Colleghi e guardati

Ho lavorato per oltre vent’anni al Giornale di Sicilia e me ne sono andato nel 2007, quando ho capito che non avevo più nulla da dire/fare in quel quotidiano. Ho lasciato in quella redazione, oltre a mille ricordi, molti amici e colleghi, compagni di avventure dentro e fuori i locali dell’azienda. Col tempo, alcune di quelle persone hanno maturato nei miei confronti un astio e un risentimento che ritengo ingiustificati. È vero, posso risultare colpevolmente poco simpatico per motivi che vanno dalle opinioni politiche alla scelta del vino (tipo: odio il Grillo). E poi sono insofferente a quei luoghi comuni che avvelenano la nostra socialità reale, quella analogica, e per di più sono da sempre mezzo vegetariano in un momento in cui i vegetariani si mangiano una bella fetta di carne… ops!. Tornando al Gds è anche vero che mi è capitato di criticare le scelte di una direzione ultratrentennale, di mettere in luce passi editoriali sbagliati, ma anche di solidarizzare con la redazione in momenti difficili e di salutare con gioia il nuovo corso. Qui trovate un bel po’ di materiale.

Nel tempo questi colleghi non hanno perso occasione di trattarmi con sufficienza (è un loro diritto, ma io ci sono rimasto male…), hanno detto schifezze di me (mai di persona, manco a dirlo), e soprattutto hanno boicottato alcune mie iniziative professionali sulle pagine della cronaca (iniziative che invece avevano paginate sui giornali nazionali, quindi qualcosa probabilmente valevano), come se tacere di un evento che può interessare i lettori fosse uno sgarbo a me e non a chi quel giornale ancora coraggiosamente lo compra.
Non vi nascondo che la cosa mi ha addolorato perché credo di aver sempre anteposto il rispetto per il mestiere e per il diritto al lavoro alle normali critiche che si possono rivolgere a una testata giornalistica come a chiunque altro, che sia cronista o salumiere, magistrato o meccanico.

In Sicko di Michael Moore, documentario tosto sul sistema sanitario statunitense, il regista alla fine racconta la storia del suo principale detrattore, finito in difficoltà proprio per problemi di salute, che si vede recapitare una somma in denaro da un anonimo.
Nell’ottobre del 2020 qualcuno organizzò una colletta per supportare il comitato di redazione del Giornale di Sicilia in una difficilissima vertenza contro la nuova proprietà. Anche lì ci fu una donazione fatta da un tale, da uno che pareva non entrarci nulla, proprio per aiutare i suoi detrattori. Che ovviamente non ringraziarono mai. Ma questo, al netto della buona creanza, non conta.

Conta invece il motivo per cui oggi scrivo queste righe.
Perché ho ritrovato una lettera del dicembre 2006 scritta dal tenutario di questo blog all’allora condirettore del Giornale di Sicilia che aveva contestato l’eccessivo spazio (manco 60 righe) dato a un’iniziativa pubblica di Rifondazione Comunista contro una Commissione regionale antimafia sonnecchiante. Si parlava – udite udite – di Totò Cuffaro, allora presidente della Regione indagato per fatti di mafia e di Antonio Borzacchelli, uno che aveva un vissuto abbastanza complesso.
Insomma mi ero preso una cazziata dalla direzione per qualcosa che aveva a che fare con l’aria che si respirava e che ci avrebbe intossicato negli anni a venire (ma allora nessuno lo sapeva, c’erano solo una coscienza e un’etica professionale a guidarci, e sono cose che non vengono distribuite come i buoni pasto). Mentre io, in modo semplice e senza fare rivoluzioni, volevo respirare normalmente: insomma non volevo vivere intubato. Altro che eroismo, era roba di alveoli… Ognuno sceglie l’aria che si merita, in fondo.
Di lì a poco svuotai i cassetti e me ne andai per sempre: abbandonando un posto fisso e tuffandomi nel mare aperto dell’incertezza (non sono ricco di famiglia né avevo gli assi nella manica di molti miei colleghi, molto più lungimiranti di me, che venivano foraggiati da fior fiore di imprenditori molti dei quali, quelli più generosi, in odor di mafia). In più me ne sono sempre fregato di strumentalizzare accadimenti e convergenze astrali che sono stati la fortuna di chi era al posto giusto nel momento giusto a prescindere dal merito e dalla capacità professionale (su questo potrei scrivere un’enciclopedia e non è escluso che lo faccia quando troverò il tempo). Fregandomene li ho visti sfilare sulla passerella, onorati, riveriti, premiati, incensati. Parlo dei giornalisti, mica degli imprenditori. I giornalisti quando si mettono di impegno non sono secondi a nessuno per grottesco arrivismo, credetemi. Ma io, ormai, per incoscienza (e per culo) avevo preso nuove vie, avevo imparato a sbagliare da solo e mi inebriavo di una nuova vita da addentare con incosciente passione.
Comunque il preambolo è durato troppo.
Volevo dirvi che di questa lettera mi ero dimenticato per 16 anni, sino a oggi quando nel mettere ordine tra i miei files è venuta fuori.
Eccola.

