Dodici anni

È stato un anno difficile ma entusiasmante. Il dodicesimo di anni difficili ma entusiasmanti, da quando cioè vive questo blog che oggi fa il compleanno. Non sono molti i blog che resistono da tanto tempo, perché non è l’usura il peggiore nemico ma la consunzione delle idee o la loro diluizione nell’acquitrino dei social, acqua che sembra mare aperto ed è invece una pozzanghera che ce l’ha fatta. Dodici anni sono almeno due o tre vite per me, tanto sono cambiate le cose intorno a queste pagine. La compagnia di giro, i suonatori, i nani, le ballerine, i figuranti e i protagonisti, fossimo stati in un frullatore ci saremmo riposati di più. Grazie a questo blog – l’ho già scritto e lo ripeto – ho imparato molto, soprattutto a sbagliare da solo e a non dare mai la colpa agli altri se un ingranaggio si inceppa. Ho anche cambiato lavoro e imparato a fare nuove cose, sempre partendo dall’esperienza maturata su questo campo: in questi dodici anni non c’è giro di boa, non c’è emozione degna di nota che non abbia avuto un riverbero qui. Ed è un orgoglio immaginare che quel manipolo di coraggiosi che ogni giorno passa da queste parti abbia in comune col tenutario del blog la voglia di tenere lontana l’imparzialità. Io non sono imparziale, non lo voglio essere e quando è accaduto è stato sempre perché ero distratto, o costretto dalle circostanze, o magari facevo finta e non me ne rendevo conto: comunque per colpa mia (vedi sopra). Imparziale è il giudice, l’arbitro. Non chi scrive, chi racconta, chi sogna e chi crede. Nel mondo delle idee, da quelle più alte a quelle al di sotto della cintola, ci si schiera. Un tempo si credeva nella penna come una spada, oggi le metafore possono contare su nuove armi. Di sicuro la penna non sarà una bilancia perché la ragione non ha un peso forma e tenerla a stecchetto significa lasciarla morire.

Se siete qui so che sapete meglio di me dove potrei andare a parare, perché noi imparziali e felici ci capiamo senza dispendio di inutili sillabe.
Per questo, anche per questo, vi ringrazio.
Felicità.

  

La semplice banalità del bene

L’articolo pubblicato oggi su Repubblica.

C’è qualcosa di eccezionale nella congerie di gesti semplici che porta un imprenditore come Giuseppe Piraino a rompersi le scatole perché c’è un tale che gli chiede il pizzo e che ha addirittura messo in fuga i suoi operai dal cantiere. Ed è il modo elementare con cui si stravolge una storia scontata facendola diventare una storia che vorresti ascoltare mille volte. Come nelle fiabe, dove non ci sono eroi ma cattivi ridicoli, in un rassicurante trionfo di libertà. Massì chiamiamola banalità del bene: che è auspicio di normalità, condanna dello stereotipo volgare, acqua fresca nell’arsura del diritto.

Quando l’estorsore lo cerca più volte, Piraino fa la cosa più umana (e che da buon esemplare umano evidentemente gli riesce meglio): si incazza. Non prende la pistola (altrimenti Salvini sarebbe già arrivato in Sicilia a cavallo del suo fido smartphone), ma una telecamera. E va ad affrontare il mafioso. Ne viene fuori un faccia a faccia che vale più di una conferenza sul crimine organizzato, più di una vibrante omelia davanti al cadavere del giusto di turno, più di una qualsiasi zuppa di buoni propositi. Perché l’imprenditore ha un’arma importante, quella della ragione caricata coi pallettoni dell’arrabbiatura. Infatti sin dalle prime battute il delinquente che gli sta davanti perde il controllo della discussione e precipita nel baratro di una tenzone semantica (quello la semantica non sa cos’è ma magari adesso avrà modo di studiarla, dato che il tempo libero non gli mancherà). A un certo punto, in un capovolgimento di ruoli che ha dell’esilarante, quando la vittima predestinata incalza e il mafioso balbetta, si arriva al colpo di scena: l’estorsore dice che quella non è più una richiesta di pizzo ma una generica richiesta di contribuzione volontaria affidata al suo buon cuore, tipo colletta del Banco alimentare. E, come un impiegatucolo qualsiasi, il delegato di Cosa nostra si rifugia in uno scaricabarile per allentare la morsa della responsabilità: “Io faccio quello che mi dicono…”.

