L’era della rabbia

“Se non vi arrabbiate, vuol dire che non siete attenti”, recita uno slogan apparso spesso nelle proteste contro Donald Trump. E a giudicare da quello che è accaduto oggi a Palazzo d’Orleans a Palermo, di attenzione da queste parti ce n’è parecchia. Fin troppa. L’arringa sbraitata da Pif nel segno di una battaglia sacrosanta per i diritti calpestati dei disabili siciliani è tuttavia una linea Maginot della nostra socialità. Che impone una domanda: si può vivere civilmente senza dover essere incivili contro chi impedisce il vivere civile?
Nel mio piccolo sono d’accordo al cinquanta per cento con la retorica urlante di Pif. Perché se è vero che è il risultato quello che conta (e i disabili siciliani aspettano come un’elemosina l’aiuto loro dovuto dalle istituzioni), è anche vero che quest’andazzo di agguati a mezzo tv, di telecamere e telefonini sguainati sta deformando la realtà: si è a favore del muscolo piuttosto che del cervello. E questo non è un bene.
In un articolo su The Guardian, lo scrittore e saggista indiano Pankaj Mishra ha raccontato, la settimana scorsa come dalla Brexit a Trump, dalla xenofobia in Europa all’elezione di Duterte nelle Filippine, gli eventi dell’ultimo anno siano incomprensibili per l’occidente razionalista e liberale. E ha spiegato come in realtà sia il nostro modo di interpretare il mondo che non funziona più.
La tentazione è quella di continuare a spiegare la crisi della democrazia – perché di questo si tratta – usando dualismi rassicuranti come liberalismo e autoritarismo, islamismo e modernità, Pif e Crocetta, grillismo e tradizionalismo. Ma – suggerisce Mishra – forse sarebbe più utile pensare alla democrazia come a una condizione emotiva e sociale particolarmente fragile che, aggravata dal turbocapitalismo, è diventata instabile.
Quando ci lasciamo incantare da un presentatore tv che urla e annichilisce un navigato politico, per di più esperto nella politica-spettacolo, non dimentichiamo mai che un astioso troll di Twitter è diventato l’uomo più potente del mondo.
Come hanno sempre sostenuto i buddisti, l’avversione e il desiderio sono due facce della stessa medaglia: sia che moriamo dalla voglia di qualcosa o che la detestiamo per qualche motivo, sempre di un’ossessione si tratta.
Ecco perché Pif che grida contro Crocetta mi dà il 50 per cento di soddisfazione. Perché dà corpo alla fisicità delle istanze, mentre dobbiamo imparare a essere più precisi nelle questioni dell’anima. Perché è soluzione immediata, ma precedente pericolosissimo. Perché è rimedio ma rischia di diventare causa.
L’era della rabbia ci ha travolti. La nuova resistenza probabilmente non è mobilitazione fisica, ma addestramento al distacco razionale.
Apprendere per andare al contrattacco.
Riflettere per vincere.
Studiare per impugnare l’arma più giusta: quella della conoscenza.
Anche se non fa like, smile e uau!

  

Uno che se ne deve andare, subito

C’è questo assessore regionale alla Famiglia che si chiama Gianluca Antonello Miccichè e che ha il vizio di fuggire davanti ai problemi. E già questo è grave per un amministratore pubblico. In più costui è affetto da una grave forma di codardia congenita che lo fa scappare a gambe levate soprattutto quando si trova davanti a chi non lo può inseguire, cioè i disabili. Il che lo rende anche insopportabilmente scorretto.
Insomma c’è questo assessore regionale alla Famiglia che non merita di stare dove sta, ma merita di andare in un altro posto, e magari al più presto (ho un’idea precisa). Perché non è tanto il grottesco rimbalzare delle responsabilità (c’è sempre un ufficio a cui dare la colpa di una pratica inevasa o dimenticata) a provocare indignazione in chi si aspetta una risposta anche qualunque davanti a una situazione complicata, quanto la viltà dell’uomo che è doppiamente deprecabile: perché è il mantello che avvolge un potente davanti ai deboli, i disabili nudi di forze ma, lo abbiamo scoperto col servizio delle Iene, forti e giganteggianti dinanzi allo strisciare dell’assessore fuggitivo; e perché è recidiva quindi certificazione di  impreparazione e inattendibilità assolute di questo individuo.
Lo caccino via a pedate, uno così. Subito. Il governatore Crocetta e tutti i suoi accoliti dimostrino che a tutto c’è un limite, fuorché alla vigliaccheria conclamata. Non ce ne frega niente delle scuse che stanno arrivando. Non ce ne frega niente dei distinguo pelosi e nemmeno dei provvedimenti che, lo vogliamo sperare, saranno presi per fronteggiare la situazione disperata di questi disabili.
Gianluca Antonello Miccichè deve essere ricordato per la sua codardia.
Lunga vita a lui. Lunga memoria a noi.

