Bassotti e pistolotti

C’è quest’associazione animalista che si chiama Aidaa che invita Stefania Petyx a lasciare a casa il bassotto quando è in giro per motivi di lavoro. Ed è un’associazione che già in passato ha tentato di dividere Stefania dal suo amato cane che, a sentire il suo presidente dell’Aidaa Lorenzo Croce, rischierebbe di finire stressato a causa delle riprese televisive.
L’altro giorno Stefania è stata aggredita a Palermo da alcuni delinquenti mentre stava realizzando un servizio per Striscia. E l’Aidaa non ha perso occasione per intonare la sua litania: il cane va preservato, salvato, tirato fuori dal rito orgiastico della tv. Manco che la Petyx lo avesse usato come scudo o, viste le dimensioni, come grimaldello.
A questo tipo di animalismo e in questo frangente in cui il ridicolo ha già fatto irruzione – lo dico con la banale presunzione di chi gli animali manco li mangia – si può rispondere in due modi. Primo modo: chi conosce Stefania sa che, comunque e dovunque, il bassotto se la passa meglio di lei. Insomma quello non è il suo cane, ma il suo padrone. Secondo modo: la sensazione è che quest’Aida, come altre conventicole di bacchettatori in finto cachemire tipo Moige, debbano emanare comunicati per testimoniare la propria esistenza in vita. E nel dichiarare a pieni polmoni non manca l’aria ai denti.

  

La banca di Casaleggio e il denaro della rabbia

Leggendo “Supernova”, l’atto di accusa di Nicola Biondo e Marco Canestrari al sistema del Movimento 5 Stelle, ci sono passi su cui ci si deve fermare a riflettere. L’obiezione più comune è: gli autori sono ex grillini, vissuti all’interno dell’establishment, e hanno il dente avvelenato. La mia osservazione è: stiamo ai fatti, se i due autori riferiscono cose false c’è un solo modo per smentirli, e non sta nella piattaforma Rousseau ma in un’aula di giustizia.
Intanto c’è un passaggio del libro che merita una citazione, su quale servirebbe un dibattito franco e senza limiti di tempo.

(…)La tecnologia non è neutra: soprattutto i social network sono progettati per suscitare e raccogliere le reazioni spontanee e istintive degli utenti, non quelle più ragionate. E ogni reazione ne alimenta altre, ogni provocazione suscita indignazione più facilmente che ispirare fiducia e positività. È un mercato in cui la “banca centrale”, governata da Davide (Casaleggio, ndr) attraverso le sue società, associazioni, prodotti editoriali più o meno chiaramente collegati a Grillo, stampa (…) il denaro della frustrazione e della rabbia per raccogliere i frutti elettorali attraverso lo sportello del consenso che è il Movimento 5 Stelle.

  

