Stefania e la violenza di cittadinanza

C’è un aspetto secondario, ma manco troppo, nell’aggressione a Stefania Petyx da parte di un manipolo di delinquenti che occupano abusivamente le case di via Savagnone a Palermo.
Partiamo da un paio di punti fermi e incontrovertibili. Stiamo parlando di una cronista che documenta un abuso quindi siamo in una scena in cui il divario tra lecito e illecito è ben definito. Da una parte una cristiana che lavora (e rischia), dall’altra gentaglia che campa alle spalle degli altri e pure facendosi largo con la violenza. L’aggressione è un atto criminale che solo per poco non è sfociata in tragedia. Ecco così disinnescate le indicibili bofonchiate per cui “lei se l’è cercata”, “ma chissà quei padri di famiglia che problemi hanno” e via minchieggiando.
In realtà quello di via Savagnone è uno spaccato di un’Italia – altro che Palermo – che vive di aspettative a sbafo, che non conta sul lavoro ma sul denaro che (chissà come) c’è e va distribuito a pioggia, che seppellisce il merito come un morto da non piangere e riesuma lo Stato come mammella da cui succhiare il latte di cittadinanza.
Gli abusivi che aggrediscono Stefania, persino sotto gli occhi della Polizia, sono l’humus su cui fare crescere promesse elettorali indecenti senza capo né coda. Ponti costruiti con l’amore al posto del cemento, stati di povertà che si cancellano con un decreto, malattie che si sconfiggono con l’acqua e limone, panni che si puliscono in lavatrice con una pallina di plastica. Ed io che ho sempre pensato che le cazzate fossero una cosa seria. La verità è che sono come la pasta frolla: in mani giuste una delizia, in quelle sbagliate un disastro annunciato sin dal nome.

  

Il momento perfetto

C’è una teoria, che ho studiato snocciolato discusso confutato riesumato valorizzato rinnegato diffuso messo in pratica, che serve a evitare il trappolone della ricerca della felicità.
È quella del momento perfetto (MP).
Funziona così. Siccome la felicità è una cosa complicata e alquanto impossibile da raggiungere, ci devono essere dei passaggi alternativi che non sono scorciatoie, e soprattutto ci deve essere un surrogato di buon sapore alla portata di tutti. È così che prende corpo la teoria del MP.
Un momento secondario, non memorabile ma in cui state benissimo.
Un istante in cui le convergenze astrali, tutte insieme, vi danno una pacca sulla spalla: vai sereno.
Un attimo di soddisfazione inaspettata.
Un nanosecondo senza quell’ossessione che vi rovina la vita.
Un weekend di fuga in cui gli inseguitori si arenano al pit-stop.
Un viaggio, un pranzo, una birra, un panorama, un sorriso, una parola, una telefonata, un pensiero inaspettati.
Qualunque cosa e qualunque persona vi inducano, in quell’istante, a considerare con transitoria fermezza un fondamentale concetto di felicità aleatoria: “In questo momento non vorrei essere in nessun altro posto al mondo”. Il “momento” è fondamentale giacché, come indicato qualche riga sopra, l’unica felicità realmente accessibile secondo lo scrivente è comunque un surrogato. E, suvvia, non date una valenza negativa ai surrogati, al contrario confessatevi che è giunto il momento di rivalutarli. La crisi dei valori assoluti – che probabilmente sono franati con l’Armageddon della ragione social – ha spianato la strada a un relativismo di sopravvivenza (e qui sparatemi alla nuca se inciampo nel diegofusarismo). Occupiamoci del qui e adesso, l’eternità è dei morti.
Il momento perfetto è la salvezza di chi sa inventarsi una simil-libertà controcorrente, di chi crede alle favole fatta la tara del lieto fine, di chi sa che un accordo è fatto di almeno tre note ma solo una avrà l’onore di prevalere. Il momento perfetto è dei coraggiosi che hanno paura della banalità. Non vi salva la vita, ve la colora.

  

Ok, per il pentito il prezzo non è giusto

L’articolo pubblicato su Repubblica.

Il collaboratore di giustizia Pasquale Di Filippo ha ragione a indignarsi a causa della serie tv “Il cacciatore” che lo ha svelato agli occhi della figlia quattordicenne come killer spietato di mafia. Evidentemente a casa non hanno un computer o uno smartphone e nessuno si è mai sognato, prima di quella sciagurata fiction, di digitare il nome del capofamiglia: forse la località segreta è talmente segreta da non essere più manco località. Di Filippo ha intenzione di far causa alla Rai che gli ha accollato qualche crimine di troppo: può accadere di sbagliare quando si ha a che fare con grandi quantità, ma per questo esiste la legge ordinaria. Ciò che invece resta ai margini della vicenda sono due dubbi. Perché l’incolpevole ragazza non è stata preparata per tempo a una realtà complicata? E soprattutto com’è che non è stato ancora trovato un modo per premiare il “pentito” del “prezzo altissimo pagato per contribuire a fare giustizia”? Evidentemente scontare solo dieci anni per quattro omicidi non è stato abbastanza.  Insomma ci vuole una serie tv ad hoc: Very Stranger Things.

