La vita da lassù è bellissima

coeIn Numero undici di Jonathan Coe c’è un bellissimo riferimento a uno dei miei sport preferiti, quand’ero piccolo. L’arrampicata sugli alberi. In ogni capitolo della mia infanzia, e poi dell’adolescenza, c’è sempre stato un albero su cui zompare, dal quale sognare, su cui inventarsi una casa (la casa sull’albero è un sogno poi diventato realtà molto dopo, esattamente sei anni fa), dal quale tirare pigne agli amici di sotto, sul quale nascondersi o fuggire.
Nel primo giardino dei miei ricordi c’era un pino molto facile da scalare. Il tronco si divideva quasi subito in una V ed era semplice mettersi a cavalcioni. Poi salendo il gioco si faceva duro. Il traguardo era quello di arrivare a mettere la testa fuori dalla chioma, obiettivo quasi impossibile da raggiungere dato che i rami, man mano che si andava su, diventavano sempre più sottili e fragili. Ma nella testa di un bambino non c’è la fisica, né la coscienza del pericolo. C’è solo la voglia di salire, di vincere: quasi una metafora della vita che ci (a)spetta. Io da lassù ho immaginato le mie passioni, su quei rami ho mangiato tonnellate di biscotti e letto libri (i Gialli per ragazzi, Jules Verne, Emilio Salgari, I ragazzi della via Pàl). Ho aspettato gli amici che non arrivavano perché preferivano giocare con altri e altrove, e me ne sono fatto una ragione. Perché avevo il mio albero. E il mio albero non mi tradiva mai, neanche quando mi macchiava di resina o mi graffiava le mani.
Una delle cose seccanti dell’età che avanza è che non si trovano più alberi da scalare. Su cui essere libero di fantasticare chi vorrai diventare in questa o in un’altra vita rischiando gioiosamente di romperti l’osso del collo.

Come Ken Follett

Ken FollettSono in vacanza e leggo Ken Follett, i pochi libri che non ho letto di Ken Follett. Ebbene sì, cedo senza ritegno al fascino del re della narrativa di consumo, una sorta di McDonald’s della letteratura. E so anche perché. Perché ogni tanto è bello immergersi in storie al limite del plausibile dove ragazzini pilotano aerei nei cieli della Seconda Guerra Mondiale, dove gli innamoramenti si raccontano in sette righe e un tramonto in cento. Tutti, più o meno segretamente, sogniamo una nuova caratteristica da mettere in coda a quelle inanellate da Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane: la facilità. Ecco, tutto è facile nelle storie di Ken Follett, anche la difficoltà. Ed è questo che le rende pericolosamente irresistibili.

Pokémon Go, Millennials e onanismo tecnologico

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L’articolo pubblicato qualche giorno fa su la Repubblica.

Se andate a leggere una qualunque bacheca virtuale degli appassionati di Pokémon Go o se riuscite a scambiare due parole dal vivo con qualcuno di loro, il verbo che incontrerete più di frequente sarà “socializzare”. Perché si sa con Pokémon Go si incontrano nuove persone, si vedono nuovi posti, si conoscono nuove storie.
Ma è davvero così?

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Musica per le vacanze (con sorpresa)

imageQuest’anno per le vacanze mi sono concesso un rito al quale mi ero sottratto da troppo tempo: preparare una compilation musicale ad hoc. Come gli animali che si curano da soli col cibo, ci ho messo dentro quello che mi serve per riparare i miei neuroni stressati. Ho iniziato coi Doobie Brothers, perché non c’è viaggio spensierato senza Listen To The Music. Poi mi sono portato appresso i Talking Heads perché Road To Nowhere mi fa essere sempre dove vorrei anche se sbaglio strada. Ho ripescato Mike Stern perché Chromazone e Jigsaw per un appassionato di chitarra sono la forma di droga legale più simile alla cocaina e pur dando dipendenza non hanno gravi effetti collaterali. E ancora Reflex, Level 42 e Wang Chung perché volendo o no siamo tutti figli (o nipoti) di un “video singasong”. Ho ammesso alla mia corte musicale persino Adam Levine, solo perché la sua Lost Stars piace a mia moglie e io la ascolto turandomi le orecchie, tanto dura poco. Una Let It Be in caso di tramonto solitario, pochi Toto, Allman Brothers e Matt Bianco a mo’ di macedonia perché a me piace ogni forma di contaminazione, anche al limite dell’inascoltabile: pensate a una successione di Jessica, More Than I Can Bear e Waiting For Your Love e dimenticate un filo logico. Infine ci ho piazzato con le pinze gli Imagination da ascoltare a tutto volume di nascosto. Perché io e solo io so da dove provengo.

