Questa foto

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Non è un problema di occhi, ma di cuore. Legittimo è non volere vedere la foto del bambino siriano morto sulla spiaggia, sbagliato è meravigliarsi se altri la mostrano. Non sarà la pietà per quel corpicino a nasconderci dalla realtà. E tanto più la realtà è orribile quanto più serve cuore. Io quella foto l’ho guardata e l’ho giudicata una delle immagini più atroci che mi sia capitato di osservare. All’inizio, lo confesso, l’ho guardata quasi di nascosto come se dovessi provare vergogna. Poi però mi sono alleggerito del senso di colpa dopo aver visto la prima pagina, magistralmente cruda, del Manifesto. E mi sono detto: sì, anche io l’avrei pubblicata.
In queste ore il partito dei contrari alla pubblicazione di quell’immagine, particolarmente attivo sui social network che sono una specie di luna park delle idee più balzane, tocca le corde del rispetto per la persona (tanto più che si tratta di un bambino) e addirittura, per noi giornalisti, quelle della deontologia professionale.
È appunto una questione di occhi e di cuore.
Guardando quella foto solo con gli occhi c’è tutto il panorama di requisiti per decidere di non pubblicarla: dalla durezza del contenuto alle indicazioni della Carta di Treviso. Invece chiamando in causa il cuore, che non è fatto solo per riciclare sentimenti a buon mercato ma anche per cercare di guardare oltre l’emozione più immediata, è evidente che siamo davanti a un manifesto, a una sorta di icona del dramma del nostro tempo. Ecco, credo che noi giornalisti in questi casi dobbiamo essere in grado di setacciare tutte le nostre intenzioni, di scendere dai pulpiti ai quali siamo perennemente abbarbicati, di non crederci fari ma solo fiammelle, e fare l’unica cosa che può alleviare il nostro conseguente senso di inutilità: distinguere le storie dalla storia. Ed è inutile andare a ravanare nell’etica quando ci si trova davanti a decisioni così difficili. È stato così, com’è giusto, per immagini che hanno fatto la storia: Eddie Adams vinse il premio Pulitzer nel 1969 con l’atroce scatto in cui un generale sudvietnamita spara alla testa di un ufficiale vietcong a Saigon, Nick Út se lo aggiudicò nel 1973 con l’immagine simbolo della guerra del Vietnam, il New Yorker sconvolse il mondo nel 1946 con un reportage choc sulla bomba di Hiroshima, e così via.
Credo che in questi frangenti non servano sermoni buonisti né ramanzine cripto-professionali. C’è un motivo per cui un buon giornalista affronta i fatti in prima linea: perché deve essere addestrato a non dare lezioni anche quando la tentazione è forte.
Insomma servono cuore e memoria per capire se e quando ci troviamo dinanzi a un evento che non ci lascerà uguali a prima.
Ecco, io credo che questa foto non mi mollerà mai.

 

Gente strana

Alta MareaI sub, si sa, sono gente strana. I miei amici del diving Alta Marea di Ustica hanno realizzato un video molto divertente, che partecipa a questo contest. Dateci un’occhiata e, se vi piace, votatelo (cliccando il like).

