La magistrata Cuffaro

C’è una ragazza che ha studiato, che ha fatto un mestiere difficile: superare esami, concorsi, vincere dottorati senza santi in Paradiso. E anzi nel suo personale Paradiso era più facile che le tagliasse la strada qualche demonio. Ha nuotato controcorrente e lo ha fatto come è giusto in silenzio, risparmiando il fiato. Neanche quando l’hanno fischiata a mezzo social lei si è distratta. Aveva qualcosa di infinitamente più importante da fare: studiare, macinare prove, risparmiare il fiato. La sua è stata una corsa a ostacoli poiché la vita è semplice per chi si dà per vinto e complicatissima per chi si dà sempre nuovi obiettivi.

Questa ragazza oggi ha un mestiere per il quale ha lottato più dei suoi coetanei. Il suo handicap era il più complicato da superare dato che aveva a che fare con gli affetti più intimi e col conflitto che questi, ogni tanto, possono generare con la ragione, col sentire comune, con gli  umanissimi momenti di sconforto. Solo chi ha provato le asperità della vita, quelle vere, sa che ci sono ultimi anche tra i primi, che ci può essere povertà anche nella ricchezza e solitudine nella folla. Siamo tutti molto bravi a distribuire patenti, un po’ meno a meritarle.
Oggi questa ragazza è magistrato.
Che sia la figlia di Totò Cuffaro, di un uomo che ha sbagliato gravemente, non la rende una professionista migliore. Ma rende migliore un contesto in cui caparbietà, impegno e spirito di sacrificio ogni tanto contano.

Scopro le carte

Qualche giorno fa ho scritto sui miei ispiratori, persone e personaggi che in qualche modo mi hanno influenzato nella professione, nelle passioni, nello sport e in generale nella visione delle cose del mondo.
Non è una classifica, né una walk of fame. Non ci sono etica e rimbalzi sociali a condizionarmi. Non è una lista di buoni, di geni, di perfetti, di modelli: alcuni di loro lo sono innegabilmente, altri sono persone qualunque che hanno “funzionato” magari solo con me, a loro insaputa. Non è nemmeno una resa dei conti. Perché sono grato a ognuno di loro e se mai ci fosse da pagare un conto, dovrei essere io a mettere la mano al portafoglio.
Insomma completiamola, quest’opera. E spieghiamo. Spiegare non è mai superfluo. Magari provateci anche voi: a una certa età mettere nero su bianco le cose importanti fa sempre bene.

Donald Fagen è la mia musica con e senza gli Steely Dan, la mia vita si divide tra prima e dopo The Nightfly. (Lo sto ascoltando mentre scrivo queste righe)

Stephen King è il maestro anzi il Re. Non ho mai letto un suo libro distrattamente, neanche quelli che mi sono piaciuti meno.

Gino Vannelli è la colonna sonora delle mie imprese sciistiche. Ancora oggi quando ascolto Brother to Brother sento odore di sciolina nell’aria.

Phil Collins, perché non è ancora morto.

Sheila E., la vidi in concerto con Prince (di cui sotto) e capii che grazia e potenza e bellezza stavano tutte lì, davanti ai miei occhi stralunati.

Manolo l’ho frequentato da ex arrampicatore, da giornalista e poi da amico.

Toni Valeruz mi fece venire la più insana delle idee della mia vita: buttarmi con gli sci da una pietraia di Monte Pellegrino. Per fortuna ci ripensai, altrimenti non sarei qui. O ci sarei a rate.

Prince è stato il mio alfabeto musicale.

Clare H. Torry perché è la voce più bella della canzone più bella.

Nick Hornby scrive con la fluidità e la serena spensieratezza che vorrei avere io e che nessuno ha, a parte lui.

Ernest Shackleton è il mio eroe della più grande avventura cinematografica che non è mai stata un film.

Moana Pozzi, perché l’ho conosciuta e non dimenticherò mai che l’intelligenza è sexy.

Salvo Licata è stato il mio maestro di giornalismo e, diciamolo, di vita.

Wassily Kandinsky, perché i suoi colori visti all’Hermitage di San Pietroburgo li ho ancora negli occhi.

Italo Calvino, le “Lezioni Americane” è il libro che mi ha cambiato la vita. E che mi ha costretto a fare conferenze sui libri che cambiano la vita…

Claudio Magris, ovvero il Sommo Magris.