Gli eventi degli ultimi tempi mi hanno indotto ad alcune riflessioni che ritengo importanti sul mio ruolo al Giornale di Sicilia.
Sabato 13 dicembre mi hai contestato verbalmente l’eccessivo spazio che, a tuo parere, abbiamo concesso alle polemiche sulla commissione antimafia regionale. Ne ho preso atto, nel rispetto dei ruoli, ma è mio diritto dissentire profondamente.
Ritenevo che la questione non fosse una roba che interessa “quattro o cinque persone”, alla luce dello spinoso caso Borzacchelli e dell’ancor più difficile caso Cuffaro. Ora, in una Regione in cui il presidente è indagato per concorso esterno in  associazione mafiosa e in cui gli inestricabili circuiti del potere (politico, amministrativo, giudiziario) sono comunque chiamati dentro, non è per me facile muovermi senza regole chiare ed inequivoche.
Il ruolo e i passi della politica in quest’ambito (antimafia e dintorni) sono cruciali, si può registrarli o ignorarli. Farne trenta o cinquanta righe è un falso problema. L’iniziativa di Rifondazione comunista era, a mio parere, meritoria di attenzione: ho dato lo spazio che serviva per offrire al lettore cifre, dati, accuse, repliche, argomentazioni su un organismo al centro di forti polemiche in questi ultimi giorni (vedi Borzacchelli-Cuffaro). Si poteva registrarla o ignorarla.
Al di là di questo caso, la gestione delle notizie è, per quanto mi riguarda, ormai solo un mero esercizio di contabilità. Basterebbe una segretaria, perché sprecare denaro con un vice-caporedattore?
Il mio spazio di manovra è stato ridotto sempre più.
Ogni giorno il Giornale di Sicilia pubblica stralci, ampi e assolutamente sovradimensionati, di interviste ad assessori e politici (di schiacciante maggioranza polista) a Rgs. Ebbene, la maggior parte di questi titoli sono al futuro: “Faremo questo…”, “Ci impegneremo…”, “Risolveremo…”.
Questo, a mio parere, è il bla-bla politico. E sancisce, sempre più, un distacco, volontario e asservito, da ciò che non è allineato col governo regionale\provinciale\comunale.
Se così non fosse, vorrei capire come mai sabato scorso mi hai rimproverato di non esser stato informato preventivamente sulle 58 righe che riguardavano l’iniziativa di Rifondazione comunista (ampia replica compresa). Ogni giorno infatti l’intero giornale è intasato di “aperture” dove Cuffaro, i suoi assessori, Cammarata e compagnia bella dichiarano e promettono a più non posso. Eppure non credo che i colleghi dirigenti ti chiamino per informarti step by step sullo stato delle cose. Almeno io non lo faccio. La maggioranza di centrodestra dichiara, noi stampiamo. In automatico. E nulla mi è stato contestato, perché evidentemente piace così.
Mi è chiaro che la linea politica di un giornale la traccia il direttore, ma a questo punto ho bisogno di certezze.
Il fatto che la commissione regionale antimafia abbia fatto soltanto 13 sedute utili in due anni in una terra che non è Disneyland è una stupidaggine?
C’è stata una conferenza stampa, c’erano decine e decine di agenzie. Dovevamo ignorare l’avvenimento?
E potevamo farlo alla luce della nostra verifica sulla produttività dell’Ars?
C’è un caso giudiziario, l’ultima inchiesta su mafia e politica imbastita dalla Procura di Palermo, che rischia di esplodere con una potenza mica male. Lo dico molto chiaramente: il pericolo è che se scoppia una caldaia in quei palazzi, qualche mattonella viene giù anche da noi.
Il nostro cronista (…) vive in un clima di forte sovraesposizione. (…) è depositario di molti retroscena dell’inchiesta, ha letto verbali, ha proposto articoli e se li è visti bocciati o pesantemente emendati. Non entro nel merito della legittimità degli interventi voluti dal caporedattore centrale in persona di cui ho rispetto professionale.(…)          

Notizie dal clan Palazzotto

Di mio padre vi ho raccontato molto, forse troppo. Ma ognuno è figlio a modo suo quindi non segue dibattito.
Oggi un piccolo gesto – piccolo ma significativo – mi ha fatto riflettere su quanto la vita riesca a togliere e a restituire sotto forma di moneta di altro conio.
Il fatto è semplice: la Lilt, Lega italiana per la lotta contro i tumori, ha dedicato il poliambulatorio di Palermo a lui, Pino Palazzotto, che alla lotta al cancro e al volontariato ha dedicato una vita.
Il contesto è ancora più semplice: nella scia di lavoro che lui e mia madre, anche lei volontaria per decenni – e per di più inarrestabile al limite dell’indomabile – hanno tracciato, è emersa la figura di mia zia Francesca Glorioso che oggi è presidente della sezione Lilt di Palermo, e non certo per congiunture parentali dato che sempre di volontariato si tratta.