  

Cosimo Scordato, un prete vero

L’articolo pubblicato oggi su Repubblica.

Al suo compleanno c’erano due figure che da sole basterebbero a inquadrare il peso sociale di Cosimo Scordato. Una garbatamente popular: Francesco De Gregori. Un’altra di peso nascosto e valenza manifesta: Nunzio Galatino, presidente dell’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica.
Ma il rettore di San Francesco Saverio all’Albergheria di Palermo non è figura recensibile di rimbalzo, non è raccontabile per effetti (o effettismi). Questo brillante settantenne è la dimostrazione semplicissima di una cosa complicata: un saggio può essere furbo, difficile il contrario. La saggezza di don Scordato è un incrocio di cultura e passione. La grande preparazione teologica e la curiosità verso l’arte in tutte le sue forme hanno dato corpo alla sua voce anche in momenti complicati, lo hanno aiutato a navigare controcorrente nei canali impetuosi di una città arcipelago dove le mille isole delle diversità difficilmente vedono un traghetto. La sua furbizia è invece il mezzo col quale ha saputo mettersi al riparo dal fuoco di fila che gli si è scatenato contro ogni volta che ha deciso di affrontare una situazione difficile. Quando, ad esempio, invitò la sua comunità a pregare per una coppia di lesbiche che di lì a poco si sarebbero unite civilmente, si mosse con grande abilità in un campo minato. Fece esattamente quello che voleva, sollevò un problema senza mai pizzicare una dottrina che conosce assai meglio dei suoi detrattori.
È questo il metodo Scordato: mai determinazione senza chiarezza, mai coraggio senza preparazione. In altre parole, imprudenza questa sconosciuta.
L’uomo che ha ospitato Franco Scaldati e il suo teatro, che ha narrato la grandezza del Serpotta, che ha portato all’università ragazzi che prima non arrivavano manco alle elementari, che ha aperto alle assemblee cittadine e chiuso alla protervia della malapolitica, che ha inventato un ristorante e che ha usato l’accoglienza come arma contro la discriminazione, è un simbolo di ciò che noi potremmo chiamare globalizzazione della carità e dell’assistenza e che lui chiama più semplicemente mondialità. Dall’Albergheria al Congo alla Tanzania, la tela intessuta da Cosimo Scordato è fitta e senza strappi: una scuola qui, un pozzo lì, un pronto soccorso da un’altra parte. Sempre in movimento. I soldi non ci sono ma si trovano, perché la fiducia è una forma di fede (in Dio, negli altri, in se stessi). Ed è contagiosa. Non c’è isola di Palermo che non lo conosca e che non abbia qualcuno che frequenta le sue messe: borghesi e poveri, ricchi e pregiudicati, martelli e chiodi storti trovano a San Francesco Saverio le porte aperte. A patto che si faccia come dice lui, che conosce bene la differenza tra ascoltare tutti e credere a chiunque.
Nell’epoca degli urlatori social, dell’odio prêt-à-porter, questo prete che si professa orgogliosamente “anti-assistenzialista” è un buon esempio di serena determinazione. Quando gliele cantò al presidente dell’Ars Gianfranco Micciché che difendeva gli stipendi d’oro dell’Assemblea, non steccò una sola nota nonostante si capisse quanto era incazzato: “Non puoi dare a chi è già ricco”, gli scrisse sublimando in otto parole Vangelo e cronacaccia. La sua “Teologia del risanamento” applicata alla situazione di Palermo si rifà esplicitamente alla “Teologia della liberazione” sudamericana: non è parola vuota per soloni e porporati, ma cibo per menti curiose. Qualcosa che potrebbe essere felicemente strong nell’affollarsi di zombie creduloni nella Walking Dead della ragione.

  

Depistaggio, il colpevole perfetto? Un morto

L’articolo pubblicato qualche giorno fa su La Repubblica.

L’inchiesta sull’infame depistaggio per la strage di via D’Amelio sta finalmente cercando di far luce su come e perché a un certo punto, nel pieno dell’emergenza mafiosa, si è deciso di prendere uno pseudo-pentito, il meno attendibile dell’universo, di trasformarlo da scadente comparsa in protagonista assoluto, e di raccontare un romanzo di minchiate (inanellate in maniera scientifica). Solo che c’è una cosa che frulla nelle teste di noi astanti sul bordo di quell’enorme cratere mai richiuso che sono le stragi del ’92: se fu depistaggio (e depistaggio fu) ci deve essere stato qualche magistrato che ha dato indicazioni, che ha autorizzato ciò che non doveva essere autorizzato, che c’era e magari faceva finta di non esserci o che c’era e si mostrava in tutta la sua telegenia. Ecco, su questo aspetto dopo 26 anni c’è ancora una prudenza alquanto grottesca. Perché abbiamo sopportato di tutto in questa storia di orrore mafioso e scelleratezza istituzionale. Insomma diteci che è tutta colpa del maggiordomo, ma evitateci la farsa del colpevole perfetto: cioè un morto. Grazie.