Roger “Verbal” Kint (attenzione spoiler!) è Keyser Söze, il protagonista del più bel giallo-thriller di tutti i tempi.

Oriana Fallaci, perché non essere d’accordo con lei era insostituibile spunto di arricchimento.

Graham Vick, un grande regista teatrale, uno dei giganti che ti metteva a tuo agio con idee di una genialità sconvolgente e che non ti guardava mai dall’alto in basso. Una volta con lui realizzammo un fotoromanzo…

Pat Metheny, la chitarra e il chitarrismo quando volevo essere un chitarrista.

Donna Summer, il primo turbamento sensuale per un sussurro che veniva fuori da un vinile.

Filippo Carollo, l’amico che mi manca ormai quasi da trent’anni. Un amico che non sono riuscito a salvare.

Peppino Sottile, il giornalista che mi ha dato fiducia nonostante la sua intransigente ferocia. Ancora oggi quando ci sentiamo cito a memoria le sue cazziate.

Guido e Maurizio De Angelis. Il primo 33 giri che ho consumato sino a piallarlo. Un The Best delle loro colonne sonore: da “Piedone lo sbirro” a “Altrimenti ci arrabbiamo”, da “Per grazia ricevuta” a “Orzowei”.

Niccolò Ammaniti perché “Ti prendo e ti porto via” è il mio romanzo d’amore.

Maria Cefalù è stata una regista della Rai siciliana che per prima mi ha affidato un programma radiofonico – avevo vent’anni – ed ebbe il coraggio di anticipare a mio padre che no, non sarei stato un medico.

Stanley Kubrick perché non conosco un regista che ha attraversato generi e scritture così diverse come ha fatto lui.

Olivia Newton John per la sua grazia eterna. Di grazia siamo affamati, ma non ce lo confessiamo.

P.S. La foto è di trent’anni fa – Val Thorens, 3.500 metri di quota, 26 gradi sotto zero – e ha dentro gran parte di ciò che ho scritto in queste righe. Basta guardarla con un pizzico di compassione ;)

Riassunto delle serie tv precedenti

Riassunto delle serie tv precedenti.
Partiamo dalla più recente. “1899” nata dai creatori di “Dark” è un guazzabuglio di generi: fantascienza, mystery, horror, storico e quello che volete. Da qualunque parti la si guardi è una serie talmente complicata (e a mio parere astrusa) da stordire coi suoi effetti e le sue continue virate. Insomma un continuo succedersi di punti interrogativi che alla fine oscurano la vista. Se avete di meglio da guardare, andate oltre.

“Babylon Berlin”, al contrario, è un prodotto di altissimo livello, molto raffinato, con un reticolo di storie magicamente intrecciato e soprattutto con un garbo geniale che fa della sua musica qualcosa di unico: in un paio di occasioni sono tornato indietro per rivedere e riascoltare…

Segnalo “Wanna” su Netflix, errori e orrori di Wanna Marchi, figlia e clan. Come prodotto italiano è ben girato. Notevole il montaggio.

Di “Better Call Saul” vi ho detto.

Su Raiplay una perla: “Tortora, storia di un’ingiustizia”. Una breve (fin troppo) trattazione del caso più eclatante di cialtronismo giudiziario italiano. Una rara accozzaglia di pm, giudici, pentiti e giornalisti lestofanti inchioda un giornalista e uomo di forte impatto televisivo a un’accusa palesemente falsa. Alla fine nessuno di loro pagherà (come accade spesso, vedi depistaggio Borsellino) e il povero Tortora ne uscirà devastato nell’immagine e nel fisico. Bella e toccante la testimonianza dell’avvocato Della Valle, un gigante di umanità in mezzo a nani del diritto con varie inclinazioni criminali.
Da vedere e far vedere nonostante l’improponibile app di Raiplay.

Infine ammetto di esser stato catturato da “The Blacklist” che è, per intenderci, un “24” all’ennesima potenza. In più Raymond Red Reddington non è Jack Bauer poiché ha più di due espressioni e, soprattutto, è credibile nella sua incosciente risolutezza. L’attore che gli dà vita, James Spader, è nella mia classifica nella top fine dei personaggi più incisivi e “contagiosi” visti in una serie tv.
Insomma, se avete bisogno di svuotare il cervello, o di diluire lo stress, o semplicemente di divertirvi col male assoluto che per magia diventa gioco ammaliante (senza faticose perversioni), questa serie può esservi utile.