Chiusa la parentesi del clan dei Palazzotto, la cosa che mi piace sottolineare è innanzitutto quel “Pino”. Pino e non Giuseppe. Perché lui era Pino per gli amici e anche per i nemici. Solo gli estranei lo chiamavano Giuseppe, e con gli estranei non si recensiscono gli affetti. Quindi quel “Pino” è informalità spinta, è disponibilità continua, è affabilità estrema anche un po’ naif. Lui era così, cinico e sentimentale, quasi un ossimoro.

L’altra cosa – e chiudo che già qui lui sbadiglierebbe – è il luogo e il contesto. Viviamo con l’affanno di dover lasciare un’impronta anche fisica. Oggi Pino Palazzotto non ha una piazza, non ha una via, neanche un vicolo, com’è giusto che sia. Ha un posto ben più importante che lo ricorda, un posto in cui si celebra la vita e si esorcizza la morte: un poliambulatorio per la prevenzione del cancro, a Palermo.  

Peli e destini

Questa storia parte da una cosa che potrebbe risultare un po’ schifosa. Una cosa che riguarda i peli umani. Passiamo la vita a odiarli o a rimpiangerli, a coltivarli o a sperimentare intrugli per debellarli. Dipende dalla zona del corpo in cui si trovano (è chiaro che in testa sono più preziosi che altrove) e soprattutto dall’età in cui ci poniamo il problema. Perché col tempo i peli migrano dai luoghi in cui sarebbe consono che dimorassero a posti impensati e francamente sgradevoli.

Il punto è il tempo che passa. Anzi l’effetto del tempo che passa.

C’è una bella frase di Peter Høeg, un autore che mi piace, ne “I figli dei guardiani di elefanti”: “Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice” (ve ne parlai qui). Rende l’idea di una circolarità delle emozioni che questi tempi duri hanno soffocato. Perché, non è solo un gioco di parole, il tempo risente dei tempi e, ovviamente, viceversa.
Il problema è quello di un’immaginazione inquinata da una situazione estrema e omologante come quella dell’emergenza che ci ha costretti per due anni a una prigionia non soltanto fisica. Ma è anche uno stallo di percezione che fa parte del nostro divenire, credo dall’alba dei secoli.
Ciò che ci affascinava, oggi magari ci fa schifo. Ciò che ci abbagliava, oggi magari è invisibile. Ciò che ci era indifferente, oggi magari ci manca da morire.
Sarebbe anormale che così non fosse giacché l’immutabilità non è di questo mondo terreno, e per quello che so manco degli altri nei dintorni.
È l’inganno delle nostre percezioni che ci spinge all’errore.
Pensiamo all’amicizia come a un valore pressoché assoluto quando è provato che alla base c’è sempre uno scambio di qualcosa (che sia emozione, sentimento, convenienza o altro è un dettaglio che attiene alla nostra fortuna), quindi siamo nel campo del più che relativo.
Dell’amore si dice che quello vero è “per sempre”, mentre magari è proprio quello surrogato e complicato che non morirà mai nell’intimo del nostro cuore (e il mio, come vi dissi, è un cuore bonsai quindi è tutto più complicato e noioso). Quel lavoro sul quale avevamo puntato tutto si rivela, dopo anni di sacrifici, un alibi per non pensare ad altro: abbiamo bisogno di “cause di forza maggiore” per sfuggire alle debolezze, alle nostre cause di comprovata forza minore insomma. Ogni volta che facciamo un favore confidiamo nel fatto che, chissà, un giorno venga ricambiato, mentre ci dimentichiamo che noi prestiamo (e il favore si configura più o meno cinematograficamente come un prestito) ciò che ci possiamo consentire di perdere (e così il favore diventa regalo e fine delle scocciature).

Insomma quello che potrebbe sembrare un festival delle illusioni, è invece una plausibile celebrazione della realtà.
Il fraintendimento è di casa sui social, un po’ meno qui per fortuna, poiché la tendenza superficiale a dover spalmare tutto su un’unica fetta da addentare (il social è una tartina con mille ingredienti da ingerire simultaneamente, alimenta bulimia e non sa di nulla) crea spesso imbarazzanti corto-circuiti tra chi scrive e chi legge. Se uno scrive di amore è iscritto al filone dei depressi. Se uno scrive di aperitivi a quello degli alcolizzati. Se uno scrive di libri a quello degli sfigati. Se uno scrive di politica a quello dei simpatizzanti del regime. E così via.