  

Porno (quasi) subito

Nel suo “Secondo diario minimo”, un libriccino datato e prezioso, Umberto Eco si diverte tra le altre cose a illustrare alla sua maniera la differenza tra un film porno e un qualsiasi altro film.
La visione scherzosa e disincantata è però datata 1992 e, come sappiamo, se l’ironia è eterna, il contesto in cui essa matura è invece estremamente variabile. Così l’espediente del viaggio in auto che nel film porno dura in modo esagerato, quasi a giustificare costi e plot della pellicola, può oggi essere usato per misurare la temperatura dei tempi che cambiano. Il web e il consumo istantaneo di desideri, l’overdose di stimoli virtuali, il limite sempre più sottile tra il reale e l’irreale hanno stravolto le vite di tutti gli umani del pianeta, connessi e non. Quindi anche dei signori del porno e della giostra di miliardi che gira loro intorno (basti pensare che il valore del dominio sex.com è di almeno 13 milioni di dollari). Oggi l’uomo che, ai tempi di Eco, si spostava da un luogo all’altro per andare a compiere il suo atto cruciale non prende più l’auto, ma si fa trovare a casa, pronto all’uso. E se proprio la prende, quella benedetta auto, la usa non come noi comuni mortali, ma in un senso estremamente cinematografico: la rende teatro dell’azione (esistono serie intitolate a fake-taxi, a pullman un po’ troppo affollati o ad altri mezzi di trasporto adattati all’occasione), la reinventa come alcova, la trasforma insomma da strumento a pretesto.
E, badate bene, questo è un metodo che si applica non soltanto alla categoria del porno, ma in qualche modo a tutta la cinematografia a uso e consumo del web e delle tv on demand. Il modello di pornografia di questi anni è in fondo il modello Netflix: tempi rapidi, fruizione facile, mirare dritti al cuore (o un po’ più giù nel caso specifico). La scrittura non deve lasciarsi inseguire, ma inseguire essa stessa, arrivare senza causare troppa fatica giacché un clic è un attimo e ci si sta nulla a cambiare prodotto e a condannarlo a un fallimento e/o a un rapido, e non indolore, oblio.
Cambia tutto, cambiano contenuti e contenitori, tempi e attese, perché cambia il fattore cruciale, che poi è il vero algoritmo dei misteri: lo spettatore.
La “sana scopata” di cui parla Eco non è più sponsorizzata dall’assessorato ai trasporti, ma è assolutamente gratis. E, si sa, oggi quando qualcosa è gratis la merce siamo noi.

  

Si Salvo chi può

Foto di Rosellina Garbo

Dunque c’è un’inchiesta, quella sulla strage di via d’Amelio, condotta in modo infame per 25 anni, con un depistaggio che in un Paese civile dovrebbe vedere i responsabili in galera e non freschi come quarti di pollo in una tavola di vegetariani. C’è un rosario di omissioni, di traccheggi, di atroci bugie che si arricchisce di giorno in giorno di nuovi grani. C’è una pattuglia di magistrati che ha sonnecchiato per decenni frequentando convegni e riviste (con più pagine che lettori) anziché uffici giudiziari. Ci sono poliziotti che adesso sono sott’inchiesta per aver costruito ad arte uno pseudo-pentito, Vincenzo Scarantino, e aver aggiustato le sue dichiarazioni incolpando innocenti e proteggendo i veri colpevoli. C’è tutto questo (e molto altro) dietro l’indagine infame che per decenni ha protetto un patto criminale con uomini delle istituzioni protagonisti. E che fa la procura di Catania? Mette sotto inchiesta Salvo Palazzolo, il cronista che ha raccontato ciò che tutti noi dobbiamo sapere. Lo fa con una solerzia quantomeno sospetta, probabilmente perché i nomi coinvolti sono illustri e perché la polvere sollevata tende a coprire quella che per troppo tempo ha riempito i fascicoli di un’indagine dai risvolti mostruosi. Poi chissà, canis canem non est.
Ci sarebbe da ridere se non fosse terrorizzante.

  

Invecchiare, istruzioni per l’uso

A bocce, anzi a ruote ferme ho ancora un paio di cose da scrivere prima di chiudere (almeno qui) il diario di questo viaggio a Capo Nord. Sono appunti che ho preso durante quegli undicimila chilometri, la sera a letto prima di spegnere la luce, o in una birreria delle Lofoten, o ancora sul marciapiede di qualche sperduta stazione di servizio. Sono foglietti spiegazzati, alcuni dei quali divorati dall’umidità, che ricompongo adesso comodamente seduto alla mia scrivania: avvertenze valide per me e per chi vorrà fare un viaggio del genere che riguardano aspetti tecnici e non.

