Il giudice e il suo boia (che non sono io, ma il suo vizio)

Stamattina ho postato sul mio profilo Facebook la foto e il testo che vedete sopra. Si tratta di un’immagine presa dal profilo del giudice finito nell’inchiesta sul giro di cocaina a Palermo: per lui c’è stato, prima il trasferimento al settore Civile (come se si trattasse di un luogo di ricreazione) poi l’avvio di un procedimento disciplinare.
Le truppe cammellate degli amici del giudice sono andate alla carica, com’era prevedibile, del sottoscritto con argomenti risibili e anche un po’ sgangherati: diffamazione (ma di che?), sciacallaggio (per ottenere cosa? Un buono aperitivo?), benaltrismo (ci sono altre cose più importanti di cui occuparsi: il prezzo delle cartine?), mi faccio pubblicità (con una causa così ovvia?).
Ora, premesso che ontologicamente c’è sempre qualcosa di più importante di cui occuparsi quando uno si occupa dell’amico tuo, c’è un tema ben più importante da affrontare, secondo me.
Ed è il tema che dovrebbe affrontare il CSM.
Questo signore, nei confronti del quale non ho nulla di personale, ma verso il quale – per il rispetto che ho della magistratura – devo mettere in campo tutta la mia intransigenza professionale, oltre ad aver tenuto un comportamento quantomeno incauto nella gestione dei suoi vizi (chiama “compare” il suo spacciatore, tira fuori il tesserino professionale quando gli agenti lo sorprendono e altre amenità), non mostra di avere piena contezza del suo importantissimo ruolo. E la foto postata pubblicamente sul suo profilo Facebook – chiunque la poteva vedere, non ho rubato nulla – mentre fuma con il cartello del divieto ben in vista alle sue spalle, è un elemento di valutazione. Lo è per colpa sua, perché è riuscito a rendere rilevante qualcosa che per chiunque altro sarebbe una fesseria.
A mio parere questa foto che lo mostra mentre fa una cosa sanzionata dalla legge è un tassello che purtroppo va inserito nella sua naturale collocazione quando si tratta di decidere se un professionista del suo livello ha un atteggiamento corretto o meno.
Non ci sono chiacchiere su temi così importanti. Non ci si affida al blabla dei social per stabilire dove sta il diritto. Il mio ruolo professionale è, è stato e sempre sarà, quello di segnalare. Senza pregiudizi.
Al magistrato dico: buona fortuna. Ai suoi amici: stategli vicino.

 

  

Se vostro figlio torna a casa pestato

Il padre che pubblica le foto del figlio minorenne pestato da delinquenti minorenni innesca polemiche lunghe come la teoria di dubbi sulla reale utilità di quel gesto.
Da un lato l’esigenza di dare una scossa, di rispondere a choc con choc, dall’altro evidenti limiti di privacy e di esigenze di tutela dei minori.
Bene, questa è la parte che conosciamo tutti.
Ora prendiamoci però la piccola libertà di riflettere su un altro aspetto.
Il mondo, come lo conoscevamo sino a dieci anni fa, non c’è più. Tutti, ripeto tutti, siamo stati catturati dall’orbita di questa nuova giostra che travolge e stravolge: il privato è pretesto per rendere più appetibile il pubblico (e viceversa), la condivisione è la forma di intrattenimento più gettonata, lo smartphone è l’unico oggetto del desiderio che non teme il logorio della vita moderna, il sistema di relazioni è fondato su una rigida scelta di campo – meglio quel gestore di telefonia o quell’altro?
È chiaro che, nonostante le umane resistenze di chi è cresciuto nel mondo analogico, non si può cercare di svuotare il mare col secchiello. Quindi è inutile lanciarsi in crociate che sottendono giustizie sociali di altre ere geologiche.
Un minorenne che vive nei social, tra i social, per i social non può che trovare lì il suo destino o, se preferite, la sua nemesi (il discorso vale anche per i maggiorenni, ma in questo momento la riflessione è legata ai ragazzini). Per questo non riesco a non immedesimarmi nel padre di quel ragazzino che torna a casa pestato e umiliato, e che racconta tutto all’unica autorità che dio, o madre natura, gli ha messo di fronte: un papà attonito. Un papà che ha il dovere di fare tutto quello che può per il suo bambino. Ecco, se quest’uomo ha ritenuto di fare un passo ardito nel mondo che è più di suo figlio che suo, vuol dire che ha capito che il coraggio è una forma d’inquietudine: ognuno ha la sua. Ci si nasce e chi non ce l’ha non la troverà online.