La verità è molto diversa, per fortuna. Basta imparare a non rompere i coglioni agli altri quando non abbiamo il coraggio di tirare fuori i nostri.
Viviamo una crisi di emozioni genuine, quelle che si sussurrano o si urlano a seconda dei casi (qui un link d’epoca illuminante). Quelle per le quali non c’è vergogna né a dirle né a subirle. Le emozioni degli altri si rispettano, le nostre anche no: ad esempio la debolezza altrui possiamo biasimarla, la nostra possiamo tranquillamente maledirla.

Tutto cambia, tutto deve cambiare altrimenti sarebbe la sagra della noia. Ciò che l’appiattimento di questi anni ci ha tolto è la consapevolezza che non si cambia solo “per uscirne migliori”, la più grande panzana del millennio, ma anche (e soprattutto) per rimanere se stessi: ecco perché non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice.

Like come voti? Macché

L’articolo pubblicato su Repubblica Palermo.

È vero che l’unione fa la forza, ma è anche vero che ci sono forze che unite si annullano a vicenda. Prendete il caso di Francesca Donato che per la sua corsa a sindaco di Palermo aveva riscosso l’appoggio dell’ex pm Ingroia e del comunista Rizzo, ma soprattutto aveva goduto dello straordinario endorsement di Heather Parisi e Alessandro Meluzzi. Risultato: poco più di seimila voti e lista a picco. Eppure la storia della signora Donato non è soltanto un paradigma di alleanze sul tema del negazionismo applicato alle cose della vita – che sia un virus o una strage di ucraini è un dettaglio di mera contingenza di cronaca – ma anche l’occasione per collocare il virtuale nel suo alveo naturale: che è appunto quello di atto non in atto, opposto alla realtà (o peggio suo surrogato).

Finora la migliore prova di fisicità delle sue idee la signora Donato l’aveva data in tv. Ma certe comparsate televisive in cui si discetta, per di più urlando, di ciò che è discettabile solo perché si è forniti di corde vocali annodate a una perigliosa dose di tesi alternative non sono garanzia di nulla, al netto di una complice audience post pandemica.

Poi ci sono stati i social. I like a migliaia, gli applausi digitali ai suoi post non erano promesse di voto, così come non lo erano per altri candidati di ogni schieramento che avevano respirato aria di vittoria a ogni cuoricino luccicante o pollice in su. Perché, oggi domani e sempre, che sia elezione o relazione, fallace è l’emozione da emoticon. E perché il filtro tra promessa e voto, tra polpastrello e cuore è quella cosa che alcuni chiamano reticenza e altri chiamano coscienza.

Palermo senza Orlando

La chiusura dell’era Orlando a Palermo è importante più per quel seguirà che per ciò che è accaduto sin qui. Perché Orlando è stato Palermo e adesso senza di lui la città deve scegliere cosa o chi essere. I palermitani sono purtroppo esperti di indolenza, maestri in quell’arte storta del lasciarsi trasportare senza manco pagare un biglietto. Quindi oggi, alla vigilia di una tornata elettorale i cui unici spunti che resteranno sono gli arresti per questioni di mafia e l’endorsement di Heater Parisi per una aspirante sindaco che crede a Putin e non crede ai vaccini, va riconosciuto ad Orlando di aver fatto ciò che un sindaco, nel bene e nel meno bene, può fare: imprimere un’orma e farla diventare sentiero.

L’ormai ex sindaco ha molti meriti, civili, culturali, sociali. E altrettanti demeriti, amministrativi, caratteriali, politici. Ha incantato con la sua “visione”, dimostrando di saper guardare lontano, ma non ha brillato nell’affrontare l’ordinario, snobbando ciò che è vicino. Soprattutto – ed è un suo vizio antico – non è stato in grado di scegliersi una squadra fidata ed efficiente (salvo rarissime eccezioni).
Il risultato è che oggi il panorama è talmente sconcertante che è più chiaro per chi non votare che per chi schierarsi. Perché Palermo, questa Palermo, deve avere la forza di trovarsi una narrazione senza il dio-demone Orlando, senza qualcuno da amare e maledire allo stesso tempo.
Non è mai stato così nella storia di questa città. I sindaci o si odiavano o si amavano, o si rispettavano per ruolo o per convenienza. Dal pugno di ferro del sindaco boss al pugno di salatini del sindaco aperitivista a go-go, Palermo è stata comunque ostaggio: della mafia, dell’ignoranza, del gioco di specchi di una politica cialtrona. Con Orlando no. Con lui Palermo è stata finalmente Palermo, con le sue possibilità inespresse, con le sue gioie improvvise, con le sue insopportabili contraddizioni, con il suo posizionamento mediatico. Con le sue rinnovate vergogne.
Perché ovunque vai, nel mondo, quando dici Palermo dici Orlando. E tutti conoscono spesso prima lui della sua città.