Nel Paese in cui la vera agenda di governo sta tutta nella sim di un vicepremier e in cui la tentazione della crudeltà di massa cresce come una marea mefitica, la congerie di gesti semplici che portano un uomo mite, un padre di famiglia come Giuseppe Piraino, a cazziare pubblicamente il delinquente che vorrebbe rovinargli la vita è meglio di un finale a lieto fine. È un inizio sereno.

  

Ennio che pianse

C’è poco da dire quando ci si ritrova davanti a un addio non concordato, come quello in cui una persona che credevi immortale ti spiazza col più atroce dei colpi di scena.
Ennio Fantastichini per me (e mi prendo la presunzione di dire per tutti i “ragazzi” del gruppo delle “Parole Rubate”) era la roccia ferma e sicura nel mare dei mille dubbi che ti prendono quando, qualunque sia il tuo ruolo, c’è il palcoscenico di un grande teatro da affrontare. Ma questa sua solidità non gli impediva di cedere all’emozione, di essere uomo fragile interprete di uomini forti. Appena atterrato a Palermo, venne in teatro a provare il testo. Alle ultime cartelle si commosse senza vergogna. La stessa libertà di lacrima la rivendicò per tutte le recite: c’era un momento in cui l’uomo fragile prendeva il sopravvento per raccontare la storia di uomini forti e allora Ennio piangeva ma non si fermava, portando a termine il suo lungo monologo con gli occhi fieri di un luccichio che veniva dall’anima.

Poco da dire, come promesso. Perché in fondo vale sempre quel paradosso beffardo che sembra fatto apposta per questa èra di socialità obbligatoria e sentimenti condivisi: il dolore non è quello che dici ma quello che taci.

  

Giornalisti, distruzioni per l’uso

Quando lavoravo al Giornale di Sicilia avevo un fattorino fidato. Ogni volta che licenziavo una pagina, gli affidavo la fotocopia da mandare in tipografia con la raccomandazione di dare prima un’occhiata. Questo perché la sua sensibilità – non era colto ma sveglio e senza la paura di dire “non capisco” – mi metteva al riparo da svarioni più di quanto avvenisse con molti miei colleghi giornalisti. E non per colpa loro, di alcuni di loro, ma proprio perché ritenevo che un prodotto orizzontale come un giornale dovesse essere chiaro e inequivoco. E quale migliore cavia del mio fattorino fidato? Lui non esprimeva giudizi, non entrava nel merito, non si attribuiva ruoli che non aveva. Col candore che le menti semplici riescono ad avere quando non sono incatramate da substrati di pigrizia e indolenza, chiedeva quando non capiva: “Gery, chi bienne a dire ‘sta cosa?” (Gery che significa questo?). Immediatamente io cambiavo e correggevo. Sempre. Bastava che lui avesse un’esitazione o una perplessità e io avevo la certezza che anche il titolo o l’articolo che mi parevano più belli dovevano essere ritoccati.

A questo pensavo mentre leggevo le polemiche sull’articolo di Massimo Gramellini a proposito di Silvia Romano, la cooperante rapita in Kenya descritta dal suddetto come in preda a “smanie d’altruismo”. E su questo mi incarognivo mentre leggevo la replica spocchiosa del giorno dopo, sempre del suddetto. Perché Gramellini in un paio di articoli ha riassunto due dei vizi peggiori del giornalista. Primo: non capire che se una provocazione non è chiara a tutti i lettori vuol dire che non funziona e se non funziona ci sta poco a diventare una cazzata fotonica. Secondo: prendersela coi lettori che non afferrano e buttarla in psico-caciara col solito ritornello su social, web e “il pericolo che ci riguarda tutti” mentre in questo caso, almeno in questo, riguarda solo lui e la sua incauta presunzione da onanista di maître à penser.
Ecco nelle scuole di giornalismo questo esempio andrebbe citato per spiegare come non si fa. Soprattutto in un’era in cui la chiarezza e l’inattaccabilità del pensiero semplice sono un antidoto contro hater e nuovi barbari.

