Dare dell’idiota a chi lo è

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Piccoli omicidi tra scrittori

Repubblica su palermo criminaleOggi Repubblica Palermo dedica una pagina alla nota raccolta di racconti di cui vi accennai qualche giorno fa.

Se la croce diventa un trend topic

Biagio conte con la croce a palermoUn estratto  dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Una croce per le strade di Palermo. Una croce portata a spalla da un uomo fisicamente provato. Un simbolo antico in una città in cui l’antico è spesso considerato irrimediabilmente vecchio. Biagio Conte quel simbolo l’ha riportato di moda, l’ha trascinato non già nell’afrore di una strada sporca e assolata, ma nei trend topics del nostro vivere distratto.
Che lo si consideri grande comunicatore o mediocre narciso o umile servo di Dio, questo missionario laico è riuscito a far affiorare le contraddizioni di una Palermo bifronte che lo ama eppure lo deride, che lo accudisce eppure gli volta le spalle, che lo prende a modello eppure lo critica. Merito della croce che lo ha ingigantito mentre ricurvo imbastiva una fila di piccoli passi che lo portavano da un eremo all’altro, un simulacro che qualcuno ha letto come motivo d’ispirazione per un travestimento da Cristo, e altri invece hanno guardato con semplice curiosità poiché non capita tutti i giorni di vederne una vera, grande, di legno e chiodi in un mondo di lamiera e cemento. Segue »

Apericena?

ApericenaPerché dite apericena? Se è aperitivo seguito da cena è una normale consecutio di piacevolezze, come da manuale. Se è solo un aperitivo in cui si mangia un po’ di più è un aperitivo rinforzato. Se è una cena in cui si beve parecchio è semplicemente una cena per sbevazzatori.
Apericena è quindi un termine inutile che indica qualcosa di inesistente. E quando si parla di cibo, l’inconsistenza va evitata come la peste.

Facebook e il fattore prociutto

ProsciuttoFacebook non è un gioco, è una crudele macchina della verità. Con la scusa del cazzeggio, della celebrazione quasi onanistica dell’inezia, della collezione di amicizie, del voyeurismo camuffato da curiosità, del collegamento perenne e del gusto un po’ sordido di conoscere i fatti degli altri, il social network assolve una funzione cruciale nel sistema di relazione tra individui dotati di connessione internet: ci mostra per ciò che effettivamente siamo.
Altro che realtà virtuale, che mondi paralleli: è su Facebook che si scopre ciò che per una vita, sciaguratamente analogica, abbiamo cercato di nascondere.
Metti, ad esempio, l’ignoranza. Prima dell’avvento di smartphone e di tablet, se scrivevamo prociutto sulla lista della spesa, nessuno ci avrebbe riso dietro. Oggi invece è tutta un’altra storia. Sul prociutto ci costruiamo un bel post adeguatamente ricco di svarioni e magari ci mettiamo pure la foto della nostra faccia mentre addentiamo il panino col salume in questione, in modo da associare definitivamente una cazzata al suo autore.
Non domi, pensiamo di dover dire la nostra su tutto giacché il prociutto è solo uno spuntino dinanzi allo scibile umano da social network. Dalla crisi siriana a quella sentimentale di nostra sorella, dalla squadra del cuore a quella di governo, dalla celebrazione dei sentimenti a quella del cattivo gusto, e poi vendette, invidie, necrologi, felicitazioni, notizie, abbordaggi, desideri, frustrazioni, aneliti e maledizioni: si scrive di tutto orgogliosi di sapere nulla, bastano un polpastrello e un barlume di idea.
L’altro giorno ho letto un tale, che conosco da millenni e di cui ho sempre apprezzato la sobria (ed epica) incultura, che citava Proust (scritto in modo corretto grazie al salvifico copia e incolla) e non provava nemmeno vergogna a umiliarsi così. In altri tempi, il tale in questione avrebbe infatti usato Proust come spunto di valorizzazione delle proprie origini umili. Tipo: “Io le cose le vedo dal punto di vista dell’uomo della strada. Non è che sono Prust o come minchia si chiama…”. E invece eccolo lì a insidiare telematicamente una tipa dal profilo scollacciato con argomenti di terza mano che al confronto l’abbordaggio alla fermata del bus è roba da galateo.
Siamo passati dall’epoca in cui non scriveva nessuno a quella in cui si è nessuno se non si scrive. O si finge di scrivere. C’è uno che per dare il buongiorno alla sua timeline, copia e incolla il buongiorno del giorno precedente, refusi inclusi. Risultato: un elenco interminabile di strafalcioni che rivela dell’autore molto più di quanto lui stesso vorrebbe. L’altro giorno l’ho incontrato per strada e l’ho visto sotto una luce diversa. Non lo immaginavo capace di tanta banalità.