Ora i palermitani devono mostrare di saper nuotare in mare aperto, da soli. Quello stesso mare che Orlando ha reso ponte anziché confine, battendo, con un’intuizione politica che solo i grandi hanno, un ministro che chiudeva i porti con un tweet: la forza della ragione è il grimaldello dei cuori migliori, quelli che la diversità la cercano e non la sfuggono, quelli che allargano le braccia non per negarsi ma per accogliere.
Chi verrà a Palazzo delle Aquile dovrà ricostruire una macchina comunale allo sfascio, dovrà soprattutto sfuggire alle trappole di una politica gretta e pericolosa che usa il Consiglio comunale come un’arma di ricatto.
Soprattutto dovrà dirci dove andremo.
E rassicurarci che la primavera è una stagione che torna, torna sempre.

La realtà è noiosa?

La realtà è diventata (più) noiosa? O siamo noi che siamo diventati più resistenti allo stupore?
Il tema è meno personale di quanto possa sembrare giacché la percezione della realtà non è soltanto qualcosa da relegare nell’angolo più remoto dei cazzi nostri, ma riguarda tutto il sistema sociale sul quale si basa la parte migliore della nostra vita: quello della relazione con altro e altri.

Esempio. Se io considero la realtà più noiosa – che è già una risposta alle prime due domande poiché la realtà di suo non è divertente o meno, ma sono io che le attribuisco un punteggio in termini di mio stupore – di conseguenza sono meno interessato a essa. Quindi: mi estraneo, vado meno al teatro, leggo meno libri, mi consolo coi social network, bevo di più, mi ingozzo di cibo spazzatura, fumo cento sigarette, indurisco il mio cuore, produco meno, mi drogo, ipotizzo stragi condominiali, divento terrapiattista (in ordine di gravità).
Mentre se reagisco alla resistenza che ho sviluppato allo stupore posso imparare a guardare  le cose con occhio diverso. Senza paura di ammettere che ho cambiato idea, senza l’ansia di dover indossare un abito nuovo. 

Per lungo tempo ho fatto lavori pressoché anonimi: molto ghostwriting (qui una cosa carina in proposito), molta cucina nei giornali. Ruoli che sembrano secondari ma che invece nascondono una fondamentale verità: ci sono mestieri in cui se non ti si vede/nota vuol dire che il lavoro è fatto bene. Non è stato facile, per uno con la mia autostima grottescamente strabordante, convivere con questo compromesso. Ma quello passava il convento e quello dovevo fare per campare. Tutto sommato era un bel mestiere e probabilmente era giusto così.
Ecco, allora ero nel limbo della “realtà noiosa”. Scrivevo per altri e col nome di altri, pensavo a come tirar su un reddito che mi consentisse una vita dignitosa (obiettivo sempre raggiunto perché oltretutto ho culo) e fumavo il fumabile.
Poi cominciai a capire che il problema non era della realtà, ma mio. E cominciai a cambiare le carte e il gioco. Nuotai controcorrente e, non essendo un campione, rischiai di andare a fondo un paio di volte, abbandonai compagni di viaggio che non meritavano la mia compagnia e finalmente scelsi in modo radicale.

Oggi sono un collezionista di errori, alcuni dei quali imperdonabili (ve ne ho parlato più volte). Ma ho imparato che, come sappiamo e come facciamo finta di non sapere, quando il mondo sembra avercela con te, sei tu il problema. E che non c’è vergogna a correggere il tiro senza per forza dare la colpa all’altro.
Ora non vi voglio mandare il messaggio di amore e fratellanza universale perché ci sono momenti in cui le budella si aggrovigliano e vorresti mandare a fare in culo l’universo mondo: ecco quelli sono momenti catartici, ma sono un’eccezione.
Invece voglio sommessamente suggerirvi che quando la realtà vi appare meravigliosa è molto probabile che siate fortunati, ma c’è anche una minima possibilità che vi siate addormentati sul divano.
E lì è sul risveglio che si gioca la partita della vostra storia.
Stupitevi almeno di voi stessi, che è un buon modo di ricominciare. Poi andate a dormire a letto, come dio comanda.           

Tempo sprecato

È tempo sprecato quando

Ti fai raccontare un film anziché vederlo
Ridi per battute seriali
Credi di essere utile per risolvere questioni inutili
Credi di essere inutile per risolvere questioni utili
Trascuri la prima impressione
Ti fidi del consiglio dello chef
Dai facendo finta che non ti interessa essere ricambiato
Voti a sinistra per fede
Immagini di poter mantenere più di quanto hai promesso
Confidi nell’amicizia da polpastrello
Quel polpastrello ti prude e tu non scrivi
Bevi vino al di sotto dei dieci euro
Credi che il dolore riempia un vuoto
Credi che un vuoto sia nato per essere riempito
Usi l’amicizia come surrogato dell’amore
Pretendi dall’amore la duttilità dell’amicizia
Ascolti la nuova musica italiana aspettandoti che sia nuova e italiana
Ti dimentichi che esistono ancora in vita Pat Metheny e Gino Vannelli
Cestini un libro per sentito dire
Pensi che un passo indietro sia una sconfitta
E che un passo avanti sia un progresso (anche davanti al baratro)
Preghi al momento del bisogno
Inganni la cronaca con l’invenzione
Dai più attenzione alle vecchie foto che allo specchio
Ti fidi troppo dello specchio
Usi i tuoi problemi come passepartout
Cedi al fascino delle cose facili
Pensi ai tuoi guai come ai guai dell’universo mondo
Ti guardi indietro e ridacchi per le sventure dei tuoi nemici
Non fuggi quando dovresti farlo senza ritegno.

