Dare dell’idiota a chi lo è

 

Si perdono 20.000 euro al giorno. La responsabilità? E’ di nessuno

soldi

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Mettiamo che lavoriate in una piccola azienda privata e che dobbiate provvedere al trasloco di un ufficio, due scrivanie, due computer, un fax, un piccolo armadio, varie suppellettili. L’operazione vi è stata annunciata da tre mesi e voi dovete solo assicurarvi che tutto sia a posto: impresa di trasporti allertata, nuovi locali puliti, volture effettuate. Arriva il giorno X e al momento di accedere ai nuovi locali vi rendete conto di esservi dimenticati di farvi dare la chiave dal padrone dell’immobile, che adesso è partito per la Papuasia, e dovete rimandare tutto indietro costringendo la vostra azienda a pagare per un trasloco inutile. Mettiamo anche che i vecchi locali non siano più disponibili e che si debbano sborsare tot euro al giorno per il deposito, perché scrivanie, armadio e tutto il resto non ve li potete portare a casa. Passano i giorni e le chiavi non ci sono. Mannaggia, com’è potuto succedere… è stato un disguido, un malinteso. Alla fine la vostra azienda ci rimette qualche migliaio di euro. Voi credete di farla franca? Ovviamente no, perché se avrete la fortuna di non essere licenziati in tronco, sarete costretti a risarcire il danno.
Fine della storia. Segue »

Dare dell’idiota a chi lo è

Siccome è in atto una campagna di neo-qualunquismo sull’aggressività del web e sulla pericolosità di certi movimenti di incultura che crescono nei social network, ho pensato di impegnarmi in un’operazione di denuncia. Ogni volta che mi capiterà di imbattermi in un idiota del web, ne darò notizia su queste pagine: si accettano segnalazioni, ovviamente.
Col tempo spero di dimostrare che non servono nuove norme per garantire la pulizia di un luogo virtuale, perché le regole esistono già e basterebbe applicarle per evitare odiose generalizzazioni. Un cretino che online offende a raffica chiunque, è lo stesso cretino che imbratta i monumenti o che buca le ruote delle auto il sabato sera. Un delinquente che istiga alla violenza via internet è lo stesso delinquente che guida ubriaco e falcia il primo pedone che gli capita a tiro. La cattiveria gratuita e anonima ha lo stesso seme di invidia sia nel web che allo stadio.
Chissà quando ci si renderà conto che non sono le connessioni telematiche il problema, ma le connessioni cerebrali.

Faceva l’amore non la guerra

la guerra dei vent'anni ruby berlusconi

Quindi la “Guerra dei vent’anni” era tutta una questione di sesso. Almeno così sembra, a dar retta all’imbarazzante ricostruzione fatta ieri da Canale 5 dei disastri giudiziari di Silvio Berlusconi.
Il programma di un irriconoscibile Andrea Pamparana ha infatti presentato uno spaccato molto personalizzato delle vicende giudiziarie dell’ex premier: accuse e accusatori inconsistenti (si attendeva una rivelazione sui calzini della Boccassini), telecamere ammesse nei luoghi eleganti delle cene eleganti, Ghedini sbrodolante, Ruby monastica, Silvio consolante.
L’alibi era solido (quello della rete, non quello dell’imputato): Canale 5 è privato quindi non scassateci la minchia e cambiate canale se non vi va. Come se il conflitto di interessi e la questione delle concentrazioni editoriali fossero acqua fresca.
“La guerra dei vent’anni” ci ha raccontato una fiction travestita da cronaca, perché è facile ricostruire la realtà con l’audio originale delle deposizioni in un’aula di giustizia: basta saper lavorare di forbice e di montaggio.
Per il resto, un concentrato di omissioni, ammiccamenti, falsità che spero finiranno in un dossier dell’ordine dei giornalisti. Mai un intervistatore che non fosse genuflesso, mai un accenno alla singolarità di un procedimento in cui l’imputato stipendia regolarmente i testimoni, mai un riferimento ai famosi vent’anni del titolo (la corruzione, l’ombra della mafia, i fondi neri, eccetera). A un certo punto la giornalista che reggeva il gioco a Ruby ha abbozzato una domanda premettendo: “Scusa se te lo chiedo…”. E lì si è capito tutto: brutta cosa quando per portare a casa uno stipendio si sceglie di vendersi.