Il viaggio di per sé non è per solitari, ma induce gioiosamente alla solitudine. Trascorrere ogni giorno otto-dieci ore alla guida è un’occasione preziosa per parlarsi. Certo, un partner è utile per condividere emozioni davvero forti (amore è soprattutto condivisione, c’è scritto persino sui Baci Perugina), ma a favore della missione solitaria c’è anche un aspetto meccanico: in generale la moto più leggera dà meno problemi, anche se la casistica a me nota smentisce questo principio.

Preparatevi a perdere qualcosa, che sia un oggetto o un pregiudizio sarà il caso a deciderlo. Montando e smontando bagagli ogni giorno, viaggiando con mille piccole cose appese, piegate, nascoste, arrotolate, compresse, è normale che alla fine qualcosa manchi all’appello. E magari può essere un sollievo.

Al contrario di ciò che accade nella vita ordinaria, qui il giocattolo rotto non si butta subito ma si fa di tutto per aggiustarlo: con gran dispendio di metafore. Ci saranno cose e occasioni che avranno bisogno di un giro di nastro adesivo, una scarpa che si buca (le strade norvegesi consumano ruote e suole come grattugie), un compagno di viaggio troppo esuberante, un navigatore satellitare che si allaga, un cameriere scortese nell’ultimo ristorante aperto dell’ultimo paesino di una landa sperduta. Metterci una toppa in questi casi non significa accontentarsi, ma sopravvivere.

Infine lo stupore. Il motivo per cui scrivo queste righe è solo perché lo stupore vive di contagio: nulla è meraviglioso se non si può diffondere, spandere, condividere. Il mio sogno è che qualcuno, leggendo questi diari, abbia voglia di inventarsi un percorso del genere per sperimentare l’antico prodigio dello stupore. Che non è la prova dell’ardimento, non sono tutti quei chilometri a cavallo di una moto che alla fine sembra chiederti pietà, non è il susseguirsi di città e Stati (alla fine ne conterò undici), non è l’olfatto che ti regala una dimensione di viaggio che non conoscevi (in moto gli odori sono come i panorami). No, è qualcosa di più semplice: è un baricentro nuovo che ti dà stabilità anche se sei in bilico su uno scoglio, che rischiara lo sguardo anche se sei al buio, che ti dà la migliore compagnia anche se nel raggio di un chilometro non c’è nessuno. Stupirsi è un buon modo di invecchiare.

Buona strada.

9-fine

  

La realtà che presenta il conto

Gli ultimi giorni di viaggio sono lancinanti nella contrapposizione di sentimenti. Da un lato c’è il gusto di un imminente ritorno a casa, al proprio letto, alle proprie abitudini alimentari, dall’altro il rimpianto per qualcosa che è irrimediabilmente finito. Come se due forze opposte ti tirassero per le braccia: la pasta della mamma e le spiagge delle Lofoten; il tuo cuscino preferito e la rocca di Capo Nord; le geometrie rassicuranti del tuo appartamento e la birra su quel lago finlandese col sole che non tramontava mai.
Ma bisogna avere a che fare con la realtà, che se ne frega del sentimento e, come l’oste, chiede sempre il conto. La visita al campo di concentramento di Auschwitz e a quello di sterminio di Birkenau ha segnato fortemente il mood di questi sgoccioli di vacanza. Che ovviamente non è mai stata vacanza in senso classico, ma esperienza, prova, avventura: altrimenti me ne andavo al mare a sollevare cocktail, attività peraltro nobilissima.
Avevo avuto occasione di visitare il campo di Dachau, qualche anno fa, ne avevo tratto l’orrore che serve per vincere la battaglia contro le nostre miserie quotidiane. Auschwitz e Birkenau sono un passo avanti verso il baratro, sono la crudeltà nella quale immergersi non solo per esplorare l’abisso di un genocidio, ma per capire dove questo mondo ci vorrebbe portare e dove, costi quel che costi, non dobbiamo mai più andare. Sono insomma una chiave di lettura di tremenda attualità poiché la storia delle atrocità non va mai declinata al passato.
La realtà è anche fredda meteorologia. La Repubblica Ceca in questo periodo ha piogge a chiazze, cioé a compartimenti scientificamente separati. Tipo, sei in autostrada e ci sono 34 gradi. Un chilometro dopo incontri un acquazzone e la temperatura scende vertiginosamente a 17 gradi. Un altro chilometro più avanti torna l’afa e così via sino a quando non ci fai più caso e il microclima dentro il casco diventa simile a quello di una serra del pomodoro di Pachino.
Va detto che le bizze del tempo sono una costante di un viaggio del genere, dal sud al nord dell’Europa, ma – non è un segreto – va detto anche che sono più sopportabili quando si è lontani da casa. Così, con una forte perturbazione in arrivo stasera abbiamo deciso di anticipare il rientro di un giorno. Siamo in tre e io ho il navigatore fuori uso. La tappa di domani è Praga – Chiusa, 640 chilometri: sin quando si guida e non si nuota va bene. Poi sarà la volta di Genova con la nave per Palermo. E lì l’acqua finalmente sarà al posto giusto.