Katia (e non è una donna)

Questa è la storia di una vita, ma non basta una vita a raccontarla. Perché è la storia in cui una vita si incrocia inevitabilmente con un’altra, con un’altra ancora e così via: figlia mille rivoli di situazioni, mille deviazioni da esplorare, mille bivi da affrontare, mille e mille squarci di umanità che nasce, cresce e muore senza mai saziarsi di un sentimento, che sia odio o amore, invidia o altruismo.
È una storia che provo a scrivere dal 2007 e che è ferma, pressoché completa, in una cartella del mio computer che si chiama “Katia”.
“Katia” non è il nome di una donna, né di un uragano, né di un virus cibernetico.
È il nome di un bar. Un bar della Palermo degli anni ’70 che stava dietro casa mia, nel quartiere Resuttana San Lorenzo (di cui ho narrato proprio quest’anno qui).
Vi ho più volte parlato del mio cassettismo, cioè di quella mania di scrivere e conservare, ritagliare cose scritte da altri e conservare, imbastire idee e conservare, che mi inscrive contemporaneamente in due gironi di moderni dannati: quello dei parsimoniosi delle emozioni e quello degli inconcludenti tout court.
Mi è tornata in mente oggi, questa storia (anche se mai se ne era andata per i fatti suoi), quando ho appreso della morte del più caro dei miei ex amici. Sono andato a cercare nel ripostiglio tra le foto, impolverandomi le gambe con i vecchi album, distendendo tra le mani carte spiegazzate dal tempo. E poi, ripresomi da questa operazione sentimentalmente analogica, ho riaperto il file della famosa cartella “Katia”.
In quel preciso momento ho capito che almeno per una volta dovevo vincere il mio cassettismo e tirare fuori lo scheletro di questa storia. Solo lo scheletro perché se non basta una vita per raccontarla, figuriamoci un blog. Ora scrivo questo post avvertendovi che è più lungo del solito e che non mi offendo se lo abbandonate adesso ma se sbadigliate durante, sì.

La Palermo degli anni ’70 non era soltanto la Palermo del “sacco” edilizio della mafia, dei delitti impuniti e delle censure ai manifesti dei jeans, era anche la Palermo delle comitive oceaniche.
Noi stavamo al Katia, appunto. Ed eravamo migrati lì, davanti a quel bar anonimo e diciamolo anche un po’ scarso, perché c’era un grande marciapiede e perché la strada non era centrale, quindi garantiva il giusto riparo alle attività lecite (più o meno) dei ragazzini.
Il nostro era un gruppo stratosfericamente assortito. C’erano il figlio del professionista e quello del mafioso, c’erano il fighetto benestante e il poveraccio dignitoso, c’erano i fighi e gli sfigati, c’erano drogati e virtuosi, c’erano musicisti e gli sciatori (sì, sciatori come vi ho raccontato qui). Tutti insieme senza sussulti.
Perché il succo nobile della storia è proprio questo. In questo melting pot di anime più o meno inquiete non c’era spazio per i pensieri inutili, per i rovelli che non fossero benzina emozionale per il gruppo. Se uno sapeva fare una cosa, tipo andare sullo skateboard, stappare la Coca Cola coi denti, fare lo slalom speciale sullo “Sparviero” di Piano Battaglia, impennare con la Vespa, raccontare barzellette, la faceva e nessuno – ripeto nessuno – lo sminuiva. Perché era parte del servizio di consolidamento della comunità. Lì, davanti a quel bar assolutamente inutile dove nessuno di noi comprava niente.
Anzi, chi aveva una specializzazione veniva iscritto in una specie di sottogruppo: io ad esempio facevo parte di tre “commissioni”, sci, skate, impennate e stavo fuori in modo tassativo da barzellette e, tipo, calcio. Ma mi andava bene così. Perché c’era un criterio di valorizzazione democratica perfetto.