Tanto per essere chiari

Questo blog è, e sempre sarà, contro chi è contro la magistratura.

La visione stipendiocentrica dei grillini

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Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Più che al cuore del problema bisogna mirare all’ombelico della questione: perché ombelichismo e autoreferenzialità sono ingredienti fondamentali dell’ultima polemica che coinvolge il Movimento 5 Stelle siciliano.
Il vicepresidente dell’Ars Antonio Venturino è stato messo fuori gioco dal suo gruppo parlamentare perché da due mesi non restituisce più nulla della sua busta paga: in pratica si comporta come tutti i colleghi degli altri partiti. Lui dice che 2.500 euro netti al mese non bastano per il corretto svolgimento del suo mandato parlamentare e prova ad ammantare il suo ragionamento/sfogo con considerazioni più prettamente politiche: le occasioni perdute per far ripartire il Paese, l’inciucio, il rapporto inesistente con Beppe Grillo e via discorrendo.
Sarà. Ma quello che produce la deflagrazione nel movimento non è il mal di pancia del Venturino politico e libero pensatore, ma il portafoglio del Venturino parlamentare regionale. Ed è inutile andare a scavare tra le parole, che qui non sono pietre ma monete, giacché tra i grillini la fatwa è immediata quando si sgarra sull’impegno elettorale che riguarda i rimborsi (e Beppe Grillo non ha usato metafore per esporre il vicepresidente dell’Ars al ludibrio dei suoi movimentisti). Segue »

A proposito del web, della giustizia e della Lucarelli

Oggi su Libero Selvaggia Lucarelli scrive un articolo molto bello sui due pesi e due misure nella lotta contro i delinquenti del web. In soldoni, se sei un politico parte subito l’operazione di protezione, le forze dell’ordine si mobilitano, i provider collaborano; se non lo sei, ti lasciano sbattere vita natural durante. A proposito di vita, l’esperienza della Lucarelli, con le dovute differenze, l’ho provata qualche anno fa quando un paio di cretini decisero di decretare la mia morte modificando reiteratamente la mia voce su Wikipedia: morivo in circostanze misteriose, con qualche psicofarmaco in corpo, a casa di una non precisata donna, con mia moglie nella parte di vedova inconsolabile e anche un po’ imbarazzata. Una cosa gradevole insomma (ne scrissi qui). Sporsi denuncia, indicai IP, circostanze, sospetti: c’era solo da andare a prendere quei malfattori e sottoporli a procedimento giudiziario. Nulla accadde, non ho mai avuto una sola notizia, silenzio.
Quando mi è capitato di criticare sul web una parlamentare nazionale invece, nel giro di un’ora, si è materializzato un agente della polizia postale che ha subito avviato la sua perfetta indagine e scritto in bella grafia il suo compitino. Una giustizia rapida, istantanea, su misura.

Il silenzio degli indecenti

Pertanto la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani (del resto in armonia con quanto ritenuto dal Tribunale), individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi ritenere (in ciò distaccandosi dal primo giudice) l’imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra, rapporti che, nel convincimento della Corte territoriale, sarebbero stati dall’imputato coltivati anche personalmente (con Badalamenti e, soprattutto, con Bontate) e che sarebbero stati per lui forieri di qualche vantaggio elettorale (certamente sperato, solo parzialmente conseguito) e di interventi extra ordinem, sinallagmaticamente collegati alla sua disponibilità ad incontri e ad interazioni (il riferimento della Corte territoriale è alla questione Mattarella), oltre che alla rinunzia a denunciare i fatti gravi di cui era venuto a conoscenza.

In tutti gli stadi italiani ieri si è osservato un minuto di silenzio per uno che la Cassazione – mica una procura comunista – ha definito colpevole di associazione a delinquere (con Cosa Nostra).