Palermo senza Biagio Conte

Biagio ConteUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Dei palermitani ha detto: “Hanno il difetto di attendere che i problemi si risolvano da soli”. E per lui, severo e impetuoso come un vento che sveglia e rinvigorisce, l’accidia non è solo uno dei vizi capitali, ma un mostro da combattere.
Di Palermo e delle sue istituzioni ha scritto di sentirsi deluso dopo essere stato lasciato solo “da Regione e Comune”. Poi ha preso la via dell’esilio non senza aver chiesto ai suoi collaboratori di resistere fin quando possibile, manco fossero al fronte.
Uno così dovrebbe essere guardato con distacco nella città della diffidenza, tenuto a distanza con la canna in quanto rompiscatole autoproclamatosi laico in missione per conto di Dio. E invece Palermo si fida di lui, di Biagio Conte, anima (linda) e corpo (malandato) di un centro di accoglienza come mai se ne erano visti in Sicilia. Segue »

La vignetta dell’anno

Obama privacy

Vista qui.

Sorprese di Engadina

Giuseppe Milici e Francesco Buzzurro non li avevo mai ascoltati insieme. L’occasione me l’ha data un bel festival in Svizzera, Engadina Classica, organizzato da Oscar Gulia con Giusi Groppuso. Ora, a parte il link familiare dato che Giusi è mia cognata, devo dire a voce alta che questa manifestazione mi ha dato una gioia immensa: provate a coniugare musica di altissima qualità, cibo raffinato e paesaggi da sogno e poi mi dite. E soprattutto ascoltate Milici e Buzzurro in questa rielaborazione del “Caruso” di Dalla (registrazione amatoriale ma non rubata, eh). Artisti di cui andare fieri. E magari da inseguire in giro per il mondo.

Vietato leggere

Questo post è dedicato a tutti gli scrittori che sono alle prese con la campagna promozionale del loro prodotto. E inizia col ricordo di un’esperienza personale.
Qualche anno fa un editore organizzò un incontro pubblico per pubblicizzare un mio libro, anzi un libro di cui ero coautore, e pensò bene di invitare un’attrice per farne leggere alcuni passi. La signora in questione si presentò vestita come se dovesse andare alla prima della Scala, ma non mi impressionò più di tanto: per un principio elementare di compensazione serviva qualcuno o qualcosa che compensasse il mio concetto estremo di sobrietà distratta nell’abbigliamento (che confina pericolosamente con la trasandatezza). Quando l’attrice cominciò a leggere, io mi guardai intorno alla ricerca di conferme tra gli astanti. Leggeva realmente qualcosa che avevo scritto io? Davvero i miei personaggi parlavano in quel modo? Aveva per caso sbagliato libro?
No, lei aveva semplicemente deciso di interpretare le mie pagine, cambiando aggettivi, spostando intere frasi a favore di actio, leggendo ciò che io non mi sarei sognato di scrivere.
Fu allora che capii un principio fondamentale della vita: alla presentazione di un libro, di un qualunque libro, il libro stesso non va mai letto in pubblico.
La lettura è un gesto intimo, anche il miglior interprete non garantirà la fedeltà allo scritto perché tutte quelle righe, che costano fatica e struggimento a chi le compone, sono state pensate, scritte e riscritte decine o centinaia di volte solo per il lettore titolare, non per una comparsa che sfrega quelle pagine con le dita impregnate di fard.
E, a parte la mia disavventura che – lo capisco – rappresenta un caso estremo, c’è un vero fondamentale motivo per non leggere passi di libri alle presentazioni: la noia mortale.
Lo spettatore che è lì esclusivamente per farti un piacere perché magari è un amico o un parente, ha già il latte alle ginocchia perché non solo è costretto ad acquistare un libro che non leggerà mai, piegandosi a una sorta di estorsione affettiva, ma deve persino sentirselo raccontare. Lo spettatore che invece è davvero attratto dalla tua opera si fa due palle così quando qualcuno gli toglie il piacere di scoprire da solo come va la storia, magari rivelandogli il finale.
Quindi presentiamoli pure, i nostri libri. Ma parliamo d’altro, del tempo, del motivo per cui non siamo andati al cinema più spesso invece di star lì a pestare sui tasti, del mondo che ci siamo negati pretendendo di inventarne uno tutto per noi, dell’Amazzonia che muore e della nostra presunzione che purtroppo vive.

Per rinfrancar lo spirito…

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A ottobre Laurana pubblicherà questa raccolta di racconti su Palermo. Ce n’è anche uno del sottoscritto. Stay tuned.