La quarta stagione di “Stranger Things”, a parte alcune lentezze narrative in cui i personaggi cercano un approfondimento soggettivo che non meritano perché sono essi stessi figli di un divenire corale, l’ho trovata geniale (come le altre). In questa serie la materia più grossolana – mostri, terrore, fine del mondo, splatter senza confini – è maneggiata con una grazia e un mestiere ammirevoli. Del resto solo una mente geniale (anzi, in questo caso, due) poteva immaginare che per salvare il mondo ci si potesse aggrappare a una canzone non indimenticabile di 37 anni fa. E che i giochi, a disco fermo, potessero riprendere con chissà quale ripescaggio musicale (a questo proposito andatevi a rivedere il finale della terza stagione con un “Neverending story” memorabile per chi ama leggere, ascoltare, scrivere, sognare, stupirsi).

P.S.
L’immagine di questo post è dedicata a quella che per me è la serie più bella e determinante in assoluto.

Grandi Ispiratori

C’è una lista immaginaria di Grandi Ispiratori che, negli anni, mi sono ripromesso di compilare e che per pigrizia non ho mai iniziato a scrivere.
Lo faccio adesso con la consapevolezza che è comunque una lista parziale, dato che spero di non morire al clic di invio di questo post (anche se non sottovaluto l’influsso di certi miei detrattori…).
I Grandi Ispiratori sono scrittori, artisti, sportivi, esploratori, liberi pensatori, persone qualunque che hanno condizionato il mio modo di pensare, di scrivere, di agire. Sono quelli le cui gesta in qualche modo hanno un riflesso nel mio vivere quotidiano: il mio giudizio è assolutamente soggettivo, cioé non è legato a un’etica o a un riverbero sociale del personaggio in questione. Per questo ci troverete dentro nomi di ogni genere e assortimento.
È la mia lista e un giorno, forse non lontano, vi svelerò i dettagli che mi legano a ciascuno di loro (alcuni dei quali sorprendono ancora persino me).

Donald Fagen
Stephen King
Gino Vannelli
Phil Collins
Sheila E.
Manolo
Toni Valeruz
Prince
Clare H. Torry
Nick Hornby
Ernest Shackleton
Moana Pozzi
Salvo Licata
Wassily Kandinsky
Italo Calvino
Claudio Magris
Roger “Verbal” Kint
Oriana Fallaci
Graham Vick
Pat Metheny
Donna Summer
Filippo Carollo
Peppino Sottile
Guido e Maurizio De Angelis
Niccolò Ammaniti
Maria Cefalù
Stanley Kubrick
Olivia Newton John

Senza fiducia

Spesso (troppo) ci dimentichiamo che le cose funzionano bene solo se sono fatte bene. E che per essere fatte bene hanno bisogno di professionisti. E che i professionisti sono tali perché esercitano una professione: una, non dieci tutte insieme. E che se a un professionista viene imposto di lavorare per dieci, nel migliore dei casi farà un decimo del suo vero lavoro (quello per cui ha studiato) e per i restanti nove decimi farà cose abbozzate, magari sbagliate, comunque cagate. E che le cagate non piovono mai dal cielo, ma sono sempre meritate nonostante il fatto che per progettarle ci vuole più applicazione (storta) di quella che occorre per fare le cose bene. Che le cose fatte bene hanno bisogno di professionisti, di tempo, di organici adeguati, di pazienza, di lungimiranza. E soprattutto di fiducia.

Senza fiducia nessuno ordinerebbe un ponte a un tale che lo disegna assieme al suo team sulla carta, nessuno finanzierebbe una ricerca su un nuovo vaccino, nessuno commissionerebbe un’opera teatrale, nessuno allenerebbe una squadra sportiva di giovanissimi, nessuno potrebbe dirigere un giornale, e così via.
Senza fiducia si costruisce il nulla. E le cose fatte bene sono esattamente l’opposto.  

P.S.
Questo post è stato scritto senza maltrattare nessun datore di lavoro, senza nessuna rivendicazione in codice, senza un’urgenza di cronaca. E’ stato scritto semplicemente perché all’autore di questo blog pareva giusto scriverlo.