Viaggio in America – il bilancio

viaggio in America

In una vacanza quello dei bilanci non è mai un momento allegro. Perché vuol dire che la pacchia è finita. Eccoci qua, allora, a tirare le fila di due settimane trascorse tra Illinois, Wisconsin, Michigan e un pezzetto, minuscolo, di Indiana: tremilacinquecento chilometri in macchina, centinaia a piedi, una trentina in bici e con mezzi vari.
In pratica abbiamo percorso in senso orario tutto il perimetro del lago Michigan, compresa la Door County, con ampie incursioni nella Upper Peninsula sino al Lake Superior, da Marquette a Sault Sainte Marie: un itinerario poco battuto dagli italiani che preferiscono mete più classiche come New York, la Florida o la California.
Cibo a parte, siamo convinti di aver fatto un viaggio da consigliare. Gli americani, almeno quelli in cui ci siamo imbattuti, con cui abbiamo chiacchierato al bar e ai quali abbiamo chiesto informazioni (la nostra era un’avventura, senza prenotazioni e senza itinerario prefissato), si sono dimostrati affabili e curiosi: cosa potevamo desiderare di più?
Ci ha impressionato l’abile sfruttamento turistico di ogni dettaglio, di ogni pietra, di ogni ancora arrugginita, di ogni spazio verde. Persino un vecchio legno abbandonato sulla spiaggia del lago, se ha più di trent’anni assurge automaticamente a piccolo monumento, con tanto di scheda illustrativa e corredo di panchina. La capacità con cui gli Usa amplificano la loro storia, brevissima se paragonata alla nostra, è pari alla abnegazione con la quale si dedicano al turista. Ogni cittadina ha il suo centro di informazioni turistiche con anziane signore – tutte volontarie – pronte a spiegare, raccontare, raccomandare e guidare. Persino la più piccola cascatella d’acqua ha il suo parco costruito intorno, con tanto di gift shop e guida gratuita telefonica (ti colleghi tramite un codice QR e ascolti tutta la spiegazione).
Gli americani amano in generale le cerimonie, celebrano se stessi e il loro impatto sul mondo non appena ne hanno l’occasione. Dedicano monumenti ai caduti (sul lavoro, in guerra), dedicano panchine a concittadini scomparsi, dedicano muri a benefattori.
Poi c’è la “contraddizione del ristorante”. Anche nel locale più informale, il cameriere si presenta con affettata ufficialità: buonasera, sono Jack e stasera avrò il piacere di servirvi, sono a vostra disposizione per ogni chiarimento… Poi però ti imbandisce la tavola con le posate avvolte nel tovagliolo di carta, ti piazza l’ascella sul naso per ritirare il piatto, ti porta il conto quando ancora non l’hai chiesto.
Abilissimi nel customer care, gli americani so’ forti anche nel manifestare le loro debolezze. Se per loro sei una sorta di animale esotico – così ci vedevano in certe lande del Michigan dove l’immigrazione italiana non è mai arrivata – non esitano a dirtelo con un contorno di Uaau! e Yeaah!
Ci ammirano ma non ci invidiano.
Ci accolgono ma non ci adottano.
Perché sono diversi da noi e vedono in questa diversità molte ragioni del loro successo.
Sono efficienti e puntano al risultato.
All’aeroporto di Chicago, mia moglie, campionessa mondiale di shopping solitario indoor, è stata abbordata da un giovane piazzista alto e biondo che voleva venderle una vodka francese. Lei è rimasta colpita dal ragazzotto e non gliene fregava niente della vodka, tanto che quando sono capitato dalle sue parti (evidentemente anche noi maschi abbiamo un allarme biologico, eh) si è come risvegliata da un incantesimo e mi ha detto: andiamo va, che è presto per l’aperitivo. Il tipo ha intercettato il mio sguardo curioso sulla bottiglia e ha abbandonato istantaneamente la preda primigenia (mia moglie). “Le posso offrire una vodka?”, mi ha chiesto. “Certo”, ho risposto pensando tu sarai pur modello ma io non sono fesso. È finita con altri bicchierini omaggio e con una bottiglia acquistata. Di vodka francese, bah.

