Mi si nota di più se mi faccio i cazzi miei?

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Non è roba dell’ultima ora. Sulla necessità di commemorare la strage di Capaci, sulla necessità di fare altro in un giorno di memoria, sulla necessità di evitare il blabla, sulla necessità di non raccontare dove eravamo mentre il tritolo dilaniava corpi e speranze, sulla necessità di trovare altre necessità per il 23 maggio si dibatte sin dal 24 maggio dell’anno precedente.

Una volta, un tale teorizzò da qualche parte il divieto di esibizione della memoria in occasioni come queste per non inquinare lo scenario di guerra. Era un’opinione talmente strampalata, perché confondeva memoria con ricordo, dolore con pregiudizio, lucciole con lanterne, che mi rimase impressa. Comunque il destino fu puntuale con questo propalatore a sproposito dato che lo cancellò dalla cache sociale e culturale in un contrappasso tutto sommato non ingiusto.

Oggi per quel che ho visto – e qualcosa l’ho vista – l’unica febbre che andrebbe misurata (e tenuta sotto controllo) in questi frangenti è quella del protagonismo di rimbalzo. Cioè il protagonismo dei non protagonisti. C’è questa strana tendenza, che partita dagli anziani contagia sempre più i giovani, a mostrarsi contro o disinteressati per salvaguardare, almeno nelle intenzioni, il valore di ciò che non si vuol seguire. Cioè, io vado al mare invece che sotto l’albero Falcone perché lì, in via Notarbartolo, c’è gente che in realtà pensa ad altro piuttosto che ai morti di mafia. Che è un bel cortocircuito logico: faccio altro per protestare contro quelli che presumo facciano altro. Un tempo si diceva “ci sono con lo spirito e non con il corpo”, oggi è “non ci sono perché non ci voglio essere, ma non si pensi che non mi interessa perché mi interessa più degli altri e per questo non ci sono, perché non ci voglio essere…” e via loop. Che è un passo avanti rispetto al “mi si nota di più se non vengo?” di Ecce Bombo. È: “Mi si nota di più se mi faccio i cazzi miei e lo dico?”.

Il giornalismo più bello del mondo

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Questo avviene al termine di un meticolosissimo lavoro di revisione e correzione che dura settimane e che coinvolge almeno l’autore, l’editor, i fact checker, un avvocato, uno o due copy editor, uno o due rilettori che verificano la fedeltà delle modifiche e una serie di correttori di bozze che rileggono l’articolo a vari stadi della lavorazione.

Su Internazionale si racconta con involontaria crudeltà (rivolta a noi giornalisti italiani) la produzione di un articolo al New Yorker. Produzione, come si fa con un vero manufatto di pregio: con tanto di sforzo di ideazione, manualità, rifinitura e controllo di qualità. Mentre i giornali italiani sono impegnati in una strenua rincorsa di quella innovazione che hanno colpevolmente ignorato per qualche decennio credendo nell’immortalità della carta, il “giornale più bello del mondo” imbastito al 38° piano del One World Trade Center con vista su Manhattan, si preoccupa con cura maniacale del più antico dei requisiti della buona informazione: la correttezza delle informazioni.
Mi disse una volta la direttrice di un noto newsmagazine italiano: “Io non mi incazzo se siamo imprecisi sull’avviso di garanzia a un Dell’Utri di questi, mi incazzo se sbagliamo il nome del liceo che frequentava”. Ironia della sorte il giornale che dirigeva, lo scorso anno, ha preso uno dei granchi più clamorosi (e pericolosi) della nostra storia recente.