  

La banda delle spalle lussate

Mi sono lussato una spalla, porto un tutore scomodissimo, vado in giro con una manica del maglione penzolante con conseguente effetto “tre braccia” che fa molto maniaco sessuale, e ho l’umore talmente nero che al confronto un corteo funebre è un’adunata di mattacchioni. Il tutto in un periodo di bug tecnologici che rimandano più al rito voodoo che alla nuvoletta di Fantozzi. Insomma, probabilmente qualcuno mi pensa ardentemente con sentimenti non proprio amorevoli.
Per questo sono rimasto spiazzato, e piacevolmente, davanti al manifestarsi spontaneo di una confraternita di perfetti sconosciuti che appena ne hanno l’occasione condividono con me l’esperienza di una spalla scassata. Dovunque vada, a fare la spesa, al lavoro, se cazzeggio sui social o se passeggio per strada, c’è quasi sempre qualcuno che mi ferma e che mi dice: “Eh, ti capisco!”. E via con la narrazione.
Non sapevo di quest’epidemia di spalle lussate, non immaginavo che un simile accidente – che è comunque una cosa risolvibile e non grave – potesse generare una spinta aggregativa e di altruismo così vigorosa.
Ci ho pensato su, per capire quale potrebbe essere il fattore scatenante. E, analizzando le frasi che mi vengono rivolte da questi caritatevoli sconosciuti, ho capito tutto.
Il dolore.
La spalla lussata provoca un dolore fortissimo, il più forte che abbia mai provato. Un dolore che però ha una specie di sortilegio in sé: scompare istantaneamente quando la testa dell’omero torna al suo posto. Un istante prima stavi per svenire (io piangevo, giuro!), un istante dopo tutto si placa. On – off. Nero – bianco. Orrore – piacere.
Ecco, andando per astratto, il senso di molte esperienze che ci accomunano è proprio questo: se il dolore affratella, il sollievo dal dolore rende complici. E più il sollievo confina col dolore, più l’incisione nella corteccia della memoria è profonda.
Insomma anche una spalla lussata può essere un’occasione per inventarci migliori (senza facili buonismi).
Se una sofferenza ci rende malvagi l’abbiamo sprecata.

  