Viaggio in America – i Grandi Laghi

Sleeping Bear Dunes, foto di Daniela Groppuso

Sleeping Bear Dunes, foto di Daniela Groppuso

Altro che Grandi Laghi, questo mare è, “unsalted e shark free” come è scritto sulle magliette che abbiamo comprato a Grand Marais. Qui la vista regala orizzonti infiniti e pare impossibile che queste acque possano essere confinate.
Il lago Michigan ce lo siamo fatti tutto, e stiamo parlando di un immenso bacino che da Chicago, dopo centinaia e centinaia di chilometri, arriva a bagnare l’Upper Peninsula, due Stati più a Nord. E se pensate al genere di vacanze sul lago borghesemente conosciute, tutte terme e sfoggio di dentiere, evidentemente non siete mai stati a Sleeping Bear Dunes, un’immensa distesa di sabbia nella parte nord-orientale del lago Michigan, dove l’attrattiva indimenticabile è costituita dalla scalata di dune altre una sessantina di metri con conseguente discesa tra falcate e capitomboli (più i secondi): uno scenario che è un po’ Marocco, un po’ Eraclea Minoa, e assai “Pure Michigan”.
Più a Nord, il Lake Superior, oltre alla nota esplorazione di Gran Island, dà almeno un paio di spunti per gli esploratori di passaggio nella Upper Peninsula. Le falesie striate di Picture Rocks, dall’alto delle quali è davvero difficile pensare che si tratti di rocce a picco su acqua dolce (viene spontaneo immaginarle nel Mediterraneo o in un angolo esotico dell’oceano Pacifico); e il sentiero di Au Sable Point che dà modo di osservare un cimitero semisommerso di navi naufragate (ce ne sono tante che uno pensa a un perverso accordo secolare tra armatori e pro-loco) che conduce a uno dei fari più belli di questa regione.
Ora però è iniziata la fase di rientro. Siamo a Saugatuck, una deliziosa cittadina adagiata sull’acqua dove è bello muoversi da un bar all’altro ascoltando musica e sorseggiando qualche Bell’s Oberon ghiacciata. E la birra l’avrebbe fatta da padrona in questo viaggio se non fossimo incappati in un reticolo di vigne e cantine, come in un Chiantishire da esportazione.
Ebbene sì, c’è del vino nel Michigan!
Per Ferragosto abbiamo partecipato a una degustazione della cantina “2 Lads” nella Old Mission Peninsula. Su cinque vini ci ha convinto un Pinot nero del 2013. Acquistata una bottiglia, identificato un tratto di spiaggia adeguatamente suggestivo e prenotato un tramonto cinematografico, abbiamo chiuso la giornata lì. Indimenticabile.

Quindi, riassumendo questo post “liquido”, tenete bene a mente i tre elementi fondamentali: 1) L’acqua che rinvigorisce questa terra; 2) La birra che rinvigorisce questa popolazione; 3) Il vino che la rende sorprendente.

 

Viaggio in America – il cibo

Cibo americanoNon vogliamo rivelare nulla, solo contribuire alla narrazione di una civiltà, di una cultura. La nostra esperienza americana sul fronte gastronomico si sostanzia di alcuni punti fondamentali.
La qualità del cibo non si discute, gli americani sono molto attenti a regole e tabelle. Difficilmente vi capiterà di mandare indietro un piatto per ragioni oggettive, cioè legate a difetti di freschezza del prodotto. Tuttavia è noto che per fare un buon piatto non basta avere buone materie prime.
La principale differenza tra il nostro cibo e il cibo americano è principalmente musicale. Sí, avete capito bene: musicale.
Prendiamo due ingredienti a caso, tipo pasta e salmone. La nostra cucina si preoccupa di garantire una giusta armonia tra i sapori, nello specifico userebbe il salmone come condimento per la pasta. Negli Usa non esiste il bilanciamento: se hanno una fetta di salmone e cento grammi di pasta, li impiattano l’una sull’altra, la fetta intera su un letto di pasta. E pur essendo sempre gli stessi ingredienti, cambia tutto. Perché non c’è il magico accordo, ma solo un insieme di note messe lì senza una scelta. Ecco la musica. Gli americani in cucina accatastano scelte monotonali senza accorgersi che un buon piatto è essenzialmente composizione e orchestrazione, anche nelle ricette più semplici. Lo si nota anche nell’uso e nel bilanciamento dei sapori dolci e salati. Negli Usa il contrasto è netto, se ti propongono un’insalata con bacon e salsa di mele, avrai un pastone che sa di marmellata perché loro le mele le trattano come mele e basta, al contrario di quanto accade in Italia e nella cucina orientale dove il frutto viene dosato e cucinato in modo da far risaltare gli altri sapori. Pensate al nostro agrodolce e immaginate quanti anni luce separi questi modi di cucinare. In generale laddove noi centelliniamo, loro abbondano. Se noi guarniamo, loro impastano. Se noi condiamo, loro annegano. Sono fortissimi con la carne perché hanno un’ottima materia prima che è (quasi) incorruttibile, nonostante i milioni di salse e salsette con cui ti stordiscono quando devi ordinare un semplice hamburger.
La verità è che qui in America tutto è plausibile, per la maniera con cui te lo propongono, per l’allegra sconsideratezza dei loro menù, per l’ingenua curiosità che riescono a suscitarti. Io ieri sera ho mangiato una cosa che se me la avessero proposta a Palermo, avrei allertato i Nas o mi sarei guardato intorno alla ricerca di una telecamera di “Scherzi a parte”: calamari fritti col formaggio. Un piatto che si giudica il giorno dopo.