P.S.
Quando me ne andai dal giornale, una mattina di febbraio di dieci anni fa, c’era una sola persona nella stanza con me a riempire scatole e sacchetti, senza perdersi in inutili cerimonie degli addii ma senza nemmeno vergognarsi degli occhi lucidi. Lui e nessun altro.

  

Acrobati (ma il circo non c’entra)

C’è un esercizio di fondamentale importanza per allenare alla resistenza il muscolo dell’autostima ed è l’abbattimento sistematico del concetto “non può succedere a me”.
Come tutti gli esercizi ha bisogno di tempo per poter essere svolto in modo fluido. Richiede applicazione costante, autocritica, resistenza alla disillusione e una buona dose di incoscienza trasversale. È soprattutto una pratica la cui utilità si rivela quando c’è davvero bisogno, quindi magari mai. Avete presente l’estintore del supermercato, incorniciato nella sua vetrinetta col megafono e una vetrofania che dice “da usare solo in caso di incendio” e che in realtà sussurra “ue’, ho detto solo in caso di incendio”? Ecco, il concetto è quello.
Il problema del tempo di pace è che funziona solo in funzione dei tempi di guerra in cui è incastonato quindi si porta appresso un’ontologica vagonata di incomprensioni: è giusto pensare al peggio quando si sta benissimo? È di buon gusto ipotizzare un piano B mentre il piano A sta ancora macinando successi? Ci si può ritenere statisticamente al riparo quando le tempeste travolgono gli altri, magari vicini, e non noi? Esiste una zona franca delle intenzioni? E soprattutto la Banca della Bontà dà conti sicuri e a prova di inflazione?
Chiunque si dia dato la pena di sopravvivere sa che il filo sul quale, da acrobati improvvisati quali siamo, ci muoviamo è solido e che il vero problema è la nostra capacità di rimanere in equilibrio, laddove l’equilibrio è solo un artifizio metaforico che non garantisce un bel nulla: esistono persone disequilibrate che se la passano infinitamente meglio di esemplari umani probi e morigerati e questo è il labilissimo confine tra ingiustizia e figata, tra religione ed epopea della bestemmia. Credere nel “non può succedere a me” è come comprare le azioni di una società di cui non si conosce il prodotto, come salire su una macchina del tempo che ha le marce bloccate, come dire senza aver mai ascoltato. In realtà le cose accadono a tutti, nessuno escluso, e quelli che si ritengono in salvo o sono incauti o sono defunti. È  una questione di tempo, nella lite tra il presente e il passato quello che è a rischio è sempre il futuro. Come in amore, dove negli inizi i difetti si trasfigurano in incantevoli attrattive che solo un presente cinico e puntuale riesce a tradurre in fastidiose interferenze. Come in guerra o in malattia, dove il fuoco è quello che brucia gli altri sin quando lo stupore doloroso non ci macchia di un sangue che non è altrui. Come nel tran tran delle nostre vite miserevoli, dove il giudizio degli altri – amici, nemici, sodali, concorrenti, correi, infami – dà frutti non commestibili in una pianta che non volevamo coltivare, ma che è cresciuta anche grazie alla nostra insipienza e/o distrazione, come un’erbaccia.
Meno red carpet più uscite di sicurezza, meno certezze più dubbi, meno benevolenza più intransigenza. Gli organismi più longevi al mondo non sono i più grandi e i più complessi, ma i più resistenti. Poco di tutto, senza fare ipoteche. Più difese che truppe d’assalto, più consapevolezza che fiducia, più audience interiore che claque. Il futuro è una terra straniera e tutto può succedere. Persino a noi.