Dare dell’idiota a chi lo è (special edition)

A occhio e croce al bigottismo di Adinolfi manca solo una Glock, una buona scorta di proiettili e un centro commerciale in cui trastullarsi guardando il mondo col sereno ottimismo di chi non è circondato da persone, ma da bersagli.

Dare dell’idiota a chi lo è

Ne ho visti di papà tornare a casa e uscire coi figli a cercare Pokemon… Copia di pok

Tutto meraviglioso

Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini con Zoff, Causio e Bearzot sul DC9 militare che li sta riportando da Madrid a Roma. Sul tavolo la coppa del Mundial, 12 luglio 1982.

E lo so che 34 anni fa vincevamo un Mondiale, anzi il Mondiale. So anche che molti di voi non c’erano e se c’erano dormivano (o poppavano). So che eravamo forti e affamati di vita. Tutti, giocatori e semplici tifosi. So che allora il calcio era una metafora della vita e non un suo surrogato. E che il mondo girava sempre a fatica, ma senza ansia di prestazione. So che coltivavamo il desiderio di lasciare un’impronta, e che la navigazione anonima era sinonimo di pirateria, quindi di qualcosa di sbagliato. Il migliore strumento di geolocalizzazione era il citofono: una risposta dava una certezza con la minima approssimazione umanamente immaginabile. So che ci si contava prima di armarsi ed eventualmente partire.
Nel 1982 eravamo campioni del mondo. Unici.
Nel 2016 siamo un campione del mondo. Qualunque.
Ma forse siamo solo invecchiati e tutto in fondo è meraviglioso, a nostra insaputa.

Just the two of us

Ingredienti per rendere divertente una serata monotona.
Un iPod o un qualunque lettore digitale di musica: oddio, va bene anche il walkman se ne tenete un cimelio funzionante.
Un paio di scarpe comode.
Un luogo da esplorare: vanno bene anche un lungomare o un quartiere della vostra città, oppure una zona che conoscete benissimo (e capirete perché).
Una persona amata (con conseguente altro paio di scarpe comode).

Procedimento.
Inserite due paia di auricolari nel lettore. Non usate due iPod diversi perché il bello sta nell’ascoltare la stessa musica, contemporaneamente. Scegliete la playlist giusta e cominciate a camminare. Lasciatevi trasportare dalla musica, ballate se volete, chiudetevi al mondo e apritevi alla vostra visione del mondo. Scoprirete che anche una strada che credevate di conoscere bene – quella che fate per andare al lavoro o fare la spesa – può essere meravigliosa. Vi accorgerete che col beat giusto il tempo si ferma. Consumerete chilometri senza accorgervene e, tornati a casa, vi sentirete più leggeri. Andrete a nanna con la felice, e rara, consapevolezza che i veri chili di troppo non stanno nel girovita, ma nella testa.