Viaggio in America – Grand Island

Grand Island, foto di Daniela Groppuso

Grand Island, foto di Daniela Groppuso

Basta un po’ di vento e il lago Michigan, visto da Nord, diventa scuro e minaccioso come neanche il più grande degli oceani. Potenza delle immensità dell’acqua che qui, a Escanaba, il luogo che abbiamo scelto come trampolino di lancio verso la Upper Peninsula, sono l’unica attrattiva turistica. Alloggiamo al Sunset Lodge, il motel americano più motel e più americano che si possa immaginare: parcheggi l’auto col muso sulla tua porta, dormi in un prefabbricato che non ha mai conosciuto cemento o mattoni (comunque pulito), paghi poco cioè, per quel che ottieni, poco più del giusto (50 dollari a notte circa).
Il passaggio dal Wisconsin al Michigan è netto. Colpisce la rarefazione di anime e bisogna abituarsi a guidare per centinaia di chilometri senza incontrare un centro abitato: foreste da un lato, foreste dall’altro. Gli abitanti di queste terre, gli yooper, sono nordici non particolarmente espansivi che hanno istinti separatisti. Poi leggi che sono stati i primi a voler abolire la pena di morte e ti diventano più simpatici.
Percorsi i novanta chilometri che ci separavano da Munising, eccoci davanti all’immenso Lake Superior: destinazione Grand Island. Sulla guida abbiamo letto che è divertente affittare una mountain bike e fare il giro dell’isola. Divertente? ci chiediamo appena sbarcati: venti miglia (poco più di 32 chilometri) di circonferenza, più di tre volte e mezzo la nostra Ustica. Tra sentieri sconnessi, strade sterrate e salite durissime ci immergiamo nell’avventura. Solo dopo due ore di pedalata/scarpinata (ci sono pendenze che non si possono affrontare sui pedali) leggiamo sei parole cruciali scritte sul retro della mappa che ci è stata consegnata al centro informazioni: non date da mangiare agli orsi. Che quindi sono intorno a noi, liberi e presumibilmente in cerca di cibo.
Riprendiamo a pedalare con maggiore veemenza scommettendo su chi di noi sarebbe più appetitoso. Ci fermiamo solo nei luoghi più popolati – cioè con tre o quattro persone – per ammirare le spiagge che ricordano più le Seychelles che un lago nordico. Poi, affamati e senz’acqua, si va dritti sino alla chiusura dell’anello stradale: ci mettiamo in tutto tre ore e mezza. Sul battello che torna a Munising maturiamo due certezze. La prima: la cena che ci aspetta deve essere monumentale. La seconda: ai redattori della Lonely Planet andrà segnalato che il giro in bici di Gran Island non è un percorso turistico, ma una prova di sopravvivenza. Comunque incantevole, basta allenarsi sei mesi prima.