La mafia che fa male alla tv

tv fa maleLa mafia nelle fiction fa male all’antimafia? Secondo me, no. La mafia nelle fiction fa male alle fiction se raccontata male. Io ad esempio non guardo “Gomorra” non perché mi appello a un barlume di etica, ma perché non mi piace. Non mi piace, in generale, la maniera italiana di narrare in tv: povertà di sceneggiature, ritmi imbarazzanti, scarsa credibilità dei personaggi.
C’è poi un aspetto particolarmente irritante per chi, come il sottoscritto, è un buon consumatore di fiction d’oltreoceano: l’ossessione del messaggio. Nei nostri prodotti televisivi c’è sempre la smania di consegnare al telespettatore un plico virtuale nel quale sta scritto in bella grafia l’intendimento degli autori. E, badate bene, non si tratta di un (sano) patto di verosimiglianza, ma di una giustificazione quasi sempre pelosa: ti sto raccontando tutto ciò perché tu sappia che questo è male, non ti fare venire in mente strane idee e magari domani ti metti a sparare a poliziotti e magistrati; perché noi siamo i buoni anche quando mitragliamo le saracinesche con le nostre armi caricate a salve; e ricordati che quello che vedi non è sangue vero, ma un liquido rosso speciale che non irrita, si smacchia in lavatrice e fa pure bene alla pelle.

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Sicilia, paradiso o inferno dei turisti?

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Su Repubblica Palermo qualche giorno fa.

Che si decidano, lassù in Europa. La Sicilia è il paradiso o l’inferno dei turisti? Le prossime vacanze conviene trascorrerle alle nostre latitudini o è meglio girare al largo (e trattandosi di isola andare al largo ha i suoi rischi soprattutto navigando verso Sud)? L’ultima notizia, cioè la più recente, è un’incoronazione di Ragusa e Cefalù: il Telegraph ha stilato una lista delle meraviglie italiane da scoprire, lontane dai tour consueti e, bontà sua, ha incluso le due cittadine siciliane. Facile sarebbe immaginare migliaia di turisti inglesi pronti a fare le valige se la memoria non inciampasse in un altro articolo di un altro giornale di quelle zone lì, il Daily Mail che, qualche settimana fa si è inventato nientemeno che una dichiarazione di guerra: quella della mafia contro gli immigrati che arrivano sulle nostre coste. Ha scritto il giornale in questione: le cosche stanno disperatamente cercando di mantenere la supremazia dopo l’arrivo di gang criminali con i barconi degli immigrati. E per sostenere la tesi, più traballante di un assessore crocettiano, ha citato il caso di Yusupha Susso, l’immigrato ferito a Palermo da un balordo che giocava a fare il boss di quartiere. Roba che se la mafia leggesse il Mail potrebbe sporgere querela.

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Luoghi terribili e indimenticabili

Sant'Erasmo

Qualche giorno fa ho accompagnato una persona in un breve tour di luoghi terribili e indimenticabili di Palermo. L’occasione non era ovviamente turistica, ma di lavoro. Oltre che dall’incantato stupore del mio ospite nell’accarezzare con lo sguardo bellezza e abbandono insieme, sono rimasto colpito dalle sensazioni provate da me stesso che quei luoghi li conoscevo abbastanza bene.
A Sant’Erasmo ho provato a immaginare il placido porticciolo così tipicamente maleodorante, nonostante una congerie di lavori di sistemazione, popolato dai killer di Cosa Nostra che lo usavano come luogo di scarico di cadaveri più o meno liquefatti. A pochi passi c’è infatti la “camera della morte” in cui i mafiosi torturavano, uccidevano e scioglievano nell’acido i nemici di turno. Oggi è tutto un panorama di ordinaria e persino bella desolazione: l’acqua oleosa, qualche pesce coraggioso, la cornice montuosa sullo sfondo.

Omicidio don Pino Puglisi

Qualche chilometro più avanti, a Brancaccio, ci siamo fermati davanti alla casa di don Pino Puglisi, dove il piccolo prete coraggioso fu ucciso il 15 settembre 1993 nel giorno del suo compleanno. Qui la bellezza è tutta nella memoria. Il luogo in cui don Pino se ne andò guardando serenamente in faccia i suoi assassini splende di una speranza imbarazzante che francamente commuove. Provate a passare da questa piazzetta brutta e isolata, piazza Anita Garibaldi, e fermatevi davanti all’orribile monumento messo su per onorare il sacrificio del prete: troverete qualcosa che vi prende, vi porta a quella notte calda e, per chi ci crede, vi mette davanti all’imperscrutabile segno divino (più imperscrutabile che divino, a dire il vero).