Perché Rigopiano è una tragedia da film

Raccontare imprese, tragedie, vittorie, sconfitte, scommesse, scandali non è un delitto. È un mestiere che ha varie sfaccettature: lo si può fare con un occhio al qui e adesso su una pagina di giornale, lo si può fare con la lente di ingrandimento per un’inchiesta o un approfondimento, oppure lo si può fare costruendo una storia più o meno liberamente ispirata alla realtà in un romanzo o in una fiction. Funziona così da sempre, da quando è stata inventata la narrazione, cioè la vita.
La levata di scudi contro la fiction di Pietro Valsecchi sulla tragedia di Rigopiano è quindi figlia di un tempo di indignazione prêt-à-porter e anche di un certo pecoronismo in cui non è importante fermarsi a pensare ma seguire il flusso, dichiarare senza esitazione prima che qualcuno arrivi prima. Il disastro dell’albergo sommerso e devastato dalla valanga sul Gran Sasso è innegabilmente una storia incredibile da raccontare, da indagare, da decostruire e rimontare. Perché la cronaca non è colpa di chi la racconta, perché l’anima dei narratori ha il lasciapassare dell’Arte che, come tutti sanno, non si cura dell’etica. E per fortuna!
Se avete tempo leggetevi questo vecchio articolo di Claudio Magris sul mestiere degli scrittori.
Quindi non lasciatevi prendere dalla compulsione di critica e prima di dare un giudizio su questa vicenda pensate ai drammi del nostro tempo che hanno ispirato romanzi, film, serie tv. Li avete letti, visti e vi sono piaciuti o meno. Ma non vi siete sentiti sporchi. Magari perché eravate in era pre-social oppure perché nessuno aveva avuto il tempo e la voglia di piantare il seme del pressapochismo che genera la pianta della superficialità.
Rigopiano è una grande tragedia italiana. Ma può essere anche un gran film o un romanzo ben scritto. Basta giudicare a cose fatte. Recensire le intenzioni è un atto estremo di egoismo. E di ignoranza.

  

Nella spirale delle minchiate

C’è un elemento di grande equivocità che annebbia il dibattito online, soprattutto in questi tempi di confusione organizzata. Tutto ruota intorno al concetto di libertà.
Libertà di dissenso, libertà di critica, libertà di espressione in generale.
Cerco di essere chiaro con due esempi.
Se io dico la mia su un tema, non riscuoto consensi e magari vengo sommerso dalle critiche, non devo incazzarmi, anche se la tentazione è forte. Il dibattito consiste nella stereofonia delle opinioni: canale destro, canale sinistro.
Se invece io affermo deliberatamente cose non vere, se mi inerpico su tesi oggettivamente improponibili, se affermo il falso è ovvio che la critica nei miei confronti sarà secca, feroce. Potrò incazzarmi sì, ma dovrò farmene una ragione.
Ecco che la linea di confine tra libertà di opinione e libertà di sparare minchiate appare netta. Il debunking come arma di disarmo può essere d’aiuto, ma ci sono due categorie nei confronti delle quali ogni antidoto è inutile: gli ignoranti orgogliosi di esserlo e gli imbroglioni. I primi posso essere schivati con relativa facilità, i secondi vanno disinnescati perché spesso hanno una carica di aggressività che deriva da una certa propensione per la violazione della legge.
Gran parte del tempo perduto su social e dintorni è colpa di costoro. Se provate a criticare uno che scrive che la terra è quadrata solo perché nel suo curriculum vitae ha la voce “responsabile vendite degli angoli, acerrimo nemico delle circonferenze”, non avrete mai possibilità di vittoria perché il suo mondo, angusto, è quello con gli spigoli. Non per nulla i grandi esperti mondiali di debunking stanno alzando bandiera bianca, perché nella debolezza della stoltezza c’è un tremendo punto di forza. La sordità alla voce della ragione.

  

La Raggi non sapeva nulla. Anzi non sa nulla

In questo titolo di Repubblica.it c’è tutto il grottesco di una politica che si è persa ai confini della realtà. La Raggi non molla perché ha la fiducia di Grillo, cioè di un (bravo) uomo di spettacolo che non ha voce in capitolo su un rappresentante del popolo regolarmente eletto. La fiducia ha un peso a seconda del ruolo di chi la dà. La fiducia di vostro marito o di vostra moglie conta in ambito familiare, ma è ininfluente se vi spostate in assemblea condominiale dove persino il parere del portinaio può avere una rilevanza superiore rispetto a quello di chi vi ama. Ecco, qui si è superato il limite tra fantascienza e verosimiglianza.
Quanto a Romeo, l’uomo più generoso dell’era moderna, c’è già una schiera di simpatizzanti con assicurazioni di motorini e cedole scadute da regolare: questo signore a quanto pare elargisce paccate di euro travestite da polizze a seconda del suo livello di endorfine. Un’occhiata dolce, cinquemila. Un sorriso ammiccante, seimila e cinquecento. Pare la versione politically correct di un Bunga Bunga virtuale dove non si premia l’ancheggiamento o chissà cos’altro, ma il velenose bene (magari via chat).
Infine, la chiosa. Lui dichiara: “È solo stima, non sapeva nulla”. Solo stima chissà. Assoluta certezza sulla seconda frase. Con estensione obbligatoria a molto, molto altro.