  

Forello, cinque stelle di eresia

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

Manca solo la pericolosità sociale e nel meraviglioso mondo dei Cinque stelle quell’eretico di Ugo Forello potrebbe direttamente finire arso sulla pira del santo web. Chi ha un’età che consente un esercizio di memoria superiore all’emivita di una storia di Instagram, sa che le epurazioni dei sovversivi nei partiti delle grandi democrazie sono rare (e determinanti) come un autogol al 90°. Eppure nell’universo buio di un firmamento di stelle tarocche, prevale con sgarbata ignoranza una logica che sino a qualche anno fa avrebbe ispirato piazze, lenzuoli, scioperi della fame, bonzi del pensiero debole e attivisti della logica forte. A Palermo il capogruppo del M5S al Comune viene cacciato perché ha tradito “il senso di appartenenza” (sono parole di Toni Randazzo, lo statista prêt-à-porter che lo ha sostituito a poltrona ancora calda, tipo democristiano degli anni settanta). In realtà Forello ha liberamente criticato la chiusura dei porti, il pacchetto (in)sicurezza e l’attacco ai giornalisti. L’hanno trattato come un criminale, manco avesse defollowato Casalino.

  

In morte di un meraviglioso signor nessuno

L’articolo pubblicato su Repubblica.

Ci sono situazioni che sembrano lontanissime eppure sono vicine, vicende che possono solo essere frutto di immaginazione e invece accadono. Ci sono tragedie che sono film, tanto è drammatica la teatralità che le avvolge, e invece sono reali, investono qualcuno che conosciamo o che abbiamo appena incrociato per strada. Giuseppe Liotta era un medico che curava i bambini e lo faceva con la passione di chi non confonde il lavoro con la routine. Infatti, sabato scorso, aveva deciso di andare in ospedale nonostante la natura gli avesse scatenato contro tutte le sue forze, quasi a voler mettere alla prova il suo eroismo. Ma Giuseppe Liotta non era un eroe. Era un medico, un medico che curava i bambini. E il suo ospedale non era a un tiro di schioppo, ma a Corleone. Così non ci ha pensato su manco mezza volta quando è salito sulla sua auto ed è partito verso ciò che per noi può essere solo frutto di immaginazione e invece accade. Hanno ritrovato il suo cadavere cinque giorni dopo a dieci chilometri dalla sua auto, sepolto dal fiume di fango che lo ha strappato alla sua straordinaria ordinarietà: la famiglia, il lavoro, il senso del dovere.
C’è qualcosa di medioevale nella congerie di acqua, terra, pietra e lamiere che punisce l’incolpevole, sacrificandolo per un merito e non per una colpa. Un imperscrutabile disegno divino per chi crede in un dio, un’atroce ingiustizia per tutti gli altri.
Giuseppe Liotta se ne va nel fiore degli anni come un fiore reciso ancor prima di sbocciare. E non è retorica, ma crudo realismo. Quanti altri Giuseppe Liotta ci sono nel nostro mondo di sopravvissuti? In un’Italia che ha abolito il lavoro chi è disposto a rischiare per fare semplicemente il proprio dovere? E chi è che lo fa senza sventolare bandiere o farsi bandiera egli stesso?
Giuseppe Liotta, il dottore Giuseppe Liotta, era il simbolo migliore di una forza silenziosa che dà il meglio di sé dietro le quinte, che olia gli ingranaggi di una solidarietà perduta, che aiuta per vocazione senza ricevuta di ritorno. Un signor nessuno che diventa ai nostri occhi un gigante quando improvvisamente non c’è più: perché eravamo distratti, perché ci occupiamo sempre delle stesse cose e delle stesse persone, spesso inutili se non perniciose, mentre trascuriamo il buono che non fa romanzo, il bello che non fa scena, l’utile che non fa audience.
Avvertire la mancanza di uno sconosciuto e soffrirne è il rimorso che ci meritiamo.