Addio al nostro alfabeto musicale

Prince morto

Ci si abitua alle assenze, non ci si abitua mai alle voragini. Perché un’assenza è metafisica, una voragine è fisica. Quella di Prince è una voragine per noi affamati di rock, per noi ex giovani sopravvissuti agli anni Settanta, per noi mediocri strimpellatori in cerca di un genio da imitare.
Prince era in grado di sconvolgere tutto l’universo musicale conosciuto. Toglieva eco ed effetti laddove una teoria di delay copriva le nefandezze di un cattivo esecutore, cambiava nome quando il suo era troppo famoso, riempiva di note il vuoto di mille esistenze che, come la sua, venivano dal nulla senza aspirare ad altro che non fosse poco più del nulla.
Ci ho pensato per qualche ora, come se dovessi elaborare un lutto personale. Ed effettivamente non di lutto personale si tratta, ma generazionale. Nell’epoca in cui una generazione ha perso pilastri come David Bowie, Maurice White e (per l’Italia) Pino Daniele, c’è poco da sperare: quando un artista passa dalle cronache alla storia è il momento di fermarsi e respirare. Come quando arrivi a cinquemila metri di altitudine e guardi quel che c’è sopra pensando a quel che hai sotto: null’altro da fare, solo tesaurizzare l’esperienza, che sia ossigeno, musica o nostalgia compressa non importa. Devi respirare e basta.
Respiro.
Ok.
Prince era l’alfabeto di chi aveva due orecchie collegate a un centro del desiderio. Poteva non piacere, perché certe sue performances erano davvero urenti. Ma non importava: a nessuno piace la consecutio temporum, ma tutti sanno a che serve. E Prince serviva. A sognare una pioggia viola senza chiedersi nulla sul colore pernicioso. A chiedersi quando le colombe piangono. A implorare un bacio come un’ossessione violenta.
Non so quanti vi racconteranno della vita spericolata del genio di Minneapolis, non immagino quanti saranno i link con la sua fama di simbolo (bi)sessuale, né mi interessano i dettagli di una morte misteriosa come la sua vita privata.
So soltanto che Prince l’ho inseguito per il mondo, che l’ho raggiunto con mia moglie (anche lei pazza di lui, inspiegabilmente per età e formazione) in un remoto bosco della Danimarca: e lì l’ho trovato meravigliosamente snob (non eseguì neanche uno dei suoi cavalli di battaglia). Che l’ho apprezzato anche per le sue trovate più commerciali (perché lo stile non è acqua).
Che mi mancherà come il caffè la mattina, quando hai gli occhi ancora chiusi e ti rifugi in una certezza antica, un riff in la maggiore, una frase nota in una bocca impastata, una voce amabilmente stridula, la chitarra che urla, buongiorno mondo ma che cazzo di buongiorno ti meriti se è sempre lo stesso mondo di merda? Buongiorno lo stesso. E buonanotte Prince Roger Nelson, un nome paradossalmente lungo per uno che a un certo punto ha scelto di far passare l’apocalisse sul suo stesso elemento anagrafico, con un’ambiguità ostentata come la maschera di Pulcinella.
Buonanotte all’uomo che rinnegò se stesso per darsi una libertà maggiore, quella di superare i confini di una popolarità che rischiava di omologarlo anziché esaltarlo.
Buonanotte al macho di un metro e cinquantotto centimetri, sul quale nessuno ha mai avuto il coraggio di ironizzare.
Buonanotte e vaffanculo, maledizione
Chi ci darà il risveglio domani?