  

Pensiero debole, minchiata forte

C’è un insulso movimento di pensiero, che naturalmente sboccia sui social, secondo il quale un assassino – crudele e selvaggio come un assassino che dà fuoco a un essere umano – non ha diritto a un avvocato. Deve marcire in galera, deve essere bruciato a sua volta, occhio per occhio canino per canino.
I portatori (neanche tanto sani) di simili geni di incongruenza potrebbero limitarsi a dire: ok è vero, esiste la legge però a me la legge fa allergia quindi sono per il taglione. Invece ne fanno una campagna di opinione che, con le dovute cautele, ha la stessa plausibilità di un programma politico di Francesco Benigno.
Ma l’allergia verso la legge non può essere invocata solo quando c’è di mezzo il sentimento più a basso costo che esista, e cioè la vendetta. Perché chi di allergia ferisce…
Che ne direbbero questi geni del pensiero social se la stessa allergia colpisse anche il mondo che li circonda e non soltanto i loro alacri polpastrelli? In fondo un assassino, un truffatore, un rapinatore, un corruttore soffrono della stessa loro patologia. Anche loro si ribellano, a volte a muso duro, alle regole. Solo che loro almeno non dilagano su Facebook. Mica fessi, quelli.

  

Dire grazie a chi lo merita

La campagna del radicale Marco Cappato che con l’associazione Luca Coscioni porta avanti la battaglia per una morte dignitosa è anticamente bella.
Anticamente perché in un’era di mobilitazioni da mouse, con migliaia di rivoluzionari da tinello che non alzano il culo dalla sedia manco per affacciarsi alla finestra e respirare un po’ di realtà, uno che va in Procura per autodenunciarsi per il reato di aiuto al suicidio (rischiando una paccata di anni di carcere), dopo aver accompagnato un uomo in Svizzera per il suo ultimo viaggio, compie un gesto di antica importanza. Di coraggio radicale, se volete: autentico, che si tocca con mano, che commuove. E che dimostra che per accarezzare il cuore dei vivi non servono i finti videoclip coreani sul giovane mendicante che diventa una star della medicina e guarisce aggratis chi gli aveva dato l’elemosina.
Bella perché è una campagna drammaticamente meravigliosa. Forte e amorevolmente crudele come solo la storia dei radicali ha saputo metterne su.
Insomma Marco Cappato indagato è il migliore motivo per guardare al futuro con ottimismo analogico. Se proprio qualcosa il fantasmagorico popolo del web volesse fare per mettere a buon profitto l’impegni di Cappato, dell’associazione Coscioni e di quei galantuomini che lottano per un ideale scomodo e anticamente bello,
potrebbe limitarsi a leggere, imparare, rileggere e riflettere. Senza lasciarsi trascinare da un hashtag, ma solo da un’eventuale anarchica emozione.

  

Chi difende i cocainomani?