I negazionisti della cronaca

C’è una categorie di persone che io chiamo “negazionisti della cronaca”. Vivono perlopiù di e nei social e sono i disinformati per eccellenza. Cioè non sanno nulla di nulla, anzi peggio non sanno nulla di nulla di ciò che in realtà dovrebbe essere di loro interesse. Prendete chessò un buddista “negazionista della cronaca”: dovrebbe sapere tutto, per vocazione e quasi per elezione, sulla prossima visita del Dalai Lama a Palermo: tutti i giornali e tutti i siti e soprattutto i social ne hanno parlato qualche mese fa, e infatti i biglietti sono andati venduti in un fiat. Ma il “negazionista della cronaca” deve fare il suo mestiere, specialmente quando si trova nella condizione a lui più congeniale, quella dello spaventato del presepe. Siccome vive sulla luna credendo di vivere sulla terra e parla della terra come uno che non è mai stato sulla luna – un disadattato insomma – non ha ovviamente trovato posto nel luogo in cui il Dalai Lama parlerà. E allora? Anziché ritrarsi in buon ordine, magari maledicendosi in tibetano, sguaina la sua arma migliore: la teoria del complotto.
Chissà perché non ce lo vogliono dire… chissà cosa c’è dietro… ci vogliono fregare!
Il “negazionista della cronaca” si sopravvaluta per sopravvivere. Cerca disperatamente una congiura internazionale per spiegarsi il fatto che, riconglionito com’è, ha chiuso casa con le chiavi dentro: la lobby delle serrature è notoriamente seconda solo a quella degli Illuminati.
Tornando all’esempio del Dalai Lama, guai a spiegargli che era già stato tutto annunciato per tempo e che lui è semplicemente arrivato in ritardo. Mai! Anziché ritirarsi in buon ordine il “negazionista della cronaca” attuerà la lotta dura senza paura sino al sanguinamento dei polpastrelli: diffondete, vergogna, diffondete, buuu, ladri, mascalzoni e adoratori del Male! Nella storia di questo prototipo di elettore ideale dell’anno 2020 (voglio essere ottimista e darmi un minimo di preavviso) non c’è un precedente di ravvedimento, mai un’ammissione intima tipo “ho fatto/detto una minchiata”. E questo è devastante per il resto della popolazione mondiale, ormai quasi minoritaria, che si informa e agisce di conseguenza.
Anni fa un mio ex amico, peraltro non incolto e non (ancora) social addicted, aveva la fissazione di doversi incazzare ogni anno perché – per un giorno – la maratona gli impediva di andare a farsi il giro della parrocchia in auto, col gomito fuori dal finestrino tipo abbordatore da discoteca del sabato sera. E l’argomento era sempre lo stesso: i giornali non hanno detto niente, sorvolando su fatto che lui non leggeva mai i giornali. Insomma, un antesignano.

 

  

Più spade che troni (metafore incluse)

In questi anni avevo evitato quasi scientificamente “Il trono di spade” perché, pur essendo un appassionato di serie tv, ero e resto diffidente nei confronti del fantasy e perché sapevo che si trattava di una saga con molti (troppi?) effetti speciali anche sotto le lenzuola. Insomma, a pelle non mi attirava.
Poi i miei amici Mauro e Tiziana mi hanno regalato il primo libro di George R. R. Martin (che risale al 1996) e soprattutto ci hanno messo l’insistenza giusta: l’ho iniziato a sfogliare dopo un anno e passa, figuratevi quanto si sono dovuti sfiancare.
Dopo una cinquantina di pagine (non meno, altrimenti mollerete la presa) sono entrato nell’ingranaggio. “Il trono” affascina perché è un’inaudita galleria di personaggi inauditi. Utilizza quel codice di plausibilità con lo spettatore/lettore secondo il quale tutto, davvero tutto, può accadere: che ti muoia il protagonista che avevi appena designato, che il cattivo diventi simpatico, che la crudeltà ti affascini, che il gioco anzi il game (dal titolo originale A Game of Trones) si riveli un appassionante videogame, che un nano (vero) si riveli un gigante e che un gigante (vero) si faccia addomesticare come un piccoletto, che le femmine siano femmine senza tener conto dei gradi di parentela (con quel che, incestuosamente, ne consegue) e che i maschi siano maschi a dispetto delle dimensioni del loro arnese sessuale. Con la dovuta allegoria e i giusti distinguo, “Il trono”  è una serie che per libertà di colpi di scena mi ricorda il “24” dell’intramontabile Jack Bauer. Solo che qui siamo in un tempo senza tempo e mentre Jack Bauer è un eroe asessuato tutto pistole e colpi segreti di karate (mi ha detto mio cugino che conosce un colpo segreto che se te lo dà dopo tre giorni muori… cit.), l’eroe medio de “Il trono” – ce ne sono una decina, dato che è un’opera corale – usa la spada come l’attributo sessuale e, soprattutto, viceversa.
Ecco perché sono diventato un adepto della serie televisiva in questione. Perché adoro gli incastri, le storie come le scale a chiocciola in cui giri giri e sei sempre nello stesso luogo, solo un po’ più in alto. Cambia la prospettiva e cambia tutto: come insegna la vita e il suo sconosciuto elisir di longevità.