Il succo meno nobile della storia è nella narrazione trasversale che una narrazione vera impone. Così come i bambini sono crudeli, gli adolescenti sono traditori.
È nella loro natura, nell’imposizione biologica del loro stesso divenire. Dell’infanzia per fortuna poco ricordiamo, per l’adolescenza invece il discorso è diverso. Soprattutto per un cassettista che ha una storia dentro che spinge come un calcolo renale, con relativo dolore.
Noi ci tradivamo con gioiosa leggerezza. Non solo con le ragazze (e le ragazze coi ragazzi… allora non ci rompevamo i coglioni con queste parità di genere stentoree), questa è la parte più banale tipo “Tempo delle mele”, bensì con l’incoscienza di voler un panorama sempre più ampio, con la voglia di uscire da quel budello di quartiere, con la speranza di liberarci dal gioco di eterni comprimari (la comitiva era la culla potenziale del pari merito immeritato) e diventare finalmente protagonisti. In fondo eravamo inconsapevolmente figli della filosofia aberrante dei “6 politico”. E a noi di una sufficienza non ce ne fotteva niente.
Così ci fu quello che sposò il lavoro a tempo pieno, quello che deragliò nella droga, quello che si mise a caccia di latitanti, quello che lo aiutò dall’interno, quello che bluffò e ce la fece, quello che partì e finse di ritornare ricco, quello che impegnò beni non suoi, quello che rise anziché piangere e quello che spergiurò vendendosi gli affetti più cari. Tutti i colori del tradimento in un patto non scritto di eterna fedeltà stilato all’ombra di quell’insegna brutta come un bar di periferia.

Quando nel 2007 iniziai a scrivere questa storia, la maggior parte dei protagonisti erano in vita o comunque galleggianti. Mettendo insieme realtà e fantasia mi resi conto che la somma di tutti questi deragliamenti era la cifra di una generazione.
Col tempo, negli ultimi quindici anni, molte di queste sensazioni ve le ho trascritte in queste pagine: del resto non a caso questo è il blog di uno che “ha vissuto sei-sette vite sempre sbagliando da solo”. Oggi scommetto più sulle ultime tre parole che sulle precedenti poiché non sono un gatto e i conti da pagare si affastellano sul tavolo della mia esistenza anagrafica.
Però sono certo che c’è una forma di eroismo persino nelle anime qualunque, sopravvissute agli abusi della cronaca di quartiere e alla violenza sociale degli anni ’70. Sta tutta nella capacità di guardare alle differenze con occhio anacronisticamente umano. Noi eravamo tutti diversi in quella adunata di anime capellute e strascicate, e mai questa diversità fu un ostacolo.
Ancora oggi gli amici sopravvissuti a quella epopea sociale sono ben stratificati nel tessuto connettivo di questa città, alcuni stanno altrove, altri non hanno mai abbandonato le loro difficoltà e altri ancora ne hanno incontrate di nuove, drammatiche e impellenti. Alcuni ce l’hanno fatta, altri si sono arresi, umanamente e senza obbligo di vituperio. Io sono un fortunato e ogni volta che incontro un amico di quei tempi lo abbraccio con la forza di una disperazione che avverto solo io: come dire, grazie di avercela fatta, non era scontato in un’epoca di citofoni scassati e telefoni a disco.  
Col tempo che passa siamo più deboli, ma la nostra forza sta nel capire – e non è facile – che nella spiaggia della nostra memoria un ricordo non deve essere un granello di sabbia nell’occhio, anche se la lacrima scende lo stesso.

Per questo, anche per questo, la storia del file “Katia”, che non vi racconto, finisce qui.

Incazzarsi

Una ventina di anni fa il direttore di un importante newsmagazine mi disse: “Io non mi incazzo se un mio giornalista buca l’avviso di garanzia al presidente della Repubblica (è un esempio a caso, nda), mi incazzo se sbaglia il nome della scuola in cui ha fatto il liceo”. Che è una metafora perfetta, e manco troppo metafora, sul paradosso di certi errori. Tendiamo a concentrarci sulle scalate senza corda e inciampiamo sullo scendiletto, guardiamo in alto quando il pericolo è rasoterra, valutiamo un bene imponente e sottovalutiamo un bene che è bene e basta, quindi prezioso di suo, senza aggettivi. E soprattutto abbassiamo la guardia della buona creanza che ci sussurra sempre di verificare, verificare, verificare: e fate attenzione a come certi metodi vadano bene per il mestiere e per la vita privata, dal giornalismo ai rapporti umani (amicizia, affetti, amore). Solo che nel primo caso c’è sempre una possibilità di rimediare a norma di legge o per deontologia, mentre nell’altro caso c’è da mangiarsi le mani, rodersi il fegato o rompersi le palle, insomma c’è comunque da sacrificare una parte del corpo.