Lo so che a molti dà allergia che si parli dei vizi dei ricchi o delle debolezze degli amici, però a me questa storia della cocaina a fiumi a Palermo mi dà i tormenti. Un po’ ne ho scritto qui e ne ho parlato altrove. Un po’ l’ho lasciato sedimentare nel caos dei miei pensieri.
Ecco uno spunto.
Abbiamo crocifisso i commercianti che pagavano il pizzo, lo abbiamo fatto nel nome del rispetto delle regole e tutti noi, al di qua della barricata, sappiamo che ci fa orrore il solo pensiero che qualcuno foraggi la criminalità organizzata in una città in cui la criminalità organizzata ha combinato quello che ha combinato.
Ora si scoprono cocainomani insospettabili (???) che vengono guardati con sufficiente e nemmeno troppo malcelata benevolenza perché in fondo sono cazzi loro, e non fanno male a nessuno, e sniffare non è reato penale, e c’è di peggio nell’universo, e via blaterando.
Ebbene no. E non bisogna fare i bacchettoni per ricordare che chi paga il pusher finanzia Cosa Nostra. O credete esclusivamente all’invenzione anarchica di Breaking Bad?
In più, a voler essere pignoli, ci può essere qualche commerciante che – pur sbagliando clamorosamente – ha scelto di cedere all’estorsione per salvaguardare posizione economica e posti di lavoro. Mentre il cocainomane agisce solo per esclusivo e personalissimo tornaconto, per egoismo insomma.
Tutto qui.

  

L’era della rabbia

“Se non vi arrabbiate, vuol dire che non siete attenti”, recita uno slogan apparso spesso nelle proteste contro Donald Trump. E a giudicare da quello che è accaduto oggi a Palazzo d’Orleans a Palermo, di attenzione da queste parti ce n’è parecchia. Fin troppa. L’arringa sbraitata da Pif nel segno di una battaglia sacrosanta per i diritti calpestati dei disabili siciliani è tuttavia una linea Maginot della nostra socialità. Che impone una domanda: si può vivere civilmente senza dover essere incivili contro chi impedisce il vivere civile?
Nel mio piccolo sono d’accordo al cinquanta per cento con la retorica urlante di Pif. Perché se è vero che è il risultato quello che conta (e i disabili siciliani aspettano come un’elemosina l’aiuto loro dovuto dalle istituzioni), è anche vero che quest’andazzo di agguati a mezzo tv, di telecamere e telefonini sguainati sta deformando la realtà: si è a favore del muscolo piuttosto che del cervello. E questo non è un bene.
In un articolo su The Guardian, lo scrittore e saggista indiano Pankaj Mishra ha raccontato, la settimana scorsa come dalla Brexit a Trump, dalla xenofobia in Europa all’elezione di Duterte nelle Filippine, gli eventi dell’ultimo anno siano incomprensibili per l’occidente razionalista e liberale. E ha spiegato come in realtà sia il nostro modo di interpretare il mondo che non funziona più.
La tentazione è quella di continuare a spiegare la crisi della democrazia – perché di questo si tratta – usando dualismi rassicuranti come liberalismo e autoritarismo, islamismo e modernità, Pif e Crocetta, grillismo e tradizionalismo. Ma – suggerisce Mishra – forse sarebbe più utile pensare alla democrazia come a una condizione emotiva e sociale particolarmente fragile che, aggravata dal turbocapitalismo, è diventata instabile.
Quando ci lasciamo incantare da un presentatore tv che urla e annichilisce un navigato politico, per di più esperto nella politica-spettacolo, non dimentichiamo mai che un astioso troll di Twitter è diventato l’uomo più potente del mondo.
Come hanno sempre sostenuto i buddisti, l’avversione e il desiderio sono due facce della stessa medaglia: sia che moriamo dalla voglia di qualcosa o che la detestiamo per qualche motivo, sempre di un’ossessione si tratta.
Ecco perché Pif che grida contro Crocetta mi dà il 50 per cento di soddisfazione. Perché dà corpo alla fisicità delle istanze, mentre dobbiamo imparare a essere più precisi nelle questioni dell’anima. Perché è soluzione immediata, ma precedente pericolosissimo. Perché è rimedio ma rischia di diventare causa.
L’era della rabbia ci ha travolti. La nuova resistenza probabilmente non è mobilitazione fisica, ma addestramento al distacco razionale.
Apprendere per andare al contrattacco.
Riflettere per vincere.
Studiare per impugnare l’arma più giusta: quella della conoscenza.
Anche se non fa like, smile e uau!

Qui il podcast.