  

Florida, toccata e fuga

Sombrero Beach

La nostra breve sosta a Miami si è limitata a South Beach, causa maltempo. Alloggiamo allo Shelley, un piccolo hotel pulito, con adeguato corredo di sistema di condizionamento rumoroso, che rispecchia i canoni dell’art deco district (190 dollari per due notti, tasse incluse). A pochi metri c’è la spiaggia libera dove l’acqua tiepida del mare lenisce a malapena le sofferenze della calura: il caldo umido di Miami non si evita, si affetta. Il resto è un susseguirsi estenuante di locali a uso e consumo di turisti in gran parte italiani.
Su Ocean Drive l’unico divertimento, a parte fare lo slalom tra i “buttadentro” di bar e ristoranti, è quello di osservare. Osservare questo pianeta del divertimento che gira sulla sua orbita, che batte il suo ritmo e che nello specifico, e non certo per sua colpa, ci vede come “The Others”. Ecco, South Beach nella nostra esperienza è stata una grande terrazza dalla quale affacciarsi per ammirare a distanza lo struscio 2.0. Segue »

  

Sopravvivere a Las Vegas

La parte avventurosa del nostro viaggio si conclude a Las Vegas. Quel che segue sarà premio e ristoro dopo giorni di appassionata avventura (provate a scarpinare su una distesa di sale a 41 gradi all’ombra e senza un orizzonte).
Diciamo subito che a Las Vegas non siamo riusciti neanche a capire come funziona una slot machine: a parte inserire i soldi, schiacciare un tasto (un tempo c’era la leva da tirare), e vedere la moneta polverizzarsi, ci sarà pure un’alternativa meno deprimente.

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L’incanto rovente della Death Valley

Chi vi dice che la Death Valley è soltanto una meta turistica probabilmente è passato dritto lungo la strada 190 per trovare presto rifugio nella civiltà. In realtà la Death Valley è un accordo di meraviglia, disagio e curiosità. Già prima di arrivare al bivio in cui la civiltà si separa dalla sua culla (le stratificazioni geologiche delle rocce della Valle della morte ci dicono della preistoria più di un libro di testo), concedetevi un antipasto di meraviglia. All’altezza di Lone Pine imboccate la strada Mountain Whitney Trail, quasi venti chilometri di panorami mozzafiato che vi prepareranno alla follia rovente della Valley. Vedrete le Alabama Hills, colline di pietre impossibili da descrivere e per questo luogo di molti set cinematografici, e un anticipo dei colori e dei contrasti della Death Valley.
Poi tirate il fiato e tuffatevi nel Grande Regno dei contrasti: dalle vette alle depressioni, dalle rocce vulcaniche alle pietre dai riflessi arcobaleno.

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Senza fiato (per altitudine e meraviglia)

Horseshoe Lake

Coi laghi californiani ci abbiamo preso gusto. Quindi decidiamo di addentrarci nei territori della Sierra Nevada, precisamente lungo il versante est, quello che prelude al Nevada.
A questo punto è necessaria un’avvertenza per chi soffre l’altitudine poiché seguendo il nostro itinerario per almeno un paio di giorni non scenderete al di sotto dei duemila metri e sfioreremo punte di tremila.
Da South Lake Tahoe imboccando la 395 in direzione sud si arriva a una successione di laghi di una bellezza sorprendente: Mono Lake coi suoi monumenti naturali di tufo; June Lake, raccolto e silenzioso; Mammoth Lakes che è un balcone su molti altri laghi. Uno su tutti: Horseshoe Lake, con il suo paesaggio lunare di alberi bruciati dalle esalazioni di anidride carbonica che provengono dal terreno vulcanico. Noi ci siamo arrivati al tramonto e l’abbiamo giudicato bello in modo struggente.