Dare dell’idiota a chi lo è

Gay pedofili

Attenzione, gioire con cautela

Fino a quando non capiremo che il vero nemico da combattere in modo globale è l’intolleranza come risultato della somma di incultura e pregiudizio, perderemo il nostro tempo. Meglio abbassare la testa, piegarsi aspettando che la piena passi. Ma non è trattenendo il fiato o confidando nel fato che si può andare avanti in un’epoca di connessioni ultraveloci e di reazioni sociali ultralente. Dalla strage in Florida alle nuove ondate reazionarie che, dalla politica alla cultura, cercano di imporre un ordine, anzi un “ordine” che esiste solo nelle fissazioni di menti farneticanti, è evidente una chiave di lettura univoca: la resistenza al nuovo, l’opposizione verso il differente sono le micce di chissà quanti ordigni pronti a esplodere dentro e fuori i nostri esercizi di metafora.
Il fanatico dell’Isis si differenzia dall’accoltellatore di prostitute albanesi (tanto per andare un po’ indietro nel tempo e dimostrare che la storia non è una perdita di tempo) solo per l’arma utilizzata: lo schema mentale è lo stesso. E poi c’è l’odio indiscriminato per i giovani, l’invidia per l’innocenza delle fantasie, per la gioia altrui. Tutto questo è intolleranza e non riguarda solo ciò che non ci riguarda: terre lontane, continenti imperscrutabili, civiltà altre.
No, riguarda tutti noi. A cominciare dal condomino dello stesso pianerottolo, dal vicino di poltrona al teatro, dal passeggero di fronte a noi sul bus.
Sorridere e mostrarsi felici è l’offesa più grave per chi vive nell’incultura e nel pregiudizio. Verrebbe da dire: attenzione, gioire con cautela.

Duran Duran, trent’anni dopo

Duran_duran_ticket_palermo_italiaL’articolo pubblicato ieri su Repubblica.

Chissà quanti dei quattromila e passa spettatori che stasera assisteranno al concerto dei Duran Duran a Taormina era allo stadio comunale di Palermo, quella sera di fine maggio del 1987 quando Simon e compagni infiammarono i cuori di trentamila spettatori. Perché solo chi c’era allora può tracciare, un po’ per gioco e un po’ no, una linea ideale che unisce quegli anni con questi. E magari scoprire che le cose non sono andate come ci aspettavamo. Segue »

Ti sei pulito le scarpe?

runner scarpe sporcheA casa mia si sviluppano due linee di pensiero: quella della terra e quella dell’acqua. Io corro, mia moglie nuota. Io macino chilometri nella speranza di smaltire qualche chilo dovuto ad aperitivi e gioie della tavola, lei divora vasche con una silhouette che farebbe invidia a una modella. Ma la passione per lo sport, che entrambi abbiamo coltivato da sempre anche quando eravamo due puntini distanti in attesa che il tratto di penna del Maestro Destino ci unisse, detta una sua graduatoria dei diritti che non è uguale per entrambi. Insomma, casa mia è un buco nero della democrazia dei trotterellisti da mezza maratona, un odioso esempio di discriminazione dell’affanno compulsivo. Roba da sessione straordinaria del Tribunale dei diritti dell’uomo (preferibilmente in scarpe da tennis).
Se lei va a nuotare, va a nuotare e basta.
Se io vado a correre, c’è ontologicamente qualcosa di più importante da fare prima. Sempre. Mica esiste solo la corsa e basta.

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Parola di Guido (il post più bello)

Per indole e per mestiere ho i muscoli del cinismo ben allenati. Leggo, digerisco, smaltisco parole (non sempre in quest’ordine) e, soprattutto su Facebook, lascio che sia il mio cuore bonsai a giudicare cosa salvare e cosa no.
Stilo anche una personalissima classifica delle cose peggiori, ma qui ve la risparmio. Perché è del meglio che voglio parlarvi, anzi è il meglio che voglio farvi leggere.
Il post più toccante e delicato che mi sia capitato di leggere negli ultimi mesi è di un ragazzo che ho visto nascere (lui non si ricorda nemmeno chi sono, ma è così che funziona quando si invecchia: la memoria scava nelle menti più decrepite e mette in salvo quelle più giovani).
E’ un fratello che scrive di una sorella che non c’è più, e lo fa con una delicatezza che fa evaporare anche le lacrime. Che sono la cosa più inutile quando ci si vuole concentrare, perché annebbiano quel che deve essere ben visibile: un pensiero, un’occasione, una mancanza.
Per una volta copio e incollo da Facebook. 

di Guido Morello

Il tempo di lettura è di circa due minuti, si tratta di una di quelle storie che potrebbe strappare qualche lacrimuccia, ma oso dire che si tratta di una storia a lieto fine.
“Forse posso fare un riassunto di quello che mi è successo negli ultimi cinque anni, tra i più turbolenti ma anche formativi della mia vita.
La mia vita era per lo più un susseguirsi di serate in discoteca e piccoli quesiti esistenziali le cui risposte mi interessavano relativamente.
Erano riflessioni per verificare che la mia vita non fosse legata soltanto alla ricerca del divertimento.
Il futuro si presentava tranquillo, come il mare all’alba di una bella giornata d’estate. Nulla lasciava presagire che il tempo sarebbe presto cambiato. Segue »

Mi si nota di più se mi faccio i cazzi miei?