L’Italia di domani? E’ quella di ieri

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Prendete 14 politici di lungo, lunghissimo (forse troppo) corso e lasciate che si raccontino su carta attraverso le loro stesse parole in un collage spesso esilarante: il risultato è “A sua insaputa”, libro scritto da Alberto Giuffrè e Filippo Maria Battaglia per Castelvecchi RX editore.
Da Vendola a D’Alema, da Bossi a Bersani, da Di Pietro a Fini, la Seconda Repubblica o quel che ne resta affiora nelle pagine del volumetto con tutta la sua forza grottesca: Prodi rimpiange di non saper cantare, Mastella inciampa nella citazione sbagliata di Neruda, Formigoni confessa la sua passione per le vacanze, Berlusconi rivive nelle testimonianze delle sue donne-ancelle.
Grazie a questa autobiografia non autorizzata della politica morente si collaudano tutte le sfumature di un sorriso, dall’amaro al dolce e si capisce perché l’Italia di domani è ancora irrimediabilmente quella di ieri.

C’è l’occasione e l’atmosferaaa

Sono l’uomo più semplice che c’è
Sono l’uomo giusto per te
Sono l’uomo di questa sera
Sono l’uomo di primavera

Facciamo bene a stare insieme stasera
Facciamo bene perché è sabato sera
Facciamo bene, facciamo perché
c’è l’occasione e l’atmosfera

Si, facciamo bene perché
siamo vivi
Domani chi lo sa?

Mi perdonino i fan di Vasco Rossi, ma c’è qualcuno che può credere all’estro artistico di un sessantenne che scrive un testo del genere?

Andreotti, la mafia e il passo falso di Caselli

GIULIO-ANDREOTTI

Il motivo per cui Giulio Andreotti è morto essendosela fatta sostanzialmente franca dall’accusa di mafia è tutto nel titolo di un libro, edito nel 1995 da Tullio Pironti Editore: “La vera storia d’Italia”.
Il volume raccoglie l’atto d’accusa dei giudici di Palermo nei confronti di Andreotti e dà ampia testimonianza della pretenziosità del castello di indagini nel quale si voleva intrappolare il più potente uomo politico italiano.
Nello scrivere “la vera storia d’Italia” infatti ci si dimenticò, per foga o imperizia, di incardinare prove e testimonianze con una logica di stringente plausibilità e si badò più all’effetto che alla sostanza. Risultato: l’imputato fu assolto in primo grado addirittura perché il fatto non sussiste (solo in seguito si arrivò a dimostrare che almeno fino al 1980 era colpevole di aver aiutato Cosa Nostra, ma il reato era purtroppo prescritto). Segue »

Un Biancofiore per tutte le stagioni

michaela biancofiore

Come racconta oggi Riccardo Nuti del M5S, il premier Letta aveva promesso: per i posti chiave dei ministeri “le persone incaricate saranno di indubbia competenza”.
E passi che noi siciliani saremo rappresentati da uno che in passato ha avuto problemi di cocaina e da un altro che ha avuto qualche questione giudiziario. La vera rivelazione della natura specialistica e intellettuale di questo governo è Michaela Biancofiore, una che ha più simpatie per un criminale come Benito Mussolini che per un qualunque cittadino omosessuale: e infatti l’hanno messa alle Pari Opportunità. Ora però persino il placido Letta ha capito di aver preso un granchio e ha spostato la gentile ancella berlusconiana alla Pubblica Amministrazione.
E l’indubbia competenza?
La Biancofiore era sottovalutata dov’era prima, quindi le sue qualità professionali risaltano meglio nella nuova collocazione? O è competente qui e là? Se la primavera è la stagione dei fiori, la Biancofiore sboccia in tutte le stagioni?
Ho 50 anni e, scherzi a parte, cose del genere non le ho viste neanche quando c’erano la Dc, il Psi, i socialdemocratici e le cooperative comuniste. Comincio a provare nostalgia per le convergenze paralelle.

Uno che di fucili se ne intende

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Se qualcuno tra qualche mese prende i fucili non lamentiamoci, abbiamo messo un altro banchiere all’economia. La situazione se non migliora, peggiora e non so quanto la gente possa resistere, non so quanto il Movimento possa frenare la violenza della gente, che è nella natura delle cose.