Viaggio a New York – abbracci e baci

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Si sa, New York non è l’America. E viceversa. New York è New York, la città più incredibile. La città che rende il sonno inutile, che ha un traffico insopportabile ma anche un verde indimenticabile, che fuma dai tombini e profuma di pietanze di tutto il mondo. La città che ha il cielo più piccolo e l’orizzonte più grande. New York è un arcipelago di città che si fingono quartieri: provate a girarla a piedi e rimarrete colpiti da come tutto cambi vertiginosamente da un chilometro all’altro.
Una settimana non basta per capirla, ma è sufficiente per capire. Capire che a New York tutti cercano qualcosa, corrono verso qualcosa e, contrariamente a quel che verrebbe spontaneo pensare, si guardano intorno. Fate un esperimento: mettetevi una mappa della città in mano e assumete un espressione perplessa; contate sino a dieci e sicuramente qualcuno si fermerà per chiedervi se avete bisogno di aiuto. I newyorkesi sono gentili a modo loro, vi guidano se vi siete persi ma vi correggono bruscamente se sbagliate una pronuncia.
New York ha anche un altro primato, la metropolitana più incasinata che abbia mai visto. Alcune stazioni sono fatiscenti, in altre le indicazioni sono lacunose, in molte non ci sono tabelle orarie sul passaggio dei treni. Perdersi è facilissimo (e se ogni tanto accadesse non è detto che sarebbe un male…).
Per farla breve, di questa settimana nella Big Apple rimane la sensazione di essere stati fortunati. Col tempo soprattutto, giacché la città col sole è davvero una meraviglia. Se mai vi capiterà di vivere un’esperienza simile, trovate il tempo per fare l’unica cosa importante che non sta scritta sulle guide: prendete la persona amata (se non la avete procuratevela, fatti vostri) e andate a sdraiarvi a Central Park. Poi abbracciatevi sotto il sole. E baciatevi.

Viaggio a New York – Sleep No More

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È vero, bisogna raccontare poco di Sleep No More. Vi dirò che è un’incredibile produzione teatrale che si svolge su cinque piani di una costruzione degli anni ‘30 chiamata McKittrick Hotel, a Manhattan, e che è liberamente – molto liberamente – ispirata al Macbeth di Shakespeare. Della storia non c’è nulla da dire, perché ognuno ci trova la sua girando per le stanze buie, alcune delle quali quasi terrorizzanti, dell’edificio.
Sleep No More è una di quelle esperienze che, a seconda dello spettatore, della sua indole e delle sue attese, può essere strabiliante oppure deludente. Non c’è finestra, non c’è attimo di pausa, l’effetto speciale complessivo è avvolgente e coinvolgente.
Unico.
All’ingresso si lasciano telefoni, borse e cappotti, e si indossa una maschera bianca. Per tutta la durata della performance è vietato parlare: se serve qualcosa ci si rivolge al personale con la maschera nera. Gli unici a volto scoperto sono gli attori. Il richiamo più frequente è quello a Eyes Wide Shut, ma io che ho anche cenato in questo luogo ci ho visto qualcosa di un altro capolavoro di Kubrick: Shining (la foto che vedete sopra, scattata a cena prima di iniziare l’esplorazione, potrebbe essere intitolata “il mattino ha l’oro in bocca”).
Ognuno può scegliere l’itinerario che preferisce, seguendo un personaggio, oppure indagando tra labirinti e cunicoli, aprendo cassetti, cercando passaggi segreti e sfidando la genialità degli autori che disseminano lo sterminato percorso di indizi inquietanti. Ma attenzione, non è un luna park. È un non luogo che suscita domande.
Chi sei? Cosa ci fai lì? Cosa è accaduto in quelle stanze?
Io e mia moglie abbiamo fatto due itinerari diversi. Lei ha seguito alcuni attori/ballerini – tutti bellissimi e bravi – io invece sono andato contromano, visitando i luoghi dove apparentemente non succedeva nulla. Apparentemente.
Risultato: abbiamo visto due spettacoli molto diversi.
La grande illusione è che si tratti di una grande, collettiva, opera di improvvisazione. Ma è solo un’illusione, appunto. In realtà, le due ore e passa di rappresentazione sono frutto di una regia e di una scenografia geniali e precise.
Nulla accade per caso, neanche quando nulla accade.
È questa la magia di Sleep No More.