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Non è roba dell’ultima ora. Sulla necessità di commemorare la strage di Capaci, sulla necessità di fare altro in un giorno di memoria, sulla necessità di evitare il blabla, sulla necessità di non raccontare dove eravamo mentre il tritolo dilaniava corpi e speranze, sulla necessità di trovare altre necessità per il 23 maggio si dibatte sin dal 24 maggio dell’anno precedente.

Una volta, un tale teorizzò da qualche parte il divieto di esibizione della memoria in occasioni come queste per non inquinare lo scenario di guerra. Era un’opinione talmente strampalata, perché confondeva memoria con ricordo, dolore con pregiudizio, lucciole con lanterne, che mi rimase impressa. Comunque il destino fu puntuale con questo propalatore a sproposito dato che lo cancellò dalla cache sociale e culturale in un contrappasso tutto sommato non ingiusto.

Oggi per quel che ho visto – e qualcosa l’ho vista – l’unica febbre che andrebbe misurata (e tenuta sotto controllo) in questi frangenti è quella del protagonismo di rimbalzo. Cioè il protagonismo dei non protagonisti. C’è questa strana tendenza, che partita dagli anziani contagia sempre più i giovani, a mostrarsi contro o disinteressati per salvaguardare, almeno nelle intenzioni, il valore di ciò che non si vuol seguire. Cioè, io vado al mare invece che sotto l’albero Falcone perché lì, in via Notarbartolo, c’è gente che in realtà pensa ad altro piuttosto che ai morti di mafia. Che è un bel cortocircuito logico: faccio altro per protestare contro quelli che presumo facciano altro. Un tempo si diceva “ci sono con lo spirito e non con il corpo”, oggi è “non ci sono perché non ci voglio essere, ma non si pensi che non mi interessa perché mi interessa più degli altri e per questo non ci sono, perché non ci voglio essere…” e via loop. Che è un passo avanti rispetto al “mi si nota di più se non vengo?” di Ecce Bombo. È: “Mi si nota di più se mi faccio i cazzi miei e lo dico?”.

Il giornalismo più bello del mondo

New-Yorker

Questo avviene al termine di un meticolosissimo lavoro di revisione e correzione che dura settimane e che coinvolge almeno l’autore, l’editor, i fact checker, un avvocato, uno o due copy editor, uno o due rilettori che verificano la fedeltà delle modifiche e una serie di correttori di bozze che rileggono l’articolo a vari stadi della lavorazione.

Su Internazionale si racconta con involontaria crudeltà (rivolta a noi giornalisti italiani) la produzione di un articolo al New Yorker. Produzione, come si fa con un vero manufatto di pregio: con tanto di sforzo di ideazione, manualità, rifinitura e controllo di qualità. Mentre i giornali italiani sono impegnati in una strenua rincorsa di quella innovazione che hanno colpevolmente ignorato per qualche decennio credendo nell’immortalità della carta, il “giornale più bello del mondo” imbastito al 38° piano del One World Trade Center con vista su Manhattan, si preoccupa con cura maniacale del più antico dei requisiti della buona informazione: la correttezza delle informazioni.
Mi disse una volta la direttrice di un noto newsmagazine italiano: “Io non mi incazzo se siamo imprecisi sull’avviso di garanzia a un Dell’Utri di questi, mi incazzo se sbagliamo il nome del liceo che frequentava”. Ironia della sorte il giornale che dirigeva, lo scorso anno, ha preso uno dei granchi più clamorosi (e pericolosi) della nostra storia recente.