Quelle dell’ideologo del Movimento 5 Stelle, Paolo Becchi, vengono definite dichiarazioni choc, come se vivessimo a Disneyland. In realtà si tratta di acqua fresca, specie se confrontate con l’immensa mole di citazioni di uno come Umberto Bossi, capo storico della Lega Nord e ministro in due governi di Berlusconi.

“Quando avremo perso tutto, quando ci avranno messo con le spalle al muro, resta il fatto che le pallottole costano 300 lire”. 23 settembre 1993

“Se non avessimo impedito la rivolta si sarebbe incendiato tutto il Nord. E se in Sardegna, un’area isolata, qualche mitra lo puoi trovare, in Lombardia trovi tutto, dai cannoni agli aeroplani…”. 29 agosto 1994

“Il processo storico va avanti verso il cambiamento con o senza violenza, io spero senza violenza inutile. Prima della fine del ’97 l’Italia come la conosciamo non ci sarà più, ci sarà la Padania”. 26 ottobre 1996

“Amici magistrati, il rischio è che ci sia una Pasquetta, ma più che una Pasquetta come quella del 1916 in Irlanda: non verrebbero 1.500 uomini a imbracciare il fucile; saranno 150.000 e il giorno dopo un milione e poi…”. 18 aprile 1998

“Democristiani, socialisti, comunisti… Questa era gente da tirar giù, da portare in piazza e fucilare, perché quando uno fa fallire un paese lo si fucila”. 25 settembre 2003

“Non abbiamo mai tirato fuori fucili, ma c’è sempre una prima volta”. 26 agosto 2007

“Se non si va al voto facciamo la rivoluzione, vuol dire che mettiamo in piedi la polizia del Veneto, della Lombardia, del Piemonte. Certo ci mancano un pò di armi, ma prima o poi quelle le troviamo”. 23 gennaio 2008

“Se necessario, per fermare i romani che hanno stampato queste schede elettorali che sono una vera porcata e non permettono di votare in semplicità e chiarezza, potremmo anche imbracciare i fucili”. 6 aprile 2008

“Ora dobbiamo portare a casa tutto il possibile democraticamente. Per i fucili c’è tempo…”. 19 agosto 2010

Il bello di essere vip

Copia di foto

Oggi nel raccontare la festa per il nuovo re d’Olanda, Laura Laurenzi su Repubblica svela un piccante retroscena del cerimoniale.

Grazie a Barbara Cappello.

Il parco fatto apposta per chi lo odia

rifiuti favorita palermo

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Ogni volta che si parla di chiusura alle auto del parco della Favorita c’è una sorta di sollevazione popolare che si concreta in una domanda angosciata: come si fa col traffico per Mondello?
E l’aspetto grottesco del problema è tutto nella domanda, mica nella risposta.
Il fatto è che, da decenni, un parco e una riserva naturale meravigliosi sono attraversati da auto, camion, pullman e altri mezzi inquinanti senza che ci sia un moto di indignazione degno di conseguenze, perché è un sottile nastro di asfalto e non un immenso polmone verde il vero bene pubblico da salvaguardare. Quei tre chilometri e passa di strada che, da un cancello all’altro della Real Tenuta, consentono ai palermitani di arrivare a Mondello in tempo per godersi un bell’incolonnamento di auto vista mare, sono preziosi. Ed è inutile cercare di argomentare che Mondello è raggiungibile da molte altre strade, che esistono i mezzi pubblici (i quali andrebbero comunque potenziati), che se si fanno quattro passi l’infarto non è garantito: chiudere la Favorita risulta ancora un atto talmente pericoloso per l’ordine pubblico che il corteo dei manifestanti Gesip più agguerriti è uno sciame di mosche al confronto. La crociata di clacson e bestemmie col suo fragore di sgommate e carburatori incatarrati, terrorizza assessori e sindaci di ogni tempo più di una sollevazione di piazza: lo si è visto nelle rarissime volte in cui il parco è rimasto chiuso per poche ore, magari a causa di un’inopinata maratona o di una sediziosa adunata di ciclisti. Segue »

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