  

Martirio quotidiano

C’è un’evoluzione nel metodo Travaglio, quella sorta di cerimonia sacrificale e laica che consiste nel prendere un preconcetto ed elevarlo a fatto acclarato senza inciampare in un minimo scalino di coscienza. È il finto martirio dopo la condanna. Marco Travaglio ha diffamato il padre di Matteo Renzi e un giudice lo ha condannato. Accade, purtroppo, di sbagliare: solo che il Fatto quotidiano ha sbagliato non una, non due, ma tre volte nello specifico dato che sono tre gli articoli contestati. D’accordo, accade di sbagliare e reiterare l’errore. Si può scegliere di chiedere scusa oppure di tirare dritto a testa alta. Invece Travaglio che fa? Usa il suo preconcetto per martirizzarsi da solo, affermando di essere stato condannato per una parola sbagliata inserita in un contesto in cui la sostanza dei fatti era fondamentalmente esatta. Che è come dire: io scrivo che sei un ladro disteso su un campo di margherite, mi condannano per il ladro, ma le margherite c’erano tutte. Poi la ciliegina sulla torta: Renzi non ha mai pagato per le sue balle. E qui si rasenta il sublime, accostando in pieno stile travagliesco un reato (il suo, cioè la diffamazione) a un’eventuale panzana (quella di Renzi) che reato non è.
Gran finale con appello ai lettori del Fatto quotidiano a sostenere il giornale in questo momento così difficile. I lettori rispondono, ed è un sollievo per tutti che un giornale riesca a sopravvivere agli errori di chi lo dirige.

  

Stefania e la violenza di cittadinanza

C’è un aspetto secondario, ma manco troppo, nell’aggressione a Stefania Petyx da parte di un manipolo di delinquenti che occupano abusivamente le case di via Savagnone a Palermo.
Partiamo da un paio di punti fermi e incontrovertibili. Stiamo parlando di una cronista che documenta un abuso quindi siamo in una scena in cui il divario tra lecito e illecito è ben definito. Da una parte una cristiana che lavora (e rischia), dall’altra gentaglia che campa alle spalle degli altri e pure facendosi largo con la violenza. L’aggressione è un atto criminale che solo per poco non è sfociata in tragedia. Ecco così disinnescate le indicibili bofonchiate per cui “lei se l’è cercata”, “ma chissà quei padri di famiglia che problemi hanno” e via minchieggiando.
In realtà quello di via Savagnone è uno spaccato di un’Italia – altro che Palermo – che vive di aspettative a sbafo, che non conta sul lavoro ma sul denaro che (chissà come) c’è e va distribuito a pioggia, che seppellisce il merito come un morto da non piangere e riesuma lo Stato come mammella da cui succhiare il latte di cittadinanza.
Gli abusivi che aggrediscono Stefania, persino sotto gli occhi della Polizia, sono l’humus su cui fare crescere promesse elettorali indecenti senza capo né coda. Ponti costruiti con l’amore al posto del cemento, stati di povertà che si cancellano con un decreto, malattie che si sconfiggono con l’acqua e limone, panni che si puliscono in lavatrice con una pallina di plastica. Ed io che ho sempre pensato che le cazzate fossero una cosa seria. La verità è che sono come la pasta frolla: in mani giuste una delizia, in quelle sbagliate un disastro annunciato sin dal nome.