  

Elogio di Fabrizio Carrera

Su Fabrizio Carrera, giornalista e molto altro (laddove il molto altro è più di quanto molti altri potrebbero immaginare), potrei scrivere un trattato. La cerchia di amici comuni o meglio dei correi di un giornalismo appassionato e divertente (quindi ontologicamente passato) avrebbe da aggiungere tante di quelle postille da formare un’enciclopedia a parte.
Qui mi limito a riferire che oggi ho assistito al Best in Sicily 2017, decima edizione del premio all’eccellenza dell’enogastronomia e dell’eccellenza siciliana: che in fondo è anche una sorta di the best of Carrera. Ho visto un Teatro Massimo stracolmo, soprattutto di giovani, dove si parlava di economia, di turismo, di cultura del cibo. Ho visto luci sul futuro e orizzonti di speranza. Ho visto un tripudio di buone intenzioni e soprattutto il frutto di tanta fatica. E ho visto lui. Fabrizio Carrera. Il matto col quale io e gli altri correi abbiamo condiviso notti insonni al giornale in attesa dell’intervista impossibile (un esercizio di giornalismo acrobatico in cui Fabrizio si lanciava all’inseguimento di un personaggio inafferrabile, impegnando uno spazio in pagina, e riusciva nell’intento solo quando le rotative stavano per entrare in azione). Perché Fabrizio Carrera vive di asticelle che non temono vertigini, di traguardi che non devono essere tagliati, ma inventati.
Matto è matto. Perché progetta e non pianifica. Inventa e consegna al destino. Pensa e non si cura delle conseguenze del pensiero. Lo chiami al telefono e magari non ti risponde per mesi, ma quando ti risponde ti risarcisce dei mesi passati.
Perché non vive di riflesso e ti fa invidia la sua meravigliosa imperfezione. Non si ferma mai, questa è la sua forza.
Insomma, è bravo e per dirglielo devi metterti a scrivere con la speranza che un giorno ti legga.

  

Dare (in coro) dell’idiota a chi lo è

Era stata la prima coppia gay di Torino ad unirsi in unione civile. Ieri l’Ansa Piemonte ha dato notizia della morte di uno dei due. Ecco un piccolo estratto del florilegio di commenti su Facebook. Lascio i nomi perché la verità ha sempre nome e cognome. #laveritaprimaditutto

  