Non c’è niente di religioso né di meditativo in questa riflessione. Credo che gli errori facciano parte del nostro cammino e che non esista un lasciapassare dato da un dio o da un guru. Credo anche che se ci fosse un dio (o un guru) un po’ più largo di manica in tema di aiutini dovrebbe metterci un chip sottopelle che dà un impulso non quando facciamo una scelta sbagliata – il libero arbitrio è un fondamento della bellezza, dell’arte, della religione più pura – ma quando sottovalutiamo per distrazione, quando abbozziamo un sorriso annoiato anziché drizzare le antenne, quando vogliamo essere noi e altro, anziché essere noi e basta. Ne parlai qui con un inusitato trasporto.
Insomma dato che non esistono né la macchina del tempo né la tessera punti delle minchiate, l’unica è affidarsi all’altro.
L’altro.

Ne riparleremo qui e altrove. Promesso.

A cena coi negazionisti

Mi è successo molte volte nella vita. E ne parlo adesso perché ci sono cose che chissà perché sedimentano negli angoli meno importanti della nostra memoria e poi, tutto a un tratto, si presentano all’appello come un amico non invitato che arriva per cena.
Proprio di cena parliamo.

L’invito a cena con negazionista.

Mi è accaduto nei secoli dei secoli, sempre a tradimento, di ritrovarmi in situazioni paradossali con commensali conosciuti al momento. Sia a casa di altre persone che, peggio ancora, a casa mia. Sapete come funziona: fai un paio di inviti e poi l’amico/a di turno ti dice “porto una coppia di amici miei, sono simpaticissimi”.
Ecco, quel “simpaticissimi” può essere un importante campanello d’allarme. Una via di mezzo tra una excusatio non petita e un’insana pulsione per la carrambata.
Insomma gli “amici simpaticissimi” sono quelli che, appena arrivati in un ambito di cui non sanno nulla (del luogo, dei padroni di casa, delle storie di chi c’è) mettono in discussione pure il lievito del panino che hanno addentato. “Eh, tu che ne sai come lo fanno…”. La dittatura del lievito o, se volete, il lievitogate.
Per esperienza ho coscienza che quello sarebbe il momento in cui si dovrebbe prendere in mano la propria vita, con relativo soprabito, girare sui tacchi e fuggire. Ma sempre per esperienza so che nessun abitante sul pianeta terra ha il fegato di ammazzare sul nascere una serata tra amici solo per una (seppur lucidissima) intuizione.

Quindi si va avanti verso il baratro.

I “simpaticissimi” passeranno rapidamente in rassegna i temi di cronaca prima ancora che l’antipasto sia stato consumato. Sceglieranno l’argomento più chiaro, univoco, noioso – cronaca, politica, sport, economia, non hanno ritegno pur di caricare a pallettoni la loro arma sparaminchiate – e inizieranno a perforare i vostri coglioni con una serie di dubbi che solo a loro suscitano una vibrazione, mentre per la restante parte del genere umano al limite si perdono nell’alito di uno sbadiglio all’aglio del crostino appena addentato.
Poi passeranno alla parte più crudele del loro piano. Entrare nelle vostre competenze professionali, penetrarle selvaggiamente, stuprare le vostre certezze universitarie o comunque frutto di studi, sbrindellarle come carta igienica a tre veli sotto un getto d’acqua: e dichiarare a muso duro che non avete capito un cazzo di ciò che in realtà potreste insegnar loro. Lo faranno guardandovi negli occhi e contando sul fatto che il coltello del burro che avete in mano è stato fabbricato dall’altra parte del globo e che dato che la terra è piatta non esiste. Qui gli va riconosciuto un certo coraggio, ma del resto l’incoscienza è l’arma atomica dei cretini.

Infine i “simpaticissimi” si cureranno di lasciare la (s)cena del delitto pulita, senza prove. Se vi hanno rincoglionito con la storia di un poliziotto loro amico che conosce la vera identità del superlatitante più ricercato al mondo ma che non può rivelarla a nessuno perché nessuno gli crederebbe dato che il poliziotto in questione è un no vax agguerrito (raro caso di complottista che non si ribella a un complotto), e  voi boccheggianti gli chiedete un dato certo, un contatto, un sospiro di realtà tangibile, loro vi rispondono che non possono dirvi altro. Per il vostro bene.
Ripeto: per il vostro bene.
Cioè loro non solo vi illuminano, ma vi salvano anche. Messia scansate insomma.

Alla fine quando ve ne tornate a casa però li ringraziate e vorreste abbracciarli anche se non li avete più a tiro di minchiata, anche se avete la certezza che li avete salutati con calore proprio perché il vostro era un addio. Perché i “simpaticissimi” vi hanno dato una lezione fondamentale: conoscere significa sempre dubitare, dubitare sempre non significa conoscere. Dubitare senza aver interesse di conoscere rompe i coglioni e fa andare di traverso la cena.
Ma salutiamoci così affettuosamente, cari complottisti. Tanto la terra è piatta e non gira e quando voi avrete conquistato un angolino, tipo in alto a destra, noi saremo al margine del tabellone, tipo in basso a sinistra.
(Noi da anni lo chiamiamo Risiko, ma è bene non farglielo sapere ai “simpaticissimi”: per non  turbarli).