La spesa gratis

Da (molti) anni c’è una tendenza molto social e molto trasversale a demolire i giornalisti e a ridicolizzare il loro lavoro. Chiunque, ma proprio chiunque, si sente legittimato a giudicare in pubblico una nostra scelta di argomento o una trattazione o un’opinione in modo preventivo. Mi è accaduto spesso quando nel passato annunciavo su Facebook un commento su “la Repubblica” del giorno dopo, di essere assalito da commenti molto aggressivi basati su un articolo che ancora nessuno, a parte me e il caporedattore o un collega incaricato, aveva letto.
Questo fenomeno va inquadrato in una più generale degenerazione del senso di allerta dinanzi all’attendibilità di una notizia. Che non è una cosa da addetti ai lavori, ma al contrario una sorta di diritto-dovere del lettore. Cioè chi legge non può sentirsi deresponsabilizzato su ciò che sceglie: se io leggo il Mein Kampf devo sapere chi lo ha scritto, quando e cosa ne è derivato. Così se mi documento sui canali social di Flavia Vento o di Red Ronnie devo sapere dinanzi a quale desco mi sto accomodando.
Detta in modo diverso, l’ignoranza del lettore ha dei limiti di colpevolezza sempre più ampi. Come quelli di chi per curare una malattia si rivolge al santone peruviano (mi perdonino i peruviani non santoni truffatori) o di chi compra i funghi dal raccoglitore improvvisato o di chi ancora chiede arte a chi non ha idee ma padrini.
Una delle obiezioni più frequenti quando per leggere una notizia online si deve pagare è: devo risparmiare (non vi dico quante persone mi scrivono privatamente per avere il pdf di questo o quell’articolo). Una delle obiezioni più frequenti a chi muove queste obiezioni più frequenti dovrebbe essere: quanti abbonamenti tv hai? Hai mai pensato di fare la spesa gratis? Il tuo smartphone di ultima generazione te lo hanno regalato?

La verità è che restare informati e coltivare un minimo di conoscenza costa. Costa in termini di attenzione da dedicare al lavoro altrui. Costa per l’umiltà di ammettere che “l’università della vita” non salva la vita. Costa perché ponderare è un’attività molto scomoda che richiede impegno. Costa perché nuotare contro il mainstream (e oggi sappiamo che il mainstream non abita più nei giornali) è faticoso. Insomma il risparmio economico è solo una scusa pigra, dagli effetti collaterali devastanti.

Segnatevelo per quando sarete inginocchiati davanti al mahatma Elon Musk e quando per cercare un’opposizione semiclandestina dovrete aggrapparvi alla giacca di Mark Zuckerberg: un mondo meno informato o peggio informato a cazzo di cane è un mondo che si consegna alla dittatura dell’ignoranza. Chi legge i giornali sa che i veri oligarchi, i giornali o se li comprano o li radono al suolo. E voi non leggendo rischiate di essere, nel migliore dei casi, servi sciocchi. Sciocchi e colpevoli.

Contro il fascismo del dolore

Tutti quanti, prima o poi, ci dobbiamo confrontare col senso di mancanza. Ed è un errore gravissimo ritenere che la propria voragine, quella dalla quale crediamo di non poter riemergere, sia più profonda di quelle degli altri. Soffriamo tutti, ognuno in modo diverso per cose diverse e al contempo con lo stesso diritto. Abbiamo vertigini di dolore tutte nostre e non abbiamo il diritto di imporle. Soprattutto non dobbiamo mai sovrapporle a quelle degli altri.

Sono due anni che mio padre se n’è andato e so, per certo, che il senso di mancanza è qualcosa di non recensibile. Però so anche che il miglior modo per celebrare qualcuno che non c’è più – prima o poi è un’incombenza che tocca tutti – è non infliggere il proprio dolore al mondo.
Quindi per prudenza, almeno per un giorno, oggi nella mia giornata ordinaria non mi lamenterò dei casini personali, leggerò i giornali con un distacco artificiale, lavorerò senza curarmi dei problemi acuminati che possono stare dietro l’angolo, cucinerò cantando e brinderò a una felicità prossima ventura (c’è sempre qualcosa in agguato e chissà mai che non sia qualcosa di lieto, e che cazzo).