Perché bisogna essere prudenti su Ferrandelli

A volte ritornano. Ancora una volta la cronaca giudiziaria entra a gamba tesa in una competizione elettorale. E ancora una volta ci tocca osservare senza farci tentare dai pregiudizi, ma senza nemmeno fare i pesci in barile. Dopo il caso delle firme false del Movimento 5 Stelle, che ha decimato il parterre di candidati e stremato i pazienti militanti delle truppe grilline, esplode la bomba Ferrandelli. Un collaboratore di giustizia, Giuseppe Tantillo, parla di soldi in cambio di voti nelle Amministrative del 2012, quelle in cui Leoluca Orlando parlò di brogli elettorali. E appunto fa il nome di Fabrizio Ferrandelli, che è in corsa anche in questa competizione, in uno scenario diverso dato lo scacchiere delle alleanze ancora non definito.
Il caso dei 5 Stelle sembra ormai abbastanza definito, a meno del sorgere di un ennesimo complotto tipo la penna corrotta dai poteri forti delle multinazionali dell’inchiostro che firma da sola senza una mano che la accompagni: i periti della Procura di Palermo confermano che almeno duecento delle firme per la presentazione delle liste del 2012 sono false. Chi ha sbagliato paghi. E finiamola coi teatrini dell’informazione e del blabla del neo-politichese in salsa negazionista. Amen.
Il caso Ferrandelli è invece molto più complesso. Perché si basa su dati che ancora devono essere filtrati. Non c’è motivo di mettere in dubbio la genuinità delle indagini della Procura di Palermo, ma – va detto senza remore – la stessa risolutezza va usata nei confronti dell’indagato. Per un paio di semplici motivi che spiego sinteticamente (non è il caso di essere prolissi quando la realtà ci presenta solo una parte del conto).
Il collaboratore che accusa Ferrandelli sino al maggio scorso non aveva una patente di attendibilità, poi la situazione è cambiata. Ci saranno effettivamente buoni motivi che non conosciamo.
Lo stesso collaboratore non ha ancora superato un vaglio di credibilità col puntello di una sentenza. L’atto della Procura, oggi, è un passaggio a garanzia dell’indagato Ferrandelli, ma sarebbe da stolti non rilevare che questa garanzia – dato il momento – si trasforma in qualcosa dall’effetto diametralmente opposto.
D’altro canto a chi parla, il più delle volte strumentalmente, di giustizia a orologeria va ricordato che Tantillo ha finito di dichiarare (cioè di vuotare il sacco) un paio di mesi fa. Quindi i tempi del meccanismo giudiziario coincidono con quelli della cronaca.
Magra consolazione: A volte ritornano: vittime, carnefici, illusioni, disillusioni. Comunque spettri.

AGGIORNAMENTO. Qui il podcast della puntata di oggi de Il giustiziere su Radio Time.

  

Al cospetto di sua maestà

C’è un luogo a cui penso sempre. E se dico sempre vuol dire che ci penso quando sono triste, quando sono felice, quando sono annoiato, quando sono incasinato, quando sono solo e quando sono in compagnia. Ci penso anche in altre mille situazioni, ma la faccio breve altrimenti il preambolo si aggancia alla palpebra e la tira giù.
Questo luogo è un posto scomodo, quasi ostile, a oltre tremila metri di quota, dove fa sempre freddissimo (stamattina – e c’era il sole – eravamo a meno diciannove). Si ammira da Cime de Caron, in Francia, sulla vetta delle 3 Vallées, il più grande comprensorio sciistico del mondo. Per arrivarci dall’Italia devi masticare centinaia di chilometri di strada e soprattutto affrontare gli ultimi trentacinque, quelli della strada impervia che da Moûtiers parte coraggiosamente all’assalto di montagne meravigliosamente impervie. È un rito al quale mi sottopongo felicemente da 33 anni.
Il luogo a cui penso sempre è questo, cioè quello che vedete dietro di noi. Perché per una volta il vero soggetto sta nello sfondo e visto da Cime de Caron, col freddo che puntualmente ti taglia la faccia, è bellissimo nella sua immutabilità. Lo si ammira, lo si scolpisce nella mente e si tira avanti di memoria per un altro anno.
Signore e signori, sua maestà il Monte Bianco.

  

Da oggi i podcast del Giustiziere

Siccome da queste parti non ci facciamo mancare niente, da oggi in questo blog c’è anche una sezione dedicata ai podcast. È una selezione di interventi del mio programma su Radio Time, il Giustiziere. Ci troverete cronaca, cazzeggio, provocazioni, musica e qualche incazzatura: insomma un modesto tranche de vie. Se proprio non avete nulla da fare, fate una visitina: e non fate caso alla mia dizione (l’infanzia trascorsa a Padova si sente), ma cercate di entrare in sintonia. Buon ascolto.

Grazie a Giuseppe Giglio e Alex Armao per la consulenza tecnica.