8-continua

  

Dove non puoi rallentare…

Dove non puoi rallentare non soffermarti. La tautologia riadattata sullo scheletro di una celebre frase di Frida Kahlo mi serve per inquadrare questi giorni di trasferimento verso sud. Trasferimento si fa per dire perché comunque attraversiamo nazioni come l’Estonia, la Lettonia, in parte la Lituania, e la Polonia. Sono terre i cui racconti non si colgono in modo intuitivo, come invece è avvenuto fino a ora con i grandi palcoscenici geografici del nord. Qui è tutto più complesso, anche per strategia di viaggio. Da un lato c’è un mordi e fuggi imposto dalla nostra tabella di marcia che ci propina oltre 600 chilometri al giorno per rientrare in Italia in tempi congrui (che ci salvino almeno dal licenziamento), dall’altro c’è un territorio che non si dispiega dinanzi agli occhi ma che chiede un’annessione ai tuoi meccanismi logici o, se volete, si presenta con timida presunzione (un ossimoro dopo una tautologia, azz!).
Dalla Finlandia di Helsinki – che è cosa diversa dalla Finlandia reale dato che Helsinki sta alla Finlandia come New York sta agli Stati Uniti – ci siamo immersi nelle repubbliche baltiche. Un migliaio di chilometri a corsia unica dove le autostrade sono un miraggio e, per quel poco in cui si manifestano, prevedono di default l’opzione dell’inversione di marcia “a vista”. Questo per dire che comunque a ogni minima accelerazione qui bisogna stare davvero sul chi va là: che sia un trattore o un camion di laterizi, sarà la sorte a stabilire chi dovrà tagliarti la strada. Eppure in questa apparente e pericolosa deregulation c’è il paradosso dei paradossi: la presenza ossessionante di auto della polizia stradale. I poliziotti ti fermano e ti multano, ma nel fermarti e nel multarti hanno una dose abbondante di discrezionalità. Esempio. Oggi in Lituania ho fatto, insieme ad altri correi del mio gruppo, un sorpasso in zona ufficialmente vietata (niente di rischioso, ma pur sempre un’infrazione). Una pattuglia mi ha raggiunto a sirene spiegate e il capo, davanti al sottoscritto costernato, ha detto: “Per questa violazione ti dovrei sequestrare la patente per tre mesi”. Io, giocandomi la carta dell’asilo politico: “Giusto, ho sbagliato, ma sono stanco, vengo da lontano. Ha presente? Salvini… la cretinocrazia… Di Maio…”. E quello: “Berlusconi?”.
Io: “Macché, Berlusconi paradiso, heaven…“.
Scherzi a parte, dopo un un paio di controlli via radio il poliziotto mi ha restituito la patente: “Ok, lo dico a te e ai tuoi amici: con la striscia rossa non si supera. Mai”.
“Grazie, vostro onore, eccellentissimo, eminenza…” e via fantozzeggiando. Insomma quasi me lo baciavo.

Dove non puoi rallentare non soffermarti.
Non mi sono soffermato a Tallin, città che si visita in poche ore. A parte qualche chiesa, è tutta una paninolandia. Infatti in serata ci siamo rifugiati in un temibile locale italiano dove abbiamo manifestato indecente ammirazione per un nero d’Avola da supermercato (spacciato a 35 euro) e qualche fetta di Provolino. Roba che a casa lo tieni in frigo per testare le muffe da sottoporre come nuovi vaccini a Burioni.
Non avevo intenzione di rallentare a Riga, ma sono rimasto folgorato dal Baltic Drum Summit e dall’United Buddy Bears. A conferma del fatto che il nettare di una comunità non è solo prodotto dai suoi abitanti, ma anche dai suoi collegamenti. Dopo essermi rifatto gli occhi grazie a tanta attenzione per l’arte popolare (occhio, non parlo di musei o di manifestazioni impomatate ma di grandi concerti e piazze stracolme di genitori e bambini) sono stato costretto a soffermarmi. E in cuor mio ho ringraziato questa città che doveva essere accidentale per questioni di percorso e invece è diventata cruciale per corto-circuiti di ispirazione.
Ho rallentato a Varsavia ma l’ho trovata distante da me. È un po’ come il cielo, ognuno ne ha uno da misurare con gli occhi del cuore. Il cielo di Varsavia, pur bellissimo e terso (che culo!), non ha l’ampiezza che mi serve, almeno in questo momento.