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Montagne e laghi, la California che non ti aspetti

È ora di abbandonare l’oceano per addentrarci nell’affascinante entroterra californiano. La nostra prima meta è il Lake Tahoe, ma quel che conta veramente è ciò che sta nel mezzo tra la costa e le vette della Sierra Nevada.
Anche in questo caso la scelta della strada è cruciale. Il navigatore vi consiglierà ora e sempre i quasi 300 chilometri della freeway 80. Non statelo a sentire e scegliete la più lunga e tortuosa 49, in tal modo avrete l’occasione di ripercorrere alcune tappe suggestive del vecchio west.
Sulla via dei cercatori d’oro attraverserete le lande di Coloma, da cui partì la corsa all’oro nell’800, Auburn e soprattutto Nevada City, popolata da giovani mezzi figli dei fiori e mezzi hipster, surfer di montagna, gente strana insomma che mangia biologico in quello che un tempo era un saloon.
Salendo di quota – arriverete intorno ai 2.300 metri – non perdetevi neanche un view-point (perché la rivelazione di questo viaggio è che la California non è solo mare, surf, baywatch e muscle-men; no, la California è terra di incredibili montagne). In alcuni casi bisogna camminare un po’ per allontanarsi dalla strada e raggiungere il terrazzino panoramico. In altri lo scenario vi verrà addosso senza preavviso.

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San Francisco, dove nulla è uguale

La nostra “filosofia del motel” merita una sospensione cautelare a San Francisco, città in cui alloggiare è abbastanza caro. La prima scelta era quella dell’Aida Hotel, poco meno di 150 dollari al giorno. Ma giunti in loco, attraversata la desolazione di un cunicolo che vorrebbe essere hall e soprattutto arrivati davanti a un receptionist blindato in un gabbiotto antirapina, abbiamo optato per l’Eccezione Madre: un hotel a 4 stelle.
Nel calcolo preventivo dei costi mettete sempre in conto le tasse (quasi sempre nascoste nella convenienza ammiccante delle offerte) e la tassa di soggiorno.
Quartieri consigliati: Downtown e Marina.
Per le cose da vedere a San Francisco ci sono le guide cartacee e online. Qui invece trovate impressioni e suggerimenti dopo tre pernottamenti (il lasso di tempo ideale per non stupirsi troppo e non abituarsi altrettanto).
A pelle, dopo le prime ore, la città ci ha mostrato dei rarefatti sintomi di decadenza rispetto all’ultima visita che risaliva a 20 anni fa, Tuttavia la prorompenza di San Francisco si apprezza proprio superando l’ostacolo della prima impressione. La diversità di cui questa città è fieramente baluardo sta nella sua struttura urbanistica e nella sua storia. Qui nulla è uguale, niente tollera termini di paragone. È come se fosse un arcipelago di idee, soluzioni, rivoluzioni e sogni senza ponti di collegamento. Segue »

  

Carmel e la ricchezza che non disturba

Carmel by the Sea

Risalendo verso San Francisco il dilemma è tra due numeri: 1 o 101. Sono le strade da scegliere. La 1 è tortuosa e romantica, la 101 (one o one) è mitica e rapida. Noi siamo riusciti nell’impossibile, percorrendole entrambe. D’istinto abbiamo preferito la 1 dato che non avevano fretta, ma giunti al quarantesimo chilometro da Paso Robles l’abbiamo trovata interrotta causa frana. E un’interruzione da queste parti non comporta una deviazione di percorso, ma un inesorabile dietrofront: via verso la 101.
Poco male. Senza quest’imprevisto non avremmo potuto visitare posti come Morro Bay, un’insenatura con vista eccezionale (la Morro Rock rende poetiche persino le ciminiere della vicina centrale elettrica, provare per credere); Moonstone Beach, una spiaggia sull’Oceano Pacifico che merita un gran dispendio di foto; Piedras Blancas a San Simeon, con la sua colonia di elefanti marini che danno spettacolo a un passo dalla strada. Da evitare con serenità la deviazione verso Hearst Castle, l’omaggio di un miliardario alla cultura di chi gode degli omaggi dei miliardari.
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Andando per vino in California