  

Uno che se ne deve andare, subito

C’è questo assessore regionale alla Famiglia che si chiama Gianluca Antonello Miccichè e che ha il vizio di fuggire davanti ai problemi. E già questo è grave per un amministratore pubblico. In più costui è affetto da una grave forma di codardia congenita che lo fa scappare a gambe levate soprattutto quando si trova davanti a chi non lo può inseguire, cioè i disabili. Il che lo rende anche insopportabilmente scorretto.
Insomma c’è questo assessore regionale alla Famiglia che non merita di stare dove sta, ma merita di andare in un altro posto, e magari al più presto (ho un’idea precisa). Perché non è tanto il grottesco rimbalzare delle responsabilità (c’è sempre un ufficio a cui dare la colpa di una pratica inevasa o dimenticata) a provocare indignazione in chi si aspetta una risposta anche qualunque davanti a una situazione complicata, quanto la viltà dell’uomo che è doppiamente deprecabile: perché è il mantello che avvolge un potente davanti ai deboli, i disabili nudi di forze ma, lo abbiamo scoperto col servizio delle Iene, forti e giganteggianti dinanzi allo strisciare dell’assessore fuggitivo; e perché è recidiva quindi certificazione di  impreparazione e inattendibilità assolute di questo individuo.
Lo caccino via a pedate, uno così. Subito. Il governatore Crocetta e tutti i suoi accoliti dimostrino che a tutto c’è un limite, fuorché alla vigliaccheria conclamata. Non ce ne frega niente delle scuse che stanno arrivando. Non ce ne frega niente dei distinguo pelosi e nemmeno dei provvedimenti che, lo vogliamo sperare, saranno presi per fronteggiare la situazione disperata di questi disabili.
Gianluca Antonello Miccichè deve essere ricordato per la sua codardia.
Lunga vita a lui. Lunga memoria a noi.

  

La banda delle spalle lussate

Mi sono lussato una spalla, porto un tutore scomodissimo, vado in giro con una manica del maglione penzolante con conseguente effetto “tre braccia” che fa molto maniaco sessuale, e ho l’umore talmente nero che al confronto un corteo funebre è un’adunata di mattacchioni. Il tutto in un periodo di bug tecnologici che rimandano più al rito voodoo che alla nuvoletta di Fantozzi. Insomma, probabilmente qualcuno mi pensa ardentemente con sentimenti non proprio amorevoli.
Per questo sono rimasto spiazzato, e piacevolmente, davanti al manifestarsi spontaneo di una confraternita di perfetti sconosciuti che appena ne hanno l’occasione condividono con me l’esperienza di una spalla scassata. Dovunque vada, a fare la spesa, al lavoro, se cazzeggio sui social o se passeggio per strada, c’è quasi sempre qualcuno che mi ferma e che mi dice: “Eh, ti capisco!”. E via con la narrazione.
Non sapevo di quest’epidemia di spalle lussate, non immaginavo che un simile accidente – che è comunque una cosa risolvibile e non grave – potesse generare una spinta aggregativa e di altruismo così vigorosa.
Ci ho pensato su, per capire quale potrebbe essere il fattore scatenante. E, analizzando le frasi che mi vengono rivolte da questi caritatevoli sconosciuti, ho capito tutto.
Il dolore.
La spalla lussata provoca un dolore fortissimo, il più forte che abbia mai provato. Un dolore che però ha una specie di sortilegio in sé: scompare istantaneamente quando la testa dell’omero torna al suo posto. Un istante prima stavi per svenire (io piangevo, giuro!), un istante dopo tutto si placa. On – off. Nero – bianco. Orrore – piacere.
Ecco, andando per astratto, il senso di molte esperienze che ci accomunano è proprio questo: se il dolore affratella, il sollievo dal dolore rende complici. E più il sollievo confina col dolore, più l’incisione nella corteccia della memoria è profonda.
Insomma anche una spalla lussata può essere un’occasione per inventarci migliori (senza facili buonismi).
Se una sofferenza ci rende malvagi l’abbiamo sprecata.