La strada per arrivare sin qui è stata una via Crucis di interruzioni, di trattori, di asfalti deformati, di rettilinei ingannevoli, di autovelox, di cantieri, di pioggia e di sole, di pattuglie di polizia che aspettano te e solo te.
Ora sono stanco. E la stanchezza dopo tanti chilometri ha una strana parentela con la felicità, un po’ come accade col sesso o con la maratona.
Domani sarà ancora Polonia: Cracovia con un pellegrinaggio ad Auschwitz. Lì ho proprio voglia di soffermarmi.

7-continua

  

Laghi, legno, latte al posto del vino

La Finlandia è quel posto dove la gente fa quello che gli pare facendoti sembrare tutto ordinato, incardinato. Qui puoi piantare una tenda dove vuoi, pescare senza chiedere il permesso in uno dei quasi 190.000 laghi (a dispetto della definizione di “terra dei mille laghi”), puoi illuderti che questi specchi d’acqua siano tutti “nordicamente” puliti facendo finta che le industrie della carta e del legno non li abbiano inquinati, e a pranzo puoi bere persino il latte freddo al posto dell’acqua o del vino. Opzione, quest’ultima, abominevole per noi italiani ma tutto sommato plausibile se si considera che questi sono soliti bere acque aromatizzate che dalle nostre parti sarebbero vendute solo in accoppiata col Gaviscon: io stamattina incautamente ne ho assaggiata una alla mela e il resto se l’è sbrigata con gran soddisfazione la mia ernia iatale.
In Finlandia, come vi ho detto, ci sono arrivato dalla Norvegia e le differenze sono state subito evidenti, almeno dal punto di vista stradale e orografico. Niente più rilievi, niente più curve ma interminabili rettilinei, niente più tunnel né gallerie ma dossi all’infinito. Qui le ruote delle moto si consumano in modo drammaticamente uniforme, per via dell’asfalto molto ruvido: in pratica diventano quadrate (un compagno di viaggio ha dovuto cambiarle dopo Oulu perché, anche a causa di una frenata impegnativa, il battistrada si era ormai esaurito).
E poi le persone, tenuto conto che la Finlandia ha più o meno lo stesso numero di abitanti della Sicilia con un territorio tredici volte più ampio. Noi terroni d’Europa generalizziamo chiamandoli tutti scandinavi, come per accomunarli in un’oziosa visione geografica. Invece dovremmo tenere a mente che il mappamondo ci dice di un popolo quanto l’insegna di un ristorante: per giudicare bisogna superare l’ingresso e guardarsi intorno, conoscere, assaggiare. In realtà un finlandese è molto diverso da un norvegese: innanzitutto non è scandinavo per lingua e cultura. Poi il norvegese è considerato il montanaro della zona, semplice (estremamente) e rude, con risata franca ma senso dell’umorismo non abbondante, al contrario del danese (che è il più moderno e aperto, per definizione strisciante e non confermata). Il finlandese è diverso anche fisicamente, i suoi tratti somatici sono meno europei, il fisico è più largo e piantato, e in generale pare che il suo sguardo volga più a est che all’Europa sottostante.
Il cibo comunque è una bandiera comune nonostante io, per via del mio latente vegetarianesimo, sia poco attendibile in tal senso. Salmone ovunque (l’ho mangiato, well done, e mi piacque in quanto “pesce non a forma di pesce”) e insidiosissimo pane all’aglio (uno dei motivi per cui questo rischia di non essere un viaggio per coppie).
Insomma il grande nord è un insieme di piccoli nord, tutti diversi anche climaticamente. Oggi, arrivando da un po’ più su, dopo 600 e passa chilometri mi sono trovato a Helsinki in un clima siciliano, con tanto di traffico caotico e 26 gradi abbondanti. Nulla di che se non fossi stato abbigliato da spedizione al Polo, con quattro strati addosso e noiosissimi ma indispensabili accessori tecnici (pensate a quanto possano essere scomodi i guanti e il casco integrale col sole che vi martella a ogni metro). Mai avrei pensato di fare una doccia fredda in Finlandia. E invece.

6-continua

  