Sulla strada per San Francisco una tappa obbligata è Santa Barbara, e già questo potrebbe toglierle fascino secondo la nostra personalissima road map. Tuttavia anche una tappa scontata può diventare interessante se le si attribuisce un tocco di leggerezza. Santa Barbara val bene due ore (beccando il parcheggio giusto), il tempo di sgambettare su lungomare e di gustare uno smoothie sul corso principale. Poi si riparte.
La meta è Paso Robles. Ma prima bisogna drogare il navigatore, che altrimenti vi suggerirebbe la rassicurante rapidità della 101 togliendovi il piacere di visitare centri come Solvang e Guadalupe (Dunes Reserve). La prima è una cittadina popolata e animata da una comunità danese che offre scorsi e suggestioni talmente pacchiani da risultare divertenti: mulini a vento, copia della Sirenetta di Andersen e altre amenità. La seconda va visitata esclusivamente per le sue dune di sabbia sul Pacifico, le più grandi di America.

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Los Angeles, dove tutto inizia (o finisce)

Il museo delle relazioni finite a Hollywood

Prima tappa del nostro viaggio in America, il terzo, è Los Angeles. Una tappa quasi tecnica per due semplici motivi: non è tra le mie città preferite, ma è un aeroporto di riferimento per chi viaggia dall’Italia. Los Angeles è comunque un trampolino da cui lanciarsi per scoprire/capire quest’affascinante porzione di west coast.
Non può essere considerata una città nel senso europeo o mediterraneo del termine poiché per estensione è molto più grande di una nostra provincia e poco più piccola di una nostra regione. Per spiegarla a chi non c’è mai stato mi viene in mente il paragone con New York o Chicago: Los Angeles è orizzontale, una sterminata distesa orizzontale; New York o Chicago sono verticali, spesso esageratamente. Ecco, Los Angeles è la città più diluita che conosca. Esistono altre grandi capitali con quest’ipertrofia. Mosca, ad esempio. Ma laddove l’orografia disperde, l’arte e la storia recuperano. Ergo le immensità della capitale russa non potranno mai dare il senso di desolata orizzontalità di Los Angeles. Ma questo caposaldo americano dello showbiz, dell’opulenza ha una prorompente personalità che non può non affascinare.

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Rossella, col vento in poppa contro il cancro

L’articolo di oggi su la Repubblica.

Nella sua prima vita Rossella Tramontano è una traduttrice con la passione della vela. Una passione nata nel 2006 quando, messo il primo piede in barca, scattò l’amore per quel mondo di vento e schiuma, sale e sudore. Come tutte le prime vite, anche quella di Rossella finì sul più bello. Nel 2010, mentre erano in vista le prime regate importanti, arrivò la diagnosi che cambiò tutto: carcinoma mammario.
La seconda vita di Rossella inizia nel modo più tristemente ordinario per chi spera in un altro giro di dadi: chemioterapia, radioterapia, terapia endocrina. Invocazioni e imprecazioni: da un lato la speranza, dall’altro la rabbia.
Rossella è una donna sportiva e la sua forza cede al timore, che non è quello di morire ma quello di restare sola, di essere esclusa. “Chi mi avrebbe mai preso in barca sapendo che avevo un tumore? Portavo una parrucca e, anche se non avessi detto nulla a nessuno, al primo colpo di vento sarebbe successo l’irreparabile, che vergogna! Decisi di abbandonare”.
Furono mesi difficili e Rossella si sentì vacillare. Sino a un caldo giorno di giugno del 2011 quando, ferma con l’auto al semaforo, decise di fare la sua personale rivoluzione: “Ero sudata e avvilita. Fu un attimo: mi tolsi la parrucca e la lanciai via. Un signore che era fermo con la sua macchina accanto a me rimase sbalordito”. La seconda vita di Rossella Tramontano segna l’epoca della ribellione: contro la malattia e contro quella forma malsana di pudore che ci suggerisce di essere come non vorremmo mai essere.
Le terapie fanno effetto. L’anno seguente ricomincia a gareggiare e partecipa ai Campionati nazionali d’altura. È “drizzista”, cioè addetta alle drizze (le cime che servono a issare le vele), un ruolo dove serve velocità d’esecuzione. Lavora con le braccia che ha rimesso in sesto con mesi e mesi di palestra dopo l’intervento. Arriva su Alvarosky, un GS 40 R pluripremiato con cui nel 2016 vince il Campionato italiano Offshore.
Ma è a questo punto che per Rossella Tramontano inizia la terza vita. Un altro tumore, un altro intervento e la scoperta di diciotto metastasi. Stavolta non c’è tempo per sentirsi fuori gioco. Un anno di denti stretti e pensieri positivi nonostante si debba lavorare più di speranza che di certezze. I risultati arrivano. Grazie alla terapia si assiste a una riduzione delle lesioni: i medici danno il via libera per tornare a regatare. Il prossimo 21 agosto, Rossella parteciperà alla Palermo Montecarlo, 550 miglia da percorrere in quattro giorni e quattro notti a bordo di DonnaRosa 2.0, il Beneteau Oceanis 55 dell’armatore e timoniere Fabrizio Mineo. La sua impresa è stata promossa dalla Lega Navale Italiana, sezione Palermo Centro, e patrocinata dalla Lega Italiana per la lotta contro i tumori di Palermo e ci insegna che il vento non lo puoi cambiare, puoi solo orientare meglio le vele.
In barca e nella vita.