Scrivevo qualche giorno fa che bisogna avere il coraggio di cambiare le nostre preghiere laiche. Di celebrare i nostri morti (ammazzati o no) in un modo nuovo, di sterilizzare le ferite riducendo al minimo il rischio che si riaprano, anche involontariamente. E scrivevo a proposito dei morti di mafia: “Meno intitolazioni, più narrazioni. Meno stucchi, più informazione. Meno contrapposizioni, più testa bassa e pedalare”.
Ecco, credo che questo proposito valga non solo per i morti (illustri) di morte violenta.
Dobbiamo imparare a seppellire i nostri defunti. Raccontandoli più che rimpiangendoli. Diluendoli in una risata più che imponendoli a ogni cena, tra il primo e il secondo lasciati a metà. Lasciandoci guidare dalla loro stella anziché brancolare nel buio della loro assenza.
Io mio padre l’ho raccontato in mille modi (orgogliosamente e senza farne una bandiera), e altrettanti sono quelli che ho taciuto perché una vita fa romanzo solo se riassunta e scremata.  Oggi mi piace pensare che lui non stia lassù a vegliarmi, tipo santino, ma che se ne fotta di quel mondo terreno nel quale se l’è goduta, dando e ricevendo con divertita equanimità. E soprattutto che si sbracci per convincere tutti i suoi beati colleghi di sorte a farci desistere dal rimpianto social piagnucolante e diciamo anche un po’ ridicolo.
La dignità dei nostri cari, quando non ci sono più, è nelle nostre mani. Più ci mancano, più serve ritegno. Il ritegno è l’unica promessa di fedeltà che possiamo fare a una persona che non c’è più.

L’arte di (lasciar) correre

Mi capita spesso di rivivere eventi vissuti come se li osservassi dall’esterno. Prima di leggere un interessante articolo di Jacob Stern su The Atlantic mi sentivo un po’ a disagio perché credevo che fosse colpa di un mio impulso a revisionare continuamente, a cercare di diluire le mie responsabilità, a esternalizzare i miei complessi di colpa. Invece, con sommo sollievo, apprendo che questo fenomeno non è solo associato a vari disturbi mentali (oddio, ci manca solo questo!), ma è abbastanza diffuso tra le persone, diciamo, sane.
Liquido subito la parte ecumenica del ragionamento, quella larvatamente scientifica.
Come scrive Stern “la distinzione tra ricordi in prima e terza persona risale almeno a Sigmund Freud” e oggi sappiamo, da recenti ricerche, che “più un ricordo è lontano, più è probabile che lo si rievochi in terza persona”.
Solo che a me capita spesso di vedermi in azione, magari in un’azione non ordinaria (tipo visitare un luogo strano, cucinare un piatto mai provato, incontrare una persona che mai mi sarei sognato di incontrare) e sganciare la soggettiva dai miei occhi.

E qui inizia l’abbondante e inarrestabile fase del dopo.

Come accade a tutti, la mia vita è fatta di scelte. E le scelte sono scommesse.
Traducendo: nonostante uno si ostini a caricare di importanza (etica, sociale, religiosa, affettiva) scelte e consigli, le conseguenze sono sempre sgonfie di questo plusvalore poiché la quota di influenza ambientale è talmente alta da renderle per molti versi indipendenti dalle nostre reali intenzioni.
È qui che entra in gioco l’arte di (lasciar) correre, intesa come invito a mollare ormeggi e ad abbandonarsi al flusso del presente senza sbattersi per contrastarlo.
Uno psicologo te la racconterebbe così: “Lasciar correre significa rinunciare alla coercizione, alla resistenza, alla lotta, in cambio di qualcosa di più forte e completo, la conseguenza immediata del lasciare le cose come stanno, senza farsi condizionare da propensioni o repulsioni, dall’intrinseca viscosità di desideri, simpatie, antipatie”.
Io invece la traduco così: “Lasciar correre significa vedere un torto all’orizzonte ed evitare di buttarcisi a capofitto, rinunciare alle pulsioni di giustiziere per affidare ad altri, più in alto e chissà dove, il compito di tirare le somme, vivere di quiete zen, e dotarsi di un ampio repertorio di guance da porgere sin quando ci saranno mani cariche di schiaffi”.
Non è una cosa semplice da archiviare come fatta.
Molto spesso il “lasciar correre” è il rifugio del “chi me lo ha fatto fare”. Ma è anche vero che, soprattutto dalle mie parti, far finta di niente è il succo di una cultura che, lasciando correre, ha macinato morti, umiliazioni e distruzione.