  

Perché Rigopiano è una tragedia da film

Raccontare imprese, tragedie, vittorie, sconfitte, scommesse, scandali non è un delitto. È un mestiere che ha varie sfaccettature: lo si può fare con un occhio al qui e adesso su una pagina di giornale, lo si può fare con la lente di ingrandimento per un’inchiesta o un approfondimento, oppure lo si può fare costruendo una storia più o meno liberamente ispirata alla realtà in un romanzo o in una fiction. Funziona così da sempre, da quando è stata inventata la narrazione, cioè la vita.
La levata di scudi contro la fiction di Pietro Valsecchi sulla tragedia di Rigopiano è quindi figlia di un tempo di indignazione prêt-à-porter e anche di un certo pecoronismo in cui non è importante fermarsi a pensare ma seguire il flusso, dichiarare senza esitazione prima che qualcuno arrivi prima. Il disastro dell’albergo sommerso e devastato dalla valanga sul Gran Sasso è innegabilmente una storia incredibile da raccontare, da indagare, da decostruire e rimontare. Perché la cronaca non è colpa di chi la racconta, perché l’anima dei narratori ha il lasciapassare dell’Arte che, come tutti sanno, non si cura dell’etica. E per fortuna!
Se avete tempo leggetevi questo vecchio articolo di Claudio Magris sul mestiere degli scrittori.
Quindi non lasciatevi prendere dalla compulsione di critica e prima di dare un giudizio su questa vicenda pensate ai drammi del nostro tempo che hanno ispirato romanzi, film, serie tv. Li avete letti, visti e vi sono piaciuti o meno. Ma non vi siete sentiti sporchi. Magari perché eravate in era pre-social oppure perché nessuno aveva avuto il tempo e la voglia di piantare il seme del pressapochismo che genera la pianta della superficialità.
Rigopiano è una grande tragedia italiana. Ma può essere anche un gran film o un romanzo ben scritto. Basta giudicare a cose fatte. Recensire le intenzioni è un atto estremo di egoismo. E di ignoranza.

  

Nella spirale delle minchiate

C’è un elemento di grande equivocità che annebbia il dibattito online, soprattutto in questi tempi di confusione organizzata. Tutto ruota intorno al concetto di libertà.
Libertà di dissenso, libertà di critica, libertà di espressione in generale.
Cerco di essere chiaro con due esempi.
Se io dico la mia su un tema, non riscuoto consensi e magari vengo sommerso dalle critiche, non devo incazzarmi, anche se la tentazione è forte. Il dibattito consiste nella stereofonia delle opinioni: canale destro, canale sinistro.
Se invece io affermo deliberatamente cose non vere, se mi inerpico su tesi oggettivamente improponibili, se affermo il falso è ovvio che la critica nei miei confronti sarà secca, feroce. Potrò incazzarmi sì, ma dovrò farmene una ragione.
Ecco che la linea di confine tra libertà di opinione e libertà di sparare minchiate appare netta. Il debunking come arma di disarmo può essere d’aiuto, ma ci sono due categorie nei confronti delle quali ogni antidoto è inutile: gli ignoranti orgogliosi di esserlo e gli imbroglioni. I primi posso essere schivati con relativa facilità, i secondi vanno disinnescati perché spesso hanno una carica di aggressività che deriva da una certa propensione per la violazione della legge.
Gran parte del tempo perduto su social e dintorni è colpa di costoro. Se provate a criticare uno che scrive che la terra è quadrata solo perché nel suo curriculum vitae ha la voce “responsabile vendite degli angoli, acerrimo nemico delle circonferenze”, non avrete mai possibilità di vittoria perché il suo mondo, angusto, è quello con gli spigoli. Non per nulla i grandi esperti mondiali di debunking stanno alzando bandiera bianca, perché nella debolezza della stoltezza c’è un tremendo punto di forza. La sordità alla voce della ragione.