  

Il felice riposo del piccolo guerriero

Nel riposo del guerriero, di ogni guerriero, c’è qualcosa di infinitamente grande e qualcosa di infinitamente piccolo. Ci sono i litri di adrenalina e le infusioni muscolari di acido lattico, ma ci sono anche l’affollarsi dei pensieri e le concrezioni fastidiose della responsabilità. C’è quello che si doveva fare e quello che non si voleva fare, quello che si è fatto e quello di cui ci se n’è fregato. C’è il dovere e quasi mai il piacere, c’è la battaglia per un domani e viceversa come se il domani fosse sempre frutto di un combattimento e mai di un’elargizione divina.
Solo una cosa non c’è.
La distinzione di età.
Il guerriero è guerriero senza arma anagrafica. Si batte allo stesso modo e mostra la stessa protervia quando deve uscire dalla pugna come quando deve uscire dal ventre della madre. In fondo siamo tutti ciò che siamo stati, sin dal primo respiro. Solo che non abbiamo il coraggio di confessarcelo perché crediamo che l’età ci renda più credibili, fondamentalmente ai nostri occhi miopi.
Il guerriero di questa foto è il figlio del mio amico Giuseppe, ma potrebbe essere il figlio di tutti voi. E un bimbo di tre anni che assapora il riposo con la severa maturità che solo i guerrieri sanno di avere. Infinitamente grande è la responsabilità a cui questi cuccioli di uomo sono chiamati sin dai primi passi in un mondo che è stato costruito a loro misura, non in quanto bimbi, ma in quanto consumatori. Infinitamente piccola è la scintilla che accende un piccolo motore in crescita per imporgli la più antica delle arti di saggezza, quella del riposo.
Senza indulgere nella retorica spiccia io, che padre non sono, credo che dovremo insegnare ai nostri piccoli a prendere fiato, a non considerare la pausa come un non-lavoro, ma come un premio. Quando siamo soli con il nostro fiatone, con il ritmo che si riconcilia con la nostra esistenza, con la fortissima debolezza di guardare il cielo non per disperazione ma per ispirazione, probabilmente siamo in quella condizione in cui l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo coincidono in noi stessi, sdraiati sull’acqua. Senza nulla intorno che sia più importante di un pensiero che non ha a che fare con l’ufficio, con l’asilo, con la palestra, con il poker tra amici, con le bollette, con la tata, con l’ernia iatale o col pannolino che pesa, col coniuge che ti tradisce o col compagno di banco che ti ha fottuto la merendina.
È il riposo del guerriero e tutto ciò che conta in realtà non conta.