaco della Capitale è Marco Causi, palermitano figlio di palermitana illustre, quella Marina Marconi, deputata comunista all’Ars negli anni Settanta e assessore al Comune di Palermo nella Primavera orlandiana (…). Assessore alla Legalità è Alfonso Sabella, siciliano di Bivona, un tempo rude pm antimafia nel pool palermitano di Gian Carlo Caselli. Mentre, sempre nella giunta capitolina, all’Urbanistica resiste Giovanni Caudo, originario di Fiumefreddo di Sicilia in provincia di Catania. Per non dire del sindaco Ignazio Marino che sarà pure nato a Genova, ma che è di padre di Acireale e che ha svolto a lungo la sua attività di medico all’Ismett di Palermo (da lui fondato nel ’99).
Qui è la Sicilia, lì sono i siciliani. E non importa se è diaspora, se è fuga di cervelli, se è transumanza, o se è fuitina professionale. Roma titilla da sempre il nostro sentimento di capitale perduta, è il punto di riferimento più solidamente vacuo quando c’è da scrollarsi una responsabilità di dosso, quando c’è un dito da puntare nel cono d’ombra di un orizzonte: non c’è lavoro? Chiedete a Roma; la vera mafia? E’ a Roma. Segue »

Crocetta for dummies

rosario crocettaViolato il mio diritto alla privacy.

Per uno che esordì con “se divento presidente della Regione dirò addio al sesso”, la privacy è qualcos’altro: una cosa che si tira fuori quando il tempo è brutto, tipo l’ombrello.

Volevo uccidermi, mi ha salvato Lo Voi.

Qui c’è una convergenza di azioni teatrali. Da un lato la ricerca su internet (!) di un metodo per suicidarsi senza fare casino, che è come dire guidare con gli occhi bendati curandosi del destino della benda, dall’altro l’irruzione salvifica del procuratore della Repubblica che non si sa come ha portato a casa il risultato: schiocco delle dita, cazziata, telefono chiuso in faccia (in certi casi il tuuut tuuut fa miracoli).

Trattato così perché gay.

No, trattato così perché inattendibile. Uno può essere gay, eterosessuale, biforcuto o trapanatore bisestile: se fuori dal letto rende così così, sono cazzi suoi, con tutte le metafore che il dio della logica manda in terra.

Tutino non è il mio tipo.

Vedi personal privacy e sue declinazioni teatrali.

Sbiancamento anale, mai fatto.

Il giornale che si è intrattenuto su questo dettaglio ha fatto una carognata. Ma se uno ha il senso della misura, dal fango prende le distanze, non ci si butta per recensire la grana della melma.

Toto Cuffaro non era gay.

Laddove il dibattito politico langue, c’è sempre spazio per l’ossessione (sessuale).

I responsabili di questa vergogna si vergognino dinanzi al popolo siciliano.

Ecco sì. Basta vergognarsi senza modica quantità.

Trentarighe anche sul web

Siccome un blog solo evidentemente non bastava, me ne hanno affidato un altro. Da oggi su Repubblica Palermo trovate Trentarighe, uno spazio di agili riflessioni che si ricollega (ma senza troppi vincoli) alla omonima rubrica del cartaceo.
Buona lettura.

Uno che non sa nulla neanche del suo cellulare

crocetta-al-telefono

Non è la frase udita o non udita, forse pronunciata dal medico amico, sulla Borsellino che “va fatta fuori come il padre”. Non è il continuo ricorso a temi forti come quello di un’omosessualità ostentata che parrebbe scudo contro mille polemiche e invece è pretesto per sviare, distrarre, abbindolare. Non è nemmeno la coerenza malmessa di uno che promette non per mantenere, ma per farsi mantenere, di uno che non riesce a percorrere un tratto di strada in compagnia, poichè suscita istinti di fuga in chiunque condivida i suoi passi. Non è per tutto questo che Rosario Crocetta, malgovernatore siciliano, deve dimettersi con serena irrimediabilità e non inventarsi (o inventarci) un’autosospensione che sa di codardia istituzionale. Deve andare via perché è un presidente vulnerabile, fragile delle sue incertezze, inattendibile persino quando parla delle cose che dovrebbe conoscere bene: i suoi amici, i conti del suo governo, la ricezione del suo cellulare.

Crocetta ha gestito un sistema di consensi basato sulla sua antimafiosità e sulla sua omosessualità, e lo ha gestito con un’intransigenza irritante: ha cercato di convincerci che ogni attacco nei suoi confronti veniva orchestrato da mafiosi o da omofobi e non lo ha mai sfiorato l’idea che il sesso è un suo chiodo fisso e non nostro (a parte qualche vergognosa cialtronata combinata da giornali degni della spazzatura) e che la mafia teme più chi lavora in silenzio di chi sbraita dalla poltrona.

Che cambi amici, casacca, città, mestiere a questo punto è irrilevante. L’importante è che ci liberi dalla sua dilagante debolezza.