  

La Raggi non sapeva nulla. Anzi non sa nulla

In questo titolo di Repubblica.it c’è tutto il grottesco di una politica che si è persa ai confini della realtà. La Raggi non molla perché ha la fiducia di Grillo, cioè di un (bravo) uomo di spettacolo che non ha voce in capitolo su un rappresentante del popolo regolarmente eletto. La fiducia ha un peso a seconda del ruolo di chi la dà. La fiducia di vostro marito o di vostra moglie conta in ambito familiare, ma è ininfluente se vi spostate in assemblea condominiale dove persino il parere del portinaio può avere una rilevanza superiore rispetto a quello di chi vi ama. Ecco, qui si è superato il limite tra fantascienza e verosimiglianza.
Quanto a Romeo, l’uomo più generoso dell’era moderna, c’è già una schiera di simpatizzanti con assicurazioni di motorini e cedole scadute da regolare: questo signore a quanto pare elargisce paccate di euro travestite da polizze a seconda del suo livello di endorfine. Un’occhiata dolce, cinquemila. Un sorriso ammiccante, seimila e cinquecento. Pare la versione politically correct di un Bunga Bunga virtuale dove non si premia l’ancheggiamento o chissà cos’altro, ma il velenose bene (magari via chat).
Infine, la chiosa. Lui dichiara: “È solo stima, non sapeva nulla”. Solo stima chissà. Assoluta certezza sulla seconda frase. Con estensione obbligatoria a molto, molto altro.

  

Elogio di Fabrizio Carrera

Su Fabrizio Carrera, giornalista e molto altro (laddove il molto altro è più di quanto molti altri potrebbero immaginare), potrei scrivere un trattato. La cerchia di amici comuni o meglio dei correi di un giornalismo appassionato e divertente (quindi ontologicamente passato) avrebbe da aggiungere tante di quelle postille da formare un’enciclopedia a parte.
Qui mi limito a riferire che oggi ho assistito al Best in Sicily 2017, decima edizione del premio all’eccellenza dell’enogastronomia e dell’eccellenza siciliana: che in fondo è anche una sorta di the best of Carrera. Ho visto un Teatro Massimo stracolmo, soprattutto di giovani, dove si parlava di economia, di turismo, di cultura del cibo. Ho visto luci sul futuro e orizzonti di speranza. Ho visto un tripudio di buone intenzioni e soprattutto il frutto di tanta fatica. E ho visto lui. Fabrizio Carrera. Il matto col quale io e gli altri correi abbiamo condiviso notti insonni al giornale in attesa dell’intervista impossibile (un esercizio di giornalismo acrobatico in cui Fabrizio si lanciava all’inseguimento di un personaggio inafferrabile, impegnando uno spazio in pagina, e riusciva nell’intento solo quando le rotative stavano per entrare in azione). Perché Fabrizio Carrera vive di asticelle che non temono vertigini, di traguardi che non devono essere tagliati, ma inventati.
Matto è matto. Perché progetta e non pianifica. Inventa e consegna al destino. Pensa e non si cura delle conseguenze del pensiero. Lo chiami al telefono e magari non ti risponde per mesi, ma quando ti risponde ti risarcisce dei mesi passati.
Perché non vive di riflesso e ti fa invidia la sua meravigliosa imperfezione. Non si ferma mai, questa è la sua forza.
Insomma, è bravo e per dirglielo devi metterti a scrivere con la speranza che un giorno ti legga.

  

Dare (in coro) dell’idiota a chi lo è

Era stata la prima coppia gay di Torino ad unirsi in unione civile. Ieri l’Ansa Piemonte ha dato notizia della morte di uno dei due. Ecco un piccolo estratto del florilegio di commenti su Facebook. Lascio i nomi perché la verità ha sempre nome e cognome. #laveritaprimaditutto

  