Insomma l’arte di (lasciar) correre è uno di quegli argomenti che si misurano con un’addizione di esperienze. Non basta la mia, non basta la tua, ce ne vogliono molte, incrociate. Possibilmente con un concerto di visioni in terza persona. Per questo andrebbero incrementati per decreto il dibattito, lo scontro ideologico, la crasi di culture. Invece è tutto un appiattirsi di consuetudini. Di atteggiamenti preconfezionati che vorrebbero farsi cultura, ma sono ozio, sonnecchiamento della ragione. Nel mio mondo perfetto ci si accapiglia di continuo per un progetto, si discute allo sfinimento per costruire una nuova città delle idee, si cercano gli opposti e anziché separarli si mettono a confronto. Ma è il mio mondo visto in terza persona, con tutte le cautele del caso.
Per storia personale ho approfondito l’arte di correre. Quanto a quella parola tra parentesi mi sto attrezzando, ma non sono certo di riuscire.

Eretici

Hanno la forza di mettere in discussione il sistema senza negarlo, usano le verità rivelate per tirare fuori verità nascoste, hanno il coraggio di fare rivoluzioni di saggezza e bellezza.
Sono un prete (Cosimo Scordato), un prete mancato (Biagio Conte), e un mangiapreti (Antonio Presti).
Tre moderni eretici. In questo podcast vi racconto le loro storie.

I podcast di Gery Palazzotto
I podcast di Gery Palazzotto
Eretici
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L’anfetamina dei giornali

C’è un tema molto importante che riguarda l’innovazione nel mondo dell’editoria e nello specifico il rapporto tra lettore e contenuti online. Lo ha tirato fuori il direttore di Repubblica Maurizio Molinari in un’intervista su Prima Comunicazione che ha causato uno sciopero dei giornalisti del quotidiano.  
Dice Molinari parlando della riorganizzazione del lavoro che dovrebbe scattare già all’inizio del 2023:

“E’ prevista una continua indicizzazione dei contenuti, per intervenire rapidamente e costruire un’offerta informativa in linea con le preferenze dei lettori. Il nostro obiettivo è di intervenire in tempo reale, più volte al giorno, utilizzando i dati che raccogliamo sui nostri siti, sulle app, sui motori di ricerca e sui social. Se usi bene in tempo reale il seo, il giornale diventa responsive, dinamico”.

L’apparato digitale, insomma, monitora l’interesse dei lettori e propone contenuti in base alle loro scelte. È un metodo tipico del marketing digitale e soprattutto degli algoritmi dei social network.
In Italia già, ad esempio, il Corriere della Sera offre ai suoi abbonati una sezione chiamata “Le tue notizie” introdotta da questa frase:

“Ti diamo il benvenuto nella nuova sezione del Corriere che mostra le news che incontrano i tuoi interessi. Più navighi, più l’intelligenza artificiale di Corriere imparerà quali sono i temi più rilevanti, per proporre le notizie più affini a te”.

Riassumendo, i giornali online tendono ad assecondare il lettore nelle sue scelte: se quello chiede più cronaca nera gli si dà più cronaca nera, se chiede più tette gli si danno più tette, se chiede più politica estera gli si dà più politica estera. E non solo, l’indicizzazione dei contenuti è talmente raffinata che persino le categorie di cui sopra possono essere ulteriormente scremate: cronaca nera della provincia di Palermo, Bagheria esclusa; tette piccole e non medie né grandi; politica estera con risvolti rosa e sudamericani.
A parte la banalità degli esempi, c’è qualcosa che non vi torna?
Pensateci.
Sì, proprio quella cosa lì.

L’omologazione.

In questo modo avremo offerte giornalistiche sempre più omologate e omologanti con la nostra bolla di interessi, sapremo sempre di più di ciò che già in qualche modo conosciamo, e sempre più difficilmente ci imbatteremo in novità.
Molte aziende editoriali – penso al New Yorker negli Usa ma anche al Post in Italia – attuano procedure diverse, opposte direi. Scavano nelle pieghe di ciò che probabilmente non si sa, cercano di stupire il lettore, gli regalano punti di vista inaspettati, gli raccontano storie di mondi a lui lontani, e non solo geograficamente.
In poche parole: cercano di demolire le echo rooms dei social network e di bucare le bolle informative nelle quali si sono andati a cacciare.
Il giornale responsive, cioè a misura del lettore, non è la soluzione alla crisi mondiale dell’editoria, ma al contrario la sua droga. Un’anfetamina che fa finta di combattere la malattia del sistema bombardandolo con gli stessi virus che lo fiaccano. E illudendolo con nuovi sintomi, confusi e sparsi.
Lunga vita ai giornali in cui il seo non scalza le scelte di un caposervizio di esperienza, l’estro di un titolista, il coraggio di un direttore.