Questa Palermo, bella a sua insaputa

Palermo UnescoUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica 

Mettiamo da parte la politica. Che sia stato Orlando o che sia stato Cammarata non importa, quel che emerge è il trionfo naturale, cioè privo di artifici, del bello. Ieri Repubblica ha raccontato il rifiorire di monumenti palermitani in un ventennio di riaperture, l’accresciuta appetibilità turistica della città. Una città che attrae lo straniero e respinge il residente, che alimenta il perenne dubbio pessimistico: c’è da gioire per un monumento recuperato o da lamentarsi perché prima era in abbandono? Eppure una certezza consolatrice deve esserci da qualche parte: c’è vita sotto la cenere di mille vacue promesse elettorali, la bellezza galleggia sull’incuria, l’arte come la natura si riprende a forza quel che la mano incauta le ha tolto. Palermo è una città che brilla di luce rubata: la forza delle sue bellezze costringe i curatori delle più importanti guide di viaggi del mondo ad aggiornare continuamente le mappe dei tesori salvati o rivelati. (…) Palermo si ribella a se stessa con un’inusitata schiera di abitanti in prima linea contro ogni forma di cambiamento. Cambiamento che invece è un valore culturale apprezzato dal viaggiatore, il quale arriva, parte e ritorna proprio per goderne appieno.
Niente politica, abbiamo promesso. Ma il sogno di una nuova visione della vita amministrativa, sì. Forse a questa Palermo non serve un sindaco di tutti i palermitani, ma un sindaco di tutti i non palermitani. Governare verso il futuro significa infatti  governare per chi apprezza il futuro col suo carico meraviglioso di cambiamenti. I turisti per esempio.

Il disastro Crocetta

rosario-crocetta

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Crocetta crede in un patto per le riforme. Quasi nessun partito crede in quel che crede Crocetta. La maggior parte dei deputati regionali crede che il voto anticipato sia poco conveniente. Non serve scomodare raffinati politologi per capire che il vero problema di Sala d’Ercole, in questo frangente di imbarazzante marasma, è ben descritto in una frase dell’Abbé Pierre: non basta essere credenti, bisogna anche essere credibili. E che credibilità ha un governo in cui l’unica compattezza è sul mostrarsi divisi e in cui la tomba di ogni intenzione è la resa senza condizioni al tirare a campare?
Molto schematicamente, la sensazione è che manchi la voglia: all’Ars si sono scocciati persino di annoiarsi. (…)
Non è il primo governo di scarsa utilità pubblica e probabilmente non sarà l’ultimo, ma è un governo che ha un’irritante propensione allo straw man argument, cioè a quell’inganno dialettico che tende a usare argomenti fantasma per nascondere argomenti in cui si è deboli. Esempio: uno dice che questa coalizione deve andare a casa e la risposta è che si vuol fare il gioco della mafia, quando nessuno ha detto che non si deve combattere la mafia.
Insomma, alla luce di questa tenebra politica è ormai chiaro che da qualunque parte lo si guardi, il disastro si compone di una somma di condizioni sfavorevoli: non solo i cocci sono troppi, ma la colla è pure finita.

Unesco e rifiuti

Un estratto dall’articolo su la Repubblica di oggi.

Finalmente abbiamo un tesoro in più agli occhi del mondo, ora preoccupiamoci di mostrarlo in un contesto adeguato. Come una tela preziosa ingabbiata in una cornice scadente, l’itinerario arabo-normanno premiato dall’Unesco rischia di finire nel calderone dei grotteschi paradossi siciliani. Mettetevi nei panni di un turista che, attratto da tanta bellezza, atterra a Punta Raisi e si mette in viaggio verso Palermo. La prima cosa che vedrà (…) sarà la trincea di rifiuti che accompagna l’autostrada. Oppure pensate al viaggiatore che arriva da Catania e attraversa l’Isola lungo la sua arteria principale. Un’arteria occlusa da un trombo di cemento incerto. La lunga teoria di curve e manto sconnesso cui sarà costretto, dopo aver abbandonato l’autostrada a Tremonzelli, amplierà di certo l’orizzonte della sua conoscenza (vedrà asini, trattori e trazzere): sicuri che ce ne sarà grato?
Al momento l’unica maniera per aggirare l’imbarazzo di questi scenari è paracadutare i turisti su Palazzo Reale. Ma non ci si può affidare solo ai giochi di fantasia per riscrivere le storie sbilenche di un’Isola che non vive, ma vivacchia. Serve una politica intransigente che non guardi in faccia nessuno per arrivare in modo rapido alla soluzione di problemi cruciali. Una coscienza amministrativa che veda il rinvio come un fallimento. La consapevolezza che essere “patrimonio dell’umanità” non è solo un riconoscimento, ma soprattutto una responsabilità.
Svegliarsi con gli occhi del mondo addosso significa guardare al mondo con occhi diversi. Pensiamoci prima di lasciare un sacchetto di immondizia sul ciglio di una strada.