Perché bisogna essere prudenti su Ferrandelli

A volte ritornano. Ancora una volta la cronaca giudiziaria entra a gamba tesa in una competizione elettorale. E ancora una volta ci tocca osservare senza farci tentare dai pregiudizi, ma senza nemmeno fare i pesci in barile. Dopo il caso delle firme false del Movimento 5 Stelle, che ha decimato il parterre di candidati e stremato i pazienti militanti delle truppe grilline, esplode la bomba Ferrandelli. Un collaboratore di giustizia, Giuseppe Tantillo, parla di soldi in cambio di voti nelle Amministrative del 2012, quelle in cui Leoluca Orlando parlò di brogli elettorali. E appunto fa il nome di Fabrizio Ferrandelli, che è in corsa anche in questa competizione, in uno scenario diverso dato lo scacchiere delle alleanze ancora non definito.
Il caso dei 5 Stelle sembra ormai abbastanza definito, a meno del sorgere di un ennesimo complotto tipo la penna corrotta dai poteri forti delle multinazionali dell’inchiostro che firma da sola senza una mano che la accompagni: i periti della Procura di Palermo confermano che almeno duecento delle firme per la presentazione delle liste del 2012 sono false. Chi ha sbagliato paghi. E finiamola coi teatrini dell’informazione e del blabla del neo-politichese in salsa negazionista. Amen.
Il caso Ferrandelli è invece molto più complesso. Perché si basa su dati che ancora devono essere filtrati. Non c’è motivo di mettere in dubbio la genuinità delle indagini della Procura di Palermo, ma – va detto senza remore – la stessa risolutezza va usata nei confronti dell’indagato. Per un paio di semplici motivi che spiego sinteticamente (non è il caso di essere prolissi quando la realtà ci presenta solo una parte del conto).
Il collaboratore che accusa Ferrandelli sino al maggio scorso non aveva una patente di attendibilità, poi la situazione è cambiata. Ci saranno effettivamente buoni motivi che non conosciamo.
Lo stesso collaboratore non ha ancora superato un vaglio di credibilità col puntello di una sentenza. L’atto della Procura, oggi, è un passaggio a garanzia dell’indagato Ferrandelli, ma sarebbe da stolti non rilevare che questa garanzia – dato il momento – si trasforma in qualcosa dall’effetto diametralmente opposto.
D’altro canto a chi parla, il più delle volte strumentalmente, di giustizia a orologeria va ricordato che Tantillo ha finito di dichiarare (cioè di vuotare il sacco) un paio di mesi fa. Quindi i tempi del meccanismo giudiziario coincidono con quelli della cronaca.
Magra consolazione: A volte ritornano: vittime, carnefici, illusioni, disillusioni. Comunque spettri.

AGGIORNAMENTO. Qui il podcast della puntata di oggi de Il giustiziere su Radio Time.

  

Al cospetto di sua maestà

C’è un luogo a cui penso sempre. E se dico sempre vuol dire che ci penso quando sono triste, quando sono felice, quando sono annoiato, quando sono incasinato, quando sono solo e quando sono in compagnia. Ci penso anche in altre mille situazioni, ma la faccio breve altrimenti il preambolo si aggancia alla palpebra e la tira giù.
Questo luogo è un posto scomodo, quasi ostile, a oltre tremila metri di quota, dove fa sempre freddissimo (stamattina – e c’era il sole – eravamo a meno diciannove). Si ammira da Cime de Caron, in Francia, sulla vetta delle 3 Vallées, il più grande comprensorio sciistico del mondo. Per arrivarci dall’Italia devi masticare centinaia di chilometri di strada e soprattutto affrontare gli ultimi trentacinque, quelli della strada impervia che da Moûtiers parte coraggiosamente all’assalto di montagne meravigliosamente impervie. È un rito al quale mi sottopongo felicemente da 33 anni.
Il luogo a cui penso sempre è questo, cioè quello che vedete dietro di noi. Perché per una volta il vero soggetto sta nello sfondo e visto da Cime de Caron, col freddo che puntualmente ti taglia la faccia, è bellissimo nella sua immutabilità. Lo si ammira, lo si scolpisce nella mente e si tira avanti di memoria per un altro anno.
Signore e signori, sua maestà il Monte Bianco.