  

Il momento perfetto

C’è una teoria, che ho studiato snocciolato discusso confutato riesumato valorizzato rinnegato diffuso messo in pratica, che serve a evitare il trappolone della ricerca della felicità.
È quella del momento perfetto (MP).
Funziona così. Siccome la felicità è una cosa complicata e alquanto impossibile da raggiungere, ci devono essere dei passaggi alternativi che non sono scorciatoie, e soprattutto ci deve essere un surrogato di buon sapore alla portata di tutti. È così che prende corpo la teoria del MP.
Un momento secondario, non memorabile ma in cui state benissimo.
Un istante in cui le convergenze astrali, tutte insieme, vi danno una pacca sulla spalla: vai sereno.
Un attimo di soddisfazione inaspettata.
Un nanosecondo senza quell’ossessione che vi rovina la vita.
Un weekend di fuga in cui gli inseguitori si arenano al pit-stop.
Un viaggio, un pranzo, una birra, un panorama, un sorriso, una parola, una telefonata, un pensiero inaspettati.
Qualunque cosa e qualunque persona vi inducano, in quell’istante, a considerare con transitoria fermezza un fondamentale concetto di felicità aleatoria: “In questo momento non vorrei essere in nessun altro posto al mondo”. Il “momento” è fondamentale giacché, come indicato qualche riga sopra, l’unica felicità realmente accessibile secondo lo scrivente è comunque un surrogato. E, suvvia, non date una valenza negativa ai surrogati, al contrario confessatevi che è giunto il momento di rivalutarli. La crisi dei valori assoluti – che probabilmente sono franati con l’Armageddon della ragione social – ha spianato la strada a un relativismo di sopravvivenza (e qui sparatemi alla nuca se inciampo nel diegofusarismo). Occupiamoci del qui e adesso, l’eternità è dei morti.
Il momento perfetto è la salvezza di chi sa inventarsi una simil-libertà controcorrente, di chi crede alle favole fatta la tara del lieto fine, di chi sa che un accordo è fatto di almeno tre note ma solo una avrà l’onore di prevalere. Il momento perfetto è dei coraggiosi che hanno paura della banalità. Non vi salva la vita, ve la colora.

  

Ok, per il pentito il prezzo non è giusto

L’articolo pubblicato su Repubblica.

Il collaboratore di giustizia Pasquale Di Filippo ha ragione a indignarsi a causa della serie tv “Il cacciatore” che lo ha svelato agli occhi della figlia quattordicenne come killer spietato di mafia. Evidentemente a casa non hanno un computer o uno smartphone e nessuno si è mai sognato, prima di quella sciagurata fiction, di digitare il nome del capofamiglia: forse la località segreta è talmente segreta da non essere più manco località. Di Filippo ha intenzione di far causa alla Rai che gli ha accollato qualche crimine di troppo: può accadere di sbagliare quando si ha a che fare con grandi quantità, ma per questo esiste la legge ordinaria. Ciò che invece resta ai margini della vicenda sono due dubbi. Perché l’incolpevole ragazza non è stata preparata per tempo a una realtà complicata? E soprattutto com’è che non è stato ancora trovato un modo per premiare il “pentito” del “prezzo altissimo pagato per contribuire a fare giustizia”? Evidentemente scontare solo dieci anni per quattro omicidi non è stato abbastanza.  Insomma ci vuole una serie tv ad hoc: Very Stranger Things.

  

Cosimo Scordato, un prete vero

L’articolo pubblicato oggi su Repubblica.