E vent’anni sembran pochi


Vent’anni possono essere un sorso o un’ubriacata, possono accendere ricordi o spegnere rimpianti, possono prenderti e portarti via o lasciarti sul ciglio di una strada polverosa, quando l’ultimo autobus è passato e non c’è nessuno a darti un passaggio a parte le tue scarpe. Vent’anni possono essere una fetta o una briciola di vita, dipende dalla fame che ti ritrovi.
L’importante è aver trovato con chi condividerli, anche se il tempo ha stempiato le teste e appesantito i passi. Ieri a Ustica abbiamo celebrato i vent’anni di un diving che si chiama Alta Marea e c’eravamo quasi tutti a raccontare la nostra minuscola parte di storia. Questo è il video che racconta vent’anni di galleggiamento tra vacanze (mai troppe) e cazzate (mai poche).

Il maratoneta della dichiarazione

Il governatore Rosario Crocetta, medaglia d’oro olimpica nella maratona dichiaratoria con e senza microfono, oggi ha emesso (o srotolato) un comunicato stampa di 4.958 battute, cioè di oltre 80 righe (se mai quel virgolettato dovesse essere pubblicato integralmente su un giornale). Perché di un unico, infinito, impietoso virgolettato si tratta: senza un rigo che non sia sfogo personale, persino in dialetto, minaccia, arringa rabbiosa. Tenete conto che pezzi di questa misura, fatta eccezione per il fondo domenicale di Scalfari su Repubblica, ormai non ne esistono quasi più. Ma non è questo l’aspetto più interessante dell’editto crocettiano.
Ciò che affascina è il concetto di crociata, il gettarsi lancia in resta contro chiunque osi mettere in dubbio che il migliore rimedio ai mali dell’umanità (siciliana e non) è quello che ha inventato lui. Quale? Quello che ha in serbo ma che non rivela per paura che gli freghino l’iniziativa. Crocetta è così: ha sempre qualcosa che vorrebbe dire ma che non può dire. E per non sbagliare dice e dice ancora, in un verboso riempitivo nel sotto vuoto spinto delle intenzioni.
Se promette e non mantiene, è colpa della promessa che si è lasciata corrompere da chissà chi. Se sbraca, è colpa del mondo che è troppo piccolo per lui. Se tutti lo abbandonano, è colpa del Padreterno che è stato parco nel distribuire il coraggio.
Il silenzio è d’oro e lui ha fatto voto di povertà.

A destra, eh

Richard Gere

Grillo, scanzati

Grillo tweetQuesta frase di Beppe Grillo, buttata lì di getto e magari figlia di una cultura dell’improvvisazione che può essere preziosa nell’arte ma che è di certo deleteria nella politica, è la dimostrazione di una verità inconfutabile. Va bene l’entusiasmo per i social, va bene la cultura della condivisione ora e subito, va bene la pulsione per il giudizio immediato, va bene persino l’illusione che senza filtro è meglio, va bene tutto ma per comunicare servono comunicatori. Cioè persone che hanno studiato come e quando si porgono le notizie, come si imbastisce una strategia di comunicazione, quanto pesano le parole (che hanno una valenza e non tutti lo sanno) e soprattutto come si evitano le figuracce quando la minchiata è in agguato. I giornalisti, nonostante quello che qualcuno vuol fare credere, servono (anche) a questo. A beccare Beppe Grillo mentre ha il dito sul tasto “invio” e a dirgli: scanzati e fai il tuo mestiere, che io faccio il mio.

L’incompetenza al potere

rosario crocetta
La sconfitta del Pd, soprattutto in Sicilia, è la dimostrazione che l’incompetenza al potere genera solo comparse e tiene lontani i protagonisti. Il partito di governo, della Regione e della nazione, si mostra come un’orchestra di improvvisatori. Ogni tanto, con una botta di culo, si azzecca una nota, si imbastisce un’armonia, ma generalmente si stecca perché la politica vera – come la musica – non è roba per poveri superbi.
Il Centrodestra brinda alla rinascita ma, si sa, pensare in grande quando le molliche si spacciano per pagnotte è un buon modo per mascherare l’agonia.
Ora, piuttosto, è il Movimento 5 stelle a dover dimostrare che dalla protesta colorata, suggestiva e un po’ qualunquista, si può partire per fare buona amministrazione. Che non significa necessariamente rincoglionirsi con le litanie del web, ma piuttosto scegliere di rappresentare, armarsi di coraggio e osare. Un sindaco grillino io lo vorrei cazzuto e indipendente, anche dai suoi guru, anche da quel magma non recensibile che è la gggente. Servono persone oneste che diano un’impronta personale alla tutela dell’interesse pubblico. In Sicilia i ragazzi del M5S hanno lavorato sodo, tenendosi lontani dagli svarioni dei compagni di cordata del governo nazionale. Ora serve che ascoltino, ma che al momento delle decisioni siano concentrati sull’obiettivo, non sull’audience e sul folklore del “non ci sto” di default.

Dare dell’idiota a chi lo è