Viaggio a New York – aperitivo a Manhattan

fototopDopo la corsa, la bici. No, la nostra non è una vacanza estrema né ci stiamo preparando per il triathlon, solo che è interessante visitare una città con mezzi meno convenzionali. Se siete a Manhattan, affittate una bici a Battery Park e risalite l’Hudson lungo la ciclabile. Godrete di una vista unica: da un lato i grattacieli di Manhattan, dall’altro il fiume e in lontananza il profilo della città che vi osserva dalla sponda opposta. Poi risalita l’isola potete addentrarvi, come abbiamo fatto noi, in Central Park (di cui parlerò approfonditamente un’altra volta) e poi a Broadway: in città state molto attenti al traffico pesante che è un problema delle strade newyorkesi.
Importante: quando affittate le bici, se scegliete quelle del bike-sharing (opzione interessante perché non vi obbliga a tornare indietro per restituirle), tenete conto che il servizio prevede che ogni mezz’ora ci si fermi a una rastrelliera, altrimenti bisogna pagare una penale che a seconda del ritardo può diventare pesante.
A Chelsea un bel posto in cui prendere un aperitivo è The standard highline, un bar con vista panoramica e buona musica: andateci al tramonto e non pensate al conto. Per cena abbiamo provato il Buddakan, un ristorante di cucina fusion che sembra il set di un film di Stanley Kubrick. Nella penombra rischiarata dalle candele, mangerete bene a patto che non abbiate troppa fame e che siate disposti ad alzare la voce per chiacchierare (la musica è un po’ più di un sottofondo). Anche qui è bene non pensare al conto.
Per una serata alternativa potete scegliere di prendere un mezzo pubblico e andare al Barlays Center, per assistere a una partita di basket. Noi abbiamo visto i Brooklyn Nets contro i Toronto Raptors e più che l’incontro – l’NBA è sempre una garanzia di spettacolo per chi ama lo sport – ci ha colpiti il contorno, i riempitivi di tempo, lo spettacolo nello spettacolo. Ballerine scatenate, bambini acrobati, telecamere, effetti speciali. Insomma un incredibile e americanissimo evento a metà tra il super show e la festa paesana.

Viaggio a New York – provate a correre

running hudson New York è una città che non si visita distrattamente. Perché non perdona la superficialità del turista mordi e fuggi e si lascia dimenticare facilmente se non le concedi tutta la tua attenzione.
Parlo per esperienza: ero stato qui vent’anni fa per tre giorni e la avevo considerata solo una tappa del mio lungo viaggio di allora (una specie di coast to coast virtuale). Tornato in Italia, non mi era rimasto nulla della Big Apple.
Da ieri sono di nuovo a New York e la storia è ben diversa.
In poco più di 24 ore non ho assorbito il cambio di fuso orario, ma ho assorbito bene lo spirito di questa città. La visiteremo con calma, abbiamo sette giorni (il minimo per una realtà cosi composita e ricca di spunti).
Da vecchio runner, ho un metodo infallibile per prendere le misure a una città che non conosco: correre lungo le sue strade. Stamattina, approfittando del risveglio da panificatore causa rincoglionimento post jet lag, ho macinato una decina di chilometri lungo l’Hudson, da Soho (quartiere in cui alloggiamo) sino all’avvistamento della statua della Libertà. E nonostante la pioggerella costante, sono rimasto incantato dal lento risveglio della metropoli, dai battelli che riversano su Manhattan migliaia di pendolari in giacca e cravatta, dallo skyline che avevo visto in centinaia di film ma che dal vivo sembra messo lì, apposta per te scarpinatore insonne e anche un po’ eroico (data l’umidità pungente).
Poi, proprio per le condizioni meteo non troppo favorevoli, abbiamo anticipato la visita a sua maestà il Moma, di cui dire troppo è facile come dire nulla. Un museo come questo non si racconta, si onora. Basterebbe solo il contenuto di una sala per approntare un museo ex novo dalle nostre parti. Chiudo con un suggerimento: mentre siete in coda per fare il biglietto – c’è sempre un po’ di casino, ma le file si smaltiscono velocemente grazie alla buona organizzazione del personale – approfittatene per scaricare la app che vi farà da guida gratuita. È ben fatta e funziona a meraviglia grazie a un ottimo servizio di wi-fi.