Capo Nord, il freddo che scalda

Sono seduto al tavolo dell’Hotelli (non è un refuso) Inari, a Inari in Finlandia. Alla mia sinistra c’è una finestra che dà sul lago. Mentre sorseggio una birra sento un rumore, lì fuori. È un idrovolante che ormeggia con la stessa facilità con la quale ho parcheggiato la mia moto, venti metri più in là. Due tipi scendono al volo e me li ritrovo poco dopo nel tavolo accanto.
È tutto così incredibile a queste latitudini o sono io che mi sono incastrato in un’allucinazione da “mal di Nord”? Non è facile trovare una risposta se sei reduce da due giorni in cui non sei arrivato, ma sei allunato in un posto incredibile.
Provengo da Capo Nord (Nordkapp) è ho addosso le sensazioni di un motociclista che ha imparato che nulla è compiuto sin quando non si tira giù il cavalletto. Ma il bello sta in questo tremendo contrasto tra ciò che passa davanti e ai lati del tuo casco, mentre corri sul nastro di strada che cambia colore a seconda del cielo (quasi che fosse specchio), e ciò che prende forma quando ti fermi e rimetti le gambe al posto delle ruote. Capo Nord e il suo fascino estremo sono anche (e molto) la strada da percorrere, le intemperie da superare, la forza da trovare per galleggiare sul vento freddo e sull’asfalto che qui consuma pneumatici come se fossero burro in padella. I centomila mila metri che precedono la selvaggia rupe sul Mar Glaciale Artico – sempre dritto in fondo, dopo duemila e passa chilometri, c’è il Polo Nord – vanno vissuti come parte integrante della spedizione/missione. Per la maggior parte lunari, veloci e gelidi come il vento che solitamente ti soffia contro, quasi a gettarti un guanto di sfida (e i guanti qui si raccolgono sempre se non altro per motivi climatici). Poi, arrivati al mare, si imbocca il tunnel sottomarino per l’isola di Majeroia e il paesaggio si trasforma. Ci sono spiagge deserte e pietre levigate, rivoli di acqua che solcano la strada e rocce stratificate che sembrano volerti spingere via a ogni curva, c’è un surreale clima balneare senza bagnanti, di grigio multicolore, c’è il Nord che ti aspettavi e che un po’ temevi, con la fascinazione che ne consegue.
Arrivati alla rupe, tutto cambia.
Le foto, l’emozione di essere nel luogo più a nord del tuo continente – tu che vieni dall’estremo sud – lo sguardo fisso al Mar Glaciale Artico che sta centinaia di metri più giù. È un freddo che scalda, una risposta che non vuole domande. È bello per chi ama l’avventura, meraviglioso per chi ama essere cambiato dall’avventura. A dispetto del fatto che sei approdato a una metà turistica che nella sua brevissima estate fa centinaia di migliaia di visitatori, che la differenza la fa come e da dove sei arrivato, che i pochi alberghi nelle vicinanze in un raggio di 30 chilometri hanno la peggiore delle colazioni della Scandinavia (e qui la colazione conta più di una cena).
Ecco perché ora, 370 chilometri più a sud, in questo hotel finlandese sul lago con l’idrovolante parcheggiato alla mia sinistra scelgo di non dare risposta alla domanda: è tutto così incredibile o è un’allucinazione da “mal di Nord”?
Domani si riparte, è questo l’importante.

5-continua

  

Elogio di sua maestà il grigio

La prima pausa arriva dopo otto giorni di viaggio ininterrotto al ritmo di 500 chilometri al giorno. Le isole Lofoten sono davvero strane per noi isolani del sud, a conferma che il mare bagna ma è la terra che dà i frutti. Un anziano di Harstad, mentre passeggiavamo sotto la pioggia, mi ha spiegato come sia stata innaturale la settimana scorsa per queste zone: 30 gradi e sole. Loro al sole non sono abituati, figuriamoci ai trenta gradi che conoscono solo quando accendono il forno di casa, e la pioggerella che scende continua in questo periodo la considerano quasi una rassicurazione. “Finalmente”, ha detto l’anziano sorridendo al cielo grigio (di questo colore parleremo più avanti). Nel mentre io mi aggrappavo all’ombrello e lui si lasciava bagnare con la naturalezza di chi un ombrello manco ce l’ha a casa. È un po’ come accade da noi in Sicilia, viviamo sei mesi all’anno ammollo ma nessuno ha un salvagente a casa. Ecco, il nostro salvagente è come il suo ombrello: inutile.
Il grigio. Queste isole ne sono l’esaltazione e, badate bene, non ho mai visto tanti grigi tutti insieme in vita mia. Il grigio qui non è sporco o non-bianco, è semplicemente in ogni colore: nella vegetazione, nel mare, nel cielo ovviamente, nei rari raggi solari che sfuggono alla coperta di nubi che, come una pennellata di vernice lucida, esalta i contrasti anziché smorzarli.
Non vi racconto le Lofoten perché sono uno di quei posti che cambiano luce a seconda degli occhi che li guardano. E poi se c’è un torto che si può fare alla magia, è cercare di recensirla. Vi dico invece che nel giorno di pausa, a parte dormire per nove ore di fila, mi sono dedicato anche alla manutenzione straordinaria dell’attrezzatura, provata da due giorni di pioggia a tratti torrenziale. Solo adesso conosco l’importanza di un tubetto di colla e di un rotolo di nastro adesivo: con questi due oggetti semplici (che ovviamente non mi ero portato appresso) si può fare di tutto. Come, ad esempio, riparare gli stivali. A poco valgono purtroppo per “curare” il navigatore satellitare, semi-annegato ieri nel mezzo di un temporale mentre ci muovevamo da Trondheim. Per quello ci vogliono un asciugacapelli potente (l’altro giorno due amici, inzuppati dalla pioggia, hanno mandato in tilt il sistema elettrico della loro stanza per abuso di phon) e una buona dose di fortuna. Al momento la seconda mi assiste, anche se per accendere il fondamentale strumento mi tocca compiere una sorta di rito (due colpetti a destra, leggera pressione sul tasto, schiacciamento del display con i pollici) e impostare i percorsi è poco meno rischioso di una roulette russa dato che non sai dove effettivamente lui deciderà di portarti, ubriaco com’è di pioggia e fango.
Comunque inserisco le coordinate gps tramite il Mac e che il santo protettore dei Tomtom mi assista.