Al suo compleanno c’erano due figure che da sole basterebbero a inquadrare il peso sociale di Cosimo Scordato. Una garbatamente popular: Francesco De Gregori. Un’altra di peso nascosto e valenza manifesta: Nunzio Galatino, presidente dell’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica.
Ma il rettore di San Francesco Saverio all’Albergheria di Palermo non è figura recensibile di rimbalzo, non è raccontabile per effetti (o effettismi). Questo brillante settantenne è la dimostrazione semplicissima di una cosa complicata: un saggio può essere furbo, difficile il contrario. La saggezza di don Scordato è un incrocio di cultura e passione. La grande preparazione teologica e la curiosità verso l’arte in tutte le sue forme hanno dato corpo alla sua voce anche in momenti complicati, lo hanno aiutato a navigare controcorrente nei canali impetuosi di una città arcipelago dove le mille isole delle diversità difficilmente vedono un traghetto. La sua furbizia è invece il mezzo col quale ha saputo mettersi al riparo dal fuoco di fila che gli si è scatenato contro ogni volta che ha deciso di affrontare una situazione difficile. Quando, ad esempio, invitò la sua comunità a pregare per una coppia di lesbiche che di lì a poco si sarebbero unite civilmente, si mosse con grande abilità in un campo minato. Fece esattamente quello che voleva, sollevò un problema senza mai pizzicare una dottrina che conosce assai meglio dei suoi detrattori.
È questo il metodo Scordato: mai determinazione senza chiarezza, mai coraggio senza preparazione. In altre parole, imprudenza questa sconosciuta.
L’uomo che ha ospitato Franco Scaldati e il suo teatro, che ha narrato la grandezza del Serpotta, che ha portato all’università ragazzi che prima non arrivavano manco alle elementari, che ha aperto alle assemblee cittadine e chiuso alla protervia della malapolitica, che ha inventato un ristorante e che ha usato l’accoglienza come arma contro la discriminazione, è un simbolo di ciò che noi potremmo chiamare globalizzazione della carità e dell’assistenza e che lui chiama più semplicemente mondialità. Dall’Albergheria al Congo alla Tanzania, la tela intessuta da Cosimo Scordato è fitta e senza strappi: una scuola qui, un pozzo lì, un pronto soccorso da un’altra parte. Sempre in movimento. I soldi non ci sono ma si trovano, perché la fiducia è una forma di fede (in Dio, negli altri, in se stessi). Ed è contagiosa. Non c’è isola di Palermo che non lo conosca e che non abbia qualcuno che frequenta le sue messe: borghesi e poveri, ricchi e pregiudicati, martelli e chiodi storti trovano a San Francesco Saverio le porte aperte. A patto che si faccia come dice lui, che conosce bene la differenza tra ascoltare tutti e credere a chiunque.
Nell’epoca degli urlatori social, dell’odio prêt-à-porter, questo prete che si professa orgogliosamente “anti-assistenzialista” è un buon esempio di serena determinazione. Quando gliele cantò al presidente dell’Ars Gianfranco Micciché che difendeva gli stipendi d’oro dell’Assemblea, non steccò una sola nota nonostante si capisse quanto era incazzato: “Non puoi dare a chi è già ricco”, gli scrisse sublimando in otto parole Vangelo e cronacaccia. La sua “Teologia del risanamento” applicata alla situazione di Palermo si rifà esplicitamente alla “Teologia della liberazione” sudamericana: non è parola vuota per soloni e porporati, ma cibo per menti curiose. Qualcosa che potrebbe essere felicemente strong nell’affollarsi di zombie creduloni nella Walking Dead della ragione.

  

Depistaggio, il colpevole perfetto? Un morto

L’articolo pubblicato qualche giorno fa su La Repubblica.

L’inchiesta sull’infame depistaggio per la strage di via D’Amelio sta finalmente cercando di far luce su come e perché a un certo punto, nel pieno dell’emergenza mafiosa, si è deciso di prendere uno pseudo-pentito, il meno attendibile dell’universo, di trasformarlo da scadente comparsa in protagonista assoluto, e di raccontare un romanzo di minchiate (inanellate in maniera scientifica). Solo che c’è una cosa che frulla nelle teste di noi astanti sul bordo di quell’enorme cratere mai richiuso che sono le stragi del ’92: se fu depistaggio (e depistaggio fu) ci deve essere stato qualche magistrato che ha dato indicazioni, che ha autorizzato ciò che non doveva essere autorizzato, che c’era e magari faceva finta di non esserci o che c’era e si mostrava in tutta la sua telegenia. Ecco, su questo aspetto dopo 26 anni c’è ancora una prudenza alquanto grottesca. Perché abbiamo sopportato di tutto in questa storia di orrore mafioso e scelleratezza istituzionale. Insomma diteci che è tutta colpa del maggiordomo, ma evitateci la farsa del colpevole perfetto: cioè un morto. Grazie.