La vera educazione? Quella per il sentimento

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In una bella intervista di Antonella Filippi, pubblicata oggi sul Giornale di Sicilia, il filosofo Umberto Galimberti traccia un percorso chiaro e sintetico del ruolo che i professori dovrebbero avere con i “nuovi giovani”, nativi digitali dalle idee confuse.

Esorterei i professori a usare meno il computer. A che serve? Gli studenti, nativi digitali, ne sanno più di chi dovrebbe insegnare loro l’informatica. Ai ragazzi internet fornisce, dopo anni di guerra al nozionismo, un’infinità di informazioni slegate tra loro, ma non regala senso critico, connessione dei dati e, quindi, conoscenza.
I maestri hanno il compito di sviluppare il senso critico e mettere in connessione i dati. Questi ragazzi bisogna educarli al sentimento per evitare l’analfabetismo emotivo: la base emotiva è fondamentale per distinguere tra bene e male, tra cosa è grave e cosa non lo è. E bisogna farli parlare in classe. Il linguaggio si è impoverito. Si stima che un ginnasiale, nel 1976, conoscesse 1600 parole, oggi non più di 500. Numeri che si legano alla diminuzione del pensiero, perché non si può pensare al di là delle parole che conosciamo. E la scuola è il luogo dove riattivare il pensiero.

E spiega una differenza di non poco conto tra intelligenza convergente e intelligenza divergente.

Una intelligenza convergente, che comporta il cercare la soluzione di un problema a partire da come il problema è stato impostato; invece l’intelligenza importante, quella cha fa andare avanti la storia, è divergente, e consiste nel risolvere il problema cambiando la sua stessa impostazione, capovolgendolo. Come, per esempio, ha fatto Copernico. In informatica devi trovare la soluzione secondo il programma informatico, altre possibilità non sono previste. Un metodo che svilisce l’intelligenza, trasformandola in esecutiva e non sviluppandone la parte creativa.

Riina, la famigghia e un po’ di noia

La statua del ''Cavallo morente '' di Francesco Messina, esposta all'ingresso della sede Rai di viale Mazzini a Roma, 18 luglio 2012. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

La polemica sull’intervista di Bruno Vespa al figlio di Totò Riina che ha scritto un libro sulla sua famigghia ha un presupposto giornalistico sbagliato. La grande questione è sulla liceità della messa in onda o meno, quando dovrebbe essere un altro il parametro sul quale tarare il sistema di garanzie democratiche: le domande.
Quando si mette in moto il sistema mediatico, infatti, la visibilità è assicurata, sia che si vada in onda sia che si vieti la messa in onda. Quindi – lo capisce anche un bambino – sarebbe assurdo adesso bloccare la diffusione dell’intervista, perché si otterrebbe l’effetto opposto a quello desiderato.
Invece c’è un solo modo per dare corpo alla verità, per presentare un evento e collocarlo nella giusta dimensione. Affrontarlo con professionalità.
Con le domande giuste un fenomeno si crea o si distrugge. Con le domande giuste la ragione trionfa sempre. Con le domande giuste si risparmia anche un sacco di tempo e si evitano polemiche sterili e anche un po’ noiose.

Studia matematica, ma comprati un violino

C’è una canzone di Eugenio Finardi, datata 1977, che è il vero manifesto della buona scuola, quella degli studenti motivati, delle inclinazioni assecondate, dell’apertura mentale. Io la conosco a memoria perché in quegli anni ero un liceale complicato e irrequieto. La ascoltai sino a inciderla nell’anima.
E oggi, pur da adulto complicato e irrequieto, la mia anima ringrazia.

 

L’atroce assassinio del tempo libero

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Avvertenza: probabilmente le considerazioni che seguono le avrete fatte prima di me milioni di volte.
Giustificazione: io provo a metterle in rapida concatenazione in modo da fare una sintesi che, chissà mai, potrebbe essere persino utile.
Argomento: nuove tecnologie.
Ambito: la nostra vita sociale.
Categoria: solite cose che non dovrebbero essere le solite cose.

Da quando i telefoni non sono più telefoni, i computer non stanno più soltanto nella