L’uomo che vide la luce… e se ne appropriò

imageUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

È tutta una questione di malintesi. A cominciare dal soprannome. Nino u’ ballerino non balla, ma ancheggia quel tanto che basta a evitargli di versarsi la milza sui pantaloni. Del resto non sarebbe prudente sgambettare sulla sugna: anche se di terreni scivolosi, il celebre meusaro palermitano se ne intende. Così quando l’altro giorno i carabinieri lo hanno denunciato per furto di energia elettrica, perché aveva manomesso i contatori dell’Enel, lui dapprima ha chiesto scusa ai palermitani, poi ci ha pensato su e si è rimangiato tutto dicendo che ai palermitani non ha fatto proprio nulla di male. Un altro malinteso. Il furto e la denuncia sono cazzilli suoi, quel che conta è la valenza socio-economica del suo gesto a causa della “pressione fiscale che noi imprenditori non riusciamo più a sostenere”. Manomettere per resistere.
Anche quando lo invitarono al master di Management in Food and Beverage alla Bocconi, Nino (…)  fu vittima di un fastidioso malinteso. I giornali parlarono di lezione universitaria, lo fecero addirittura salire in cattedra, mentre in realtà lui si limitò a presenziare a una conferenza in inglese sullo street food e sul modello palermitano che lui rappresentava, al termine della quale rispose a qualche domanda sorretto da un interprete. E soprattutto si mise a friggere nel bar dell’Università.
Anni fa si scoprì che aveva ceduto agli estortori fin quando non aveva rischiato di lasciarci le penne perché aveva deciso di cedere un po’ meno. Lì, per quel che si sa, non invocò nessun malinteso, ben conscio che il senso critico di Cosa nostra è pesante come un cappotto di cemento armato.
Friggitore da quattro generazioni, Nino u’ ballerino è riuscito persino a condire di metafisica la sua arte culinaria. Parlando del suo bisnonno, ha detto: “Credo nella reincarnazione”. Non si sa se con o senza formaggio.

Lo scisma del consigliere ossessionato dagli atti impuri

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Dura è la vita del probo Angelo Figuccia, consigliere comunale di Palermo tra gli altari di Forza Italia, che ieri dopo una vita di fede ha annunciato il suo abbandono della Chiesa cattolica. Motivo? La tutela della famiglia naturale “avendo capito – parole sue, gerundio passato incluso – che la Chiesa cattolica è sempre meno integralista e sempre più tollerante”. In pratica ce l’ha coi gay che, qualche giorno fa, aveva definito “malati da traumi”.
(…)
Incurante della potenzialità scismatica del suo ragionamento, il probo consigliere fissa due cardini storici: la mozione del consiglio comunale per istituire una festa della famiglia naturale e la risoluzione definita “granitica” approvata dalle Nazioni Unite “al Palazzo di vetro di New York” per la protezione della medesima famiglia naturale. E poco importa se nella foga, Figuccia (che pure in tema di questioni sessuali ha un cognome che lo aiuta) ha confuso la sede centrale dell’Onu con il Consiglio per i diritti umani della stessa organizzazione che si trova a Ginevra: Svizzera o Stati Uniti che siano, la crociata contro l’atto impuro s’ha da fare e Dio ci assista. Perché è l’atto impuro, nella teoresi figucciana l’insano nido del peccato. Nel suo comunicato stampa, il Probo si mette a nudo nell’anima per testimoniare di quando da giovane si metteva a nudo nel gabinetto, e rivela: “Ai tempi della prima comunione, quando mi andavo a confessare, la prima domanda che mi rivolgeva il prete era se avevo commesso atti impuri e scattava subito la penitenza”.
Chissà se lo scismatico Figuccia saprà dare risposta a uno dei più grandi dilemmi della fede: la masturbazione mentale è un atto impuro?

C’è un buco nel secchio

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C’è un gran chiacchiericcio sulle secchiate di acqua fredda per beneficenza promessa. Come ogni moda – perché di moda ormai si tratta – il fenomeno attira l’attenzione di complottisti, esibizionisti, e nemici della contentezza. I primi intravedono in quei gesti bagnati lo spettro di una trama internazionale che attraverso il secchio si propaga sino alle radici del nostro sistema politico, innescando una letale reazione a catena che porterà nell’ordine: a) alla dittatura di Renzi; b) all’estinzione del M5S; c) alla vita eterna di Razzi.
I secondi, gli esibizionisti, pur di veder elencato il loro video tra quelli di vip e star bagnati, si farebbero gavettoni di piscio rancido, tanto la puzza sui social network non si sente.
I nemici della contentezza infine decretano il fallimento aprioristico di ogni minima intenzione: che sia secchiata o semplice donazione asciutta, l’importante è lamentarsi, rimpiangere un tempo in cui le cose andavano diversamente (e loro si lamentavano lo stesso), maledire ciò che è nuovo, invecchiare di rughe imbronciate.
Difficile trovare qualcuno che prenda la cosa per quella che è, una minchiata passeggera a fin di bene.

Il padrone di Mondello

Gianni Castellucci

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Attira antipatie e grane giudiziarie in ugual modo. Combatte solo contro tutti, che siano presidenti di circoli nautici, assessori comunali, gestori di bar, deputati regionali, sindaci, ristoratori, vigili urbani, parroci. Il più delle volte vince, raramente convince. È ufficialmente consigliere delegato, ma generalmente lo si definisce patron, in quanto poco consigliere e molto padrone.
Eppure Gianni Castellucci, il vero unico proprietario di Mondello, afferma di aver sempre guidato la sua società “nello interesse della popolazione palermitana”, come scritto nell’atto di concessione, datato 1909, delle terre del demanio al Comune di Palermo per la successiva vendita a Les Tramways de Palerme, madre dell’attuale Italo Belga. Segue »

Leggere con moderazione

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Oggi i lettori renziani di Repubblica rischiano l’overdose.