  

Porno (quasi) subito

Nel suo “Secondo diario minimo”, un libriccino datato e prezioso, Umberto Eco si diverte tra le altre cose a illustrare alla sua maniera la differenza tra un film porno e un qualsiasi altro film.
La visione scherzosa e disincantata è però datata 1992 e, come sappiamo, se l’ironia è eterna, il contesto in cui essa matura è invece estremamente variabile. Così l’espediente del viaggio in auto che nel film porno dura in modo esagerato, quasi a giustificare costi e plot della pellicola, può oggi essere usato per misurare la temperatura dei tempi che cambiano. Il web e il consumo istantaneo di desideri, l’overdose di stimoli virtuali, il limite sempre più sottile tra il reale e l’irreale hanno stravolto le vite di tutti gli umani del pianeta, connessi e non. Quindi anche dei signori del porno e della giostra di miliardi che gira loro intorno (basti pensare che il valore del dominio sex.com è di almeno 13 milioni di dollari). Oggi l’uomo che, ai tempi di Eco, si spostava da un luogo all’altro per andare a compiere il suo atto cruciale non prende più l’auto, ma si fa trovare a casa, pronto all’uso. E se proprio la prende, quella benedetta auto, la usa non come noi comuni mortali, ma in un senso estremamente cinematografico: la rende teatro dell’azione (esistono serie intitolate a fake-taxi, a pullman un po’ troppo affollati o ad altri mezzi di trasporto adattati all’occasione), la reinventa come alcova, la trasforma insomma da strumento a pretesto.
E, badate bene, questo è un metodo che si applica non soltanto alla categoria del porno, ma in qualche modo a tutta la cinematografia a uso e consumo del web e delle tv on demand. Il modello di pornografia di questi anni è in fondo il modello Netflix: tempi rapidi, fruizione facile, mirare dritti al cuore (o un po’ più giù nel caso specifico). La scrittura non deve lasciarsi inseguire, ma inseguire essa stessa, arrivare senza causare troppa fatica giacché un clic è un attimo e ci si sta nulla a cambiare prodotto e a condannarlo a un fallimento e/o a un rapido, e non indolore, oblio.
Cambia tutto, cambiano contenuti e contenitori, tempi e attese, perché cambia il fattore cruciale, che poi è il vero algoritmo dei misteri: lo spettatore.
La “sana scopata” di cui parla Eco non è più sponsorizzata dall’assessorato ai trasporti, ma è assolutamente gratis. E, si sa, oggi quando qualcosa è gratis la merce siamo noi.

  

Si Salvo chi può

Foto di Rosellina Garbo

Dunque c’è un’inchiesta, quella sulla strage di via d’Amelio, condotta in modo infame per 25 anni, con un depistaggio che in un Paese civile dovrebbe vedere i responsabili in galera e non freschi come quarti di pollo in una tavola di vegetariani. C’è un rosario di omissioni, di traccheggi, di atroci bugie che si arricchisce di giorno in giorno di nuovi grani. C’è una pattuglia di magistrati che ha sonnecchiato per decenni frequentando convegni e riviste (con più pagine che lettori) anziché uffici giudiziari. Ci sono poliziotti che adesso sono sott’inchiesta per aver costruito ad arte uno pseudo-pentito, Vincenzo Scarantino, e aver aggiustato le sue dichiarazioni incolpando innocenti e proteggendo i veri colpevoli. C’è tutto questo (e molto altro) dietro l’indagine infame che per decenni ha protetto un patto criminale con uomini delle istituzioni protagonisti. E che fa la procura di Catania? Mette sotto inchiesta Salvo Palazzolo, il cronista che ha raccontato ciò che tutti noi dobbiamo sapere. Lo fa con una solerzia quantomeno sospetta, probabilmente perché i nomi coinvolti sono illustri e perché la polvere sollevata tende a coprire quella che per troppo tempo ha riempito i fascicoli di un’indagine dai risvolti mostruosi. Poi chissà, canis canem non est.
Ci sarebbe da ridere se non fosse terrorizzante.