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L’era dell’orso bianco

Potrei raccontarvi dei quasi 400 chilometri (395 per la precisione) da Trondheim a Mosjøen, una cittadina tranquilla in vista del Circolo Polare Artico, vissuti con adrenalina a mille per la pioggia e per le curve veloci che non ti lasciano mollare mai l’acceleratore. Potrei dirvi dell’asfalto di queste strade che, divorando gli pneumatici, li incolla al terreno anche con le condizioni meteo più proibitive. Potrei dilungarmi sull’acqua che, nonostante le attrezzature di buona qualità, è filtrata dappertutto (nel navigatore, nei guanti, nelle tasche, nel casco, e altrove), perché l’acqua qui è dovunque in tutte le forme e sono le sue forme (tipo la condensa) che ti prendono alle spalle quando credi di essere impermeabile: un po’ come certi sentimenti. Potrei dirvi di uno scrittore che mi piace molto e che sto rileggendo in questi giorni perché lui è di questo nord (è danese), si chiama Peter Høeg e nel suo “Il senso di Smilla per la neve” dice una cosa alla quale ho molto pensato nei momenti più estremi di quest’avventura: “Non esistono persone senza paura, esistono solo attimi senza paura.“
Invece prima di approdare alle isole Lofoten – per me la meta principale di questo lungo viaggio, ancor più di Capo Nord – vi racconto di una birra: la Mack, la più nordica del mondo per luogo di produzione (tra un paio di giorni andrò a visitare l’azienda). La sto bevendo mentre scrivo. La particolarità è che questo birrificio produce una birra diversa per ogni stagione: la birra di Natale, JuleØl; quella dei due mesi di notte polare, MørketidØl; la birra grassa del periodo invernale, FatØl; e così via… Io in questo momento sto sorseggiando una Lager che si chiama Ísbjörn. È fresca e profumata. Ha un nome che pare musicale e invece, come molte cose a queste latitudini, nasconde un sottile inganno. Come l’acqua che si fa vapore e ti entra sotto il maglione. Ísbjörn è l’orso bianco.

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Non toccare il freno anteriore

La vera Norvegia, selvaggia ma non inospitale (almeno in questo periodo dell’anno), l’abbiamo cominciata ad assaggiare nei 500 chilometri tra Oslo e Bergen: un nastro di strada, la E16, che attraversa l’immenso altopiano dell’Hardangervidda.
Tra curve dolci e continui saliscendi arriviamo alle cascate di Vøringsfossen per ora di pranzo: nello spiazzale c’è un postaccio che fa wurstel e vende torte dell’anteguerra, però ci sono molti alberi sotto i quali concedersi una siesta. A seguire la strada entra in un’inaudita serie di gallerie che si avvitano su se stesse per decine di chilometri. Pensate, ci sono persino le rotonde sottoterra.
Berger è una città di una bellezza fredda nonostante l’allure marinara. È famoso il suo mercato del pesce con le bancarelle nelle quali il prodotto si cucina e si serve su tavoli spartani che fanno taaanto pittoresco. Unico vantaggio di questo circo turistico, il prezzo: con poco più di trenta euro mangiate una portata su piatti di carta e l’accompagnate con una birra, un affare visti i prezzi di quest’area geografica.
Di buona mattina partenza per Lom. L’itinerario prevede un passaggio in traghetto (Vangsnes-Hella) per attraversare  il fiordo più lungo di tutta la Norvegia, il Sognefjord (204km). Ma con la colpevole complicità dei nostri navigatori io e i miei due compagni di viaggio – Salvo e Giovanni, siciliani of course – quel traghetto non lo prenderemo mai. È così che scopriamo un itinerario alternativo mozzafiato attraverso il Jotunheimen National Park: una sessantina di chilometri tra salite e discese, sotto una simpatica pioggia che ha lo strano effetto di eccitare i miei compagni di avventura. “Non toccare il freno anteriore”, è l’ultima raccomandazione che raccolgo prima di lanciarci a pieno acceleratore in questo tobogan di acqua e fango.
Insomma, se passate da queste parti prendete appunti.
Opzione A. Traghetto e tranquillità da Vangsnes a Hella, versione comoda avventura.
Opzione B. Comunicate al vostro navigatore che non volete fare il passaggio su nave e lui, se ha raggiunto il giusto grado di perversione, vi porterà dritto sulle montagne, con vista sui ghiacciai. E mi raccomando, non toccate il freno anteriore.

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