Viaggio in America – Door County

Foto di Daniela Groppuso

Foto di Daniela Groppuso

Man mano che viaggiamo, la distanza dalle città non è scandita dai chilometri, ma da quella che possiamo definire “caratura della bellezza”. Le profondità di questa fetta di continente regalano infatti una meraviglia semplice, senza le strutture di una storia complessa come la nostra: qui nel Wisconsin si ammira ciò che è evidente, naturale e spontaneo.
Siamo nella Door County, una piccola penisola (piccola per le proporzioni americane, of course) sul lago Michigan. Un felice compromesso tra una clientela in stile Montecatini Terme e un panorama davvero indimenticabile. Foreste, parchi, corsi d’acqua e spiagge, tutto esplorabile con tutti i mezzi, in auto, a piedi, in moto, in kayak, in barca, in bici (con due o più ruote). Così si passa dal turismo agé di Sturgeon Bay, dove abbiamo fatto base, all’incanto del Pensinsula State Park, dal rischio di rimanere digiuni la domenica sera perché il novanta per cento dei locali è chiuso anche in piena estate, all’ebbrezza di pedalare in mezzo ai boschi alla ricerca dell’insenatura perfetta, magari sovrastata da un faro del secolo scorso. Tutto provato sulla nostra pelle. L’unica avvertenza che ci sentiamo di darvi è questa: quando vi lascerete ammaliare dalla three wheel bike (perché la bicicletta a due ruote la conoscete sin da bambini e questo non è un triciclo), tenete conto che state scegliendo il modo più faticoso per esplorare la zona.
La Door County si può tranquillamente visitare in due/tre giorni. Noi siamo stati all’Holiday Music Hotel, un grazioso motel pervicacemente aggrappato agli anni ’50 dove i proprietari mettono a disposizione dei clienti decine di strumenti musicali, e dove i materassi sono nuovi (uno l’abbiamo inaugurato proprio noi).
Panorami a parte, questi luoghi brillano anche della luce della loro gente, affabile e furbamente attenta alle esigenze del turista. Se andate in un qualsiasi centro informazioni, sarete accolti con gli onori dovuti a un’autorità per un motivo semplice: voi siete il loro datore di lavoro. Funziona così da queste parti.
Certo, ci sono le eccezioni. Tipo lo Stone Harbor Restaurant, dal quale siamo fuggiti dopo esserci imbattuti in un paio di cameriere troppo distratte e in un menù prefabbricato per polli in batteria.
Comunque, in generale, il nostro consiglio è quello di memorizzare l’indirizzo di un Walmart al quale ricorrere in caso di emergenza: da un’insalata a un panino, attraverso mille tentazioni esageratamente etniche, in questi supermercati c’è tutto a tutte le ore. Del resto, anche nell’ordinario, l’America è il Paese delle mille opportunità.

Viaggio in America – Oshkosh

Toponomastica di Oshkosh

Toponomastica di Oshkosh

La sensazione è quella di essere continuamente spiati da una telecamera di Hollywood. Questo lembo di Wisconsin alterna cittadine popolate da gente amichevole che parla come se masticasse a rarefazioni paesaggistiche spettrali. Provate ad arrivare a Watertown dopo le nove di sera (e per giunta in estate) e capirete molto del profondo Nord americano. La nostra esplorazione ha assunto caratteristiche estreme a causa di un curioso fenomeno che abbiamo chiamato “i turisti invisibili”. In tutto il Wisconsin trovare un posto libero in agosto è impresa assai ardua. Il quesito è: quando non dormono in hotel, dove si rintanano queste orde di turisti? Infatti difficilmente troverete una coda al ristorante o un ingorgo stradale, eppure in questo Stato e in questa stagione gli alberghi sono tutti pieni. La nostra salvezza coincide con qualche motel (come direbbe il nostro amico Giuseppe) che sta appena un gradino sopra il livello di civiltà: tanto che ogni volta che ti devi cimentare in un booking online, sei tentato di andare a cercare sul sito di Amnesty International.
Per questo parliamo di esplorazione.
Rimbalzando da un Super 8 a un Motel 6, la cui unica differenza può essere al limite trovata nella stazza delle receptionist, siamo allunati a Oshkosh, sul lago Winnebago. L’incanto del luogo è sublimato tutto in una domanda: quanti anni luce dista casa nostra? Ricorderemo Oshkosh, un tempo territorio di una tribù indiana dal nome impronunciabile, per due motivi. Il mercato del sabato dove in un ordinato bazar puoi passeggiare tra le marmellate degli Amish e il mais arrostito gentilmente proposto da un’etnia imprecisata, tra il brocantage spinto e il salutismo esasperato di un tale che ti misura la pressione e ti dice quando morirai. E l’aperitivo al tramonto al Fox River, un americanissimo luogo dove, eccezionalmente, americano è un estemporaneo sinonimo di delizioso: tavoli in riva al lago, avventori che approdano in motoscafo, e indimenticabili tacos con gamberi fritti in farina di mais. Unica nota stonata, e non è una trita metafora, anche stavolta, la musica: uno scellerato clone di James Blunt è riuscito a far convivere in modo criminale una voce fuori tono con una chitarra scordata. Per fortuna la birra è buona.

Viaggio in America – Chicago

Foto di Daniela Groppuso

Foto di Daniela Groppuso

In vacanza tra Chicago e la regione del grandi laghi. Da oggi rapidi resoconti sotto forma di consigli di viaggio.