  

Maniaci di Maniaci

Per la Cnn Pino Maniaci è un giornalista di “vecchia scuola”, uno da cui imparare, un paladino della libera informazione in Italia e nel mondo. Tenuto conto che l’inchiesta su Maniaci è ancora in corso e che la presunzione di innocenza vale anche per i distratti, per quelli che blaterano sporco anche quando parlano di vittime della mafia e per i gradassi che invocano i poteri forti per coprire le proprie debolezze, è bene evitare di affondare il coltello nelle carni del direttore di Tele Jato. Infierire non è giusto.
È giusto invece uscire dal barile se qualcuno vuole affibbiarci la vocazione di pesci. Gli americani saranno pure forti, ma quando discettano di cose di casa nostra dovrebbero informarsi. Scrivere di qualcuno e qualcosa per come il tuo lettore si aspetta di leggere su quel qualcuno e quel qualcosa non è giornalismo, è strategia da supermarket. Con la differenza che almeno al supermarket se trovi merce avariata, ti risarciscono e chiedono scusa. Questi invece ci fanno un volantino promozionale.

  

Buon Natale e buona memoria

Esperimento. Per via del decimo compleanno di questo blog, ho fatto un’attenta ricognizione nel mio archivio (che poi è anche il vostro, dato che si tratta di cose pubbliche e pubblicate) e ho ripescato le parole seminate in tutti i Natali passati. Ne è venuto fuori un risultato impressionante, almeno per me.
Cose che ho messo qui in vetrina anni fa sembrano pensate oggi. E non per merito mio, ma per l’onestà della cronaca che non ha né padrini né poteri forti che la spalleggiano. Nell’avvertirvi che il post è un po’ lungo, vi assicuro che non c’è alcuna manipolazione. Per questo, ad ogni passaggio troverete un link di riferimento che vi porterà al post originario.
Siamo invecchiati eppure non troppo è cambiato. Non so quanto sia di consolazione. Però siccome sono, come si dice, un inguaribile ottimista penso che è già una cosa meravigliosa ritrovarci (quasi) tutti qui a parlare di noi anziché fare melina coi soliti discorsi sui parvenu della verità acquisita. Insomma ribadisco un concetto antico per chi frequenta queste pagine: noi siamo chi siamo stati.
E così diamo il via alle danze.

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Scio ergo sum

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Su Repubblica racconto brevemente la storia di Piano Battaglia e dei ragazzini che sognarono di diventare sciatori in Sicilia, che è un po’ come aspirare a diventare sommelier nel Sahara. Era la generazione dei Bica, dei D’amico, dei Galletti, degli Speciale, per far giustizia della cronaca. Era anche la mia generazione. 
Qui vi propongo la mia visione più personale.

Negli anni Settanta per noi sciatori in erba (in erba nel vero senso della parola, tenuto conto delle condizioni delle piste della Mufara) Piano Battaglia era evasione e invasione. Evasione dalle famiglie che ci consentivano, spesso incoscientemente, di partire da soli. Invasione dell’Ostello della Gioventù dove si dormiva in cuccette a tre livelli e ci si sfiniva di cioccolata e pigiama party.

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Il buio e il pericolo del Raggismo

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C’è un pericolo all’orizzonte. Ed è un pericolo reale perché mina le fondamenta della nostra ultima felicità, che ritenevamo inscalfibile.
Il pericolo dell’assalto al bello.
Guardate quello che sta accadendo a Roma, dove il Raggismo – che non è il Grillismo, ma un’insopportabile pozione a base di incultura, presunzione e cattivo gusto – sta producendo brutto assoluto con l’alibi del risparmio. L’esempio lampante è l’albero di Natale di piazza Venezia a Roma, un obbrobrio che c’entra con la sobrietà come i cavoli a merenda. L’esempio meno evidente, ma a mio parere altrettanto significativo, è il video della giunta notturna in stile Famiglia Addams dove tutti sono fintamente seri con un indecente sprezzo del ridicolo.
Attenzione. Il mio non è un giudizio politico su Virginia Raggi, per quello ci sarà tempo, ma è molto peggio: è un giudizio culturale che invoca contromisure serie e immediate.
L’assalto al bello da parte dei seguaci del Raggismo rischia di produrre un disastro, come una reazione a catena in cui sindaci e amministratori vari, fulminati dal buio di un’illuminazione nefasta, ritengono che la bellezza abbia un costo e che quindi può essere gestita con operazioni al ribasso. Non è così. E chi lo pensa è un pericoloso incompetente (nel migliore dei casi).