Chicago – 3 giorni

La città gode di giustificatissima fama per un semplice motivo: è meravigliosa. La sua modernità storica dovrebbe essere un modello per le nostre città che non prevedono un compromesso tra innovazione e tradizione.
I “consigli per gli acquisti” e le tappe principali per una visita più o meno approfondita li trovate su qualunque guida. Qui è utile ricordare piccoli dettagli di non secondaria importanza. Ad esempio, approfittando dello stordimento del fuso orario (- 7 ore rispetto all’Italia) fatevi una corsetta all’alba sulla riva del lago Michigan (ma va bene anche una passeggiata, a patto che vi porti al cospetto dei giganti di acciaio e vetro della città). Oppure scartate il giro in battello consigliato dalla Lonely Planet e godetevi senza fretta il verde modernamente attrezzato del Millennium Park. Girate per la città a piedi e ascoltatela, lei e la sua musica, parlate alla fermata dell’autobus coi suoi abitanti (io ho canticchiato “Ladies Night” dei Kool And The Gang con uno sconosciuto), perdete più tempo possibile nel Loop.
Il cibo è la prova più difficile per noi italiani (meridionali per giunta). Io e Dani abbiamo fatto una scelta salomonica: 3 giorni, 3 stili. Sandwich madness all’ombra del Chicago Tribune, street food economico da Portillo e crab philosophy da Shaw’s a River North, un posto dove abbiamo mangiato benissimo e ascoltato un quartetto blues scarsissimo.
Per spostarci abbiamo scelto prevalentemente l’autobus (occhio alle donne autista che guidano come… donne autista). Vi consigliamo un numero: 151, la linea che corre da Nord a Sud, da Lincoln Park al South Loop.
Gli americani, com’è noto, mangiano male e si muovono bene, Chicago ne è una strabiliante conferma. Ci sarà un misterioso nesso tra le tonnellate di hamburger e patatine fritte consumate nei mille e mille ristoranti e le schiere di addominali scolpiti che popolano parchi e lungolago? Vedere per credere. Ed eventualmente trovare una risposta.

Sono bollito

Bollito dal caldo come sono, l’altro giorno sono incappato in un lapsus su Repubblica Palermo e sul blog  Trentarighe: ho scritto Amia anziché Rap, confondendo le due società per la raccolta dei rifiuti a Palermo. Bollito io, d’accordo. Ma bolliti anche tutti i lettori che non se ne sono accorti (tranne Pietro Galluccio che stanotte mi ha mandato un sms)? Sono propenso a pensare di no. Forse la verità è un’altra: c’è talmente poca differenza tra il servizio inefficiente della vecchia Amia e il servizio inadeguato della nuova Rap, che le sigle diventano insignificanti. Comunque lo si chiami, un problema irrisolto è sempre un problema irrisolto. E io sono comunque bollito (e mi scuso).

Cari futuri giornalisti…

Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere.

Cari ragazzi, futuri giornalisti, ogni volta che incontrerete un direttore che con la scusa dell’imparzialità si rifiuterà di pubblicare notizie, scambiando l’equilibrio con l’equilibrismo, rispondete con questa frase di Gaetano Salvemini. Poi cercatevi un altro giornale o un altro lavoro. Ve lo dice un esperto nel salto multiplo di occupazione.

Quei siciliani alla conquista di Roma

siciliani alla conquista di Roma

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

L’allarme lo ha lanciato Giorgia Meloni: “La giunta di Roma è senza romani”. E vai con l’elenco dei nomi, dei luoghi di nascita. E con qualche sorpresa. Il nuovo vicesindaco della Capitale è Marco Causi, palermitano figlio di palermitana illustre, quella Marina Marconi, deputata comunista all’Ars negli anni Settanta e assessore al Comune di Palermo nella Primavera orlandiana (…). Assessore alla Legalità è Alfonso Sabella, siciliano di Bivona, un tempo rude pm antimafia nel pool palermitano di Gian Carlo Caselli. Mentre, sempre nella giunta capitolina, all’Urbanistica resiste Giovanni Caudo, originario di Fiumefreddo di Sicilia in provincia di Catania. Per non dire del sindaco Ignazio Marino che sarà pure nato a Genova, ma che è di padre di Acireale e che ha svolto a lungo la sua attività di medico all’Ismett di Palermo (da lui fondato nel ’99).
Qui è la Sicilia, lì sono i siciliani. E non importa se è diaspora, se è fuga di cervelli, se è transumanza, o se è fuitina professionale. Roma titilla da sempre il nostro sentimento di capitale perduta, è il punto di riferimento più solidamente vacuo quando c’è da scrollarsi una responsabilità di dosso, quando c’è un dito da puntare nel cono d’ombra di un orizzonte: non c’è lavoro? Chiedete a Roma; la vera mafia? E’ a Roma. Segue »

Crocetta for dummies

rosario crocettaViolato il mio diritto alla privacy.

Per uno che esordì con “se divento presidente della Regione dirò addio al sesso”, la privacy è qualcos’altro: una cosa che si tira fuori quando il tempo è brutto, tipo l’ombrello.

Volevo uccidermi, mi ha salvato Lo Voi.

Qui c’è una convergenza di azioni teatrali. Da un lato la ricerca su internet (!) di un metodo per suicidarsi senza fare casino, che è come dire guidare con gli occhi bendati curandosi del destino della benda, dall’altro l’irruzione salvifica del procuratore della Repubblica che non si sa come ha portato a casa il risultato: schiocco delle dita, cazziata, telefono chiuso in faccia (in certi casi il tuuut tuuut fa miracoli).

Trattato così perché gay.

No, trattato così perché inattendibile. Uno può essere gay, eterosessuale, biforcuto o trapanatore bisestile: se fuori dal letto rende così così, sono cazzi suoi, con tutte le metafore che il dio della logica manda in terra.

Tutino non è il mio tipo.

Vedi personal privacy e sue declinazioni teatrali.

Sbiancamento anale, mai fatto.

Il giornale che si è intrattenuto su questo dettaglio ha fatto una carognata. Ma se uno ha il senso della misura, dal fango prende le distanze, non ci si butta per recensire la grana della melma.

Toto Cuffaro non era gay.

Laddove il dibattito politico langue, c’è sempre spazio per l’ossessione (sessuale).

I responsabili di questa vergogna si vergognino dinanzi al popolo siciliano.

Ecco sì. Basta vergognarsi senza modica quantità.

Trentarighe anche sul web

Siccome un blog solo evidentemente non bastava, me ne hanno affidato un altro. Da oggi su Repubblica Palermo trovate Trentarighe, uno spazio di agili riflessioni che si ricollega (ma senza troppi vincoli) alla omonima rubrica del cartaceo.
Buona lettura.

Uno che non sa nulla neanche del suo cellulare

crocetta-al-telefono

Non è la frase udita o non udita, forse pronunciata dal medico amico, sulla Borsellino che “va fatta fuori come il padre”. Non è il continuo ricorso a temi forti come quello di un’omosessualità ostentata che parrebbe scudo contro mille polemiche e invece è pretesto per sviare, distrarre, abbindolare. Non è nemmeno la coerenza malmessa di uno che promette non per mantenere, ma per farsi mantenere, di uno che non riesce a percorrere un tratto di strada in compagnia, poichè suscita istinti di fuga in chiunque condivida i suoi passi. Non è per tutto questo che Rosario Crocetta, malgovernatore siciliano, deve dimettersi con serena irrimediabilità e non inventarsi (o inventarci) un’autosospensione che sa di codardia istituzionale. Deve andare via perché è un presidente vulnerabile, fragile delle sue incertezze, inattendibile persino quando parla delle cose che dovrebbe conoscere bene: i suoi amici, i conti del suo governo, la ricezione del suo cellulare.

Crocetta ha gestito un sistema di consensi basato sulla sua antimafiosità e sulla sua omosessualità, e lo ha gestito con un’intransigenza irritante: ha cercato di convincerci che ogni attacco nei suoi confronti veniva orchestrato da mafiosi o da omofobi e non lo ha mai sfiorato l’idea che il sesso è un suo chiodo fisso e non nostro (a parte qualche vergognosa cialtronata combinata da giornali degni della spazzatura) e che la mafia teme più chi lavora in silenzio di chi sbraita dalla poltrona.

Che cambi amici, casacca, città, mestiere a questo punto è irrilevante. L’importante è che ci liberi dalla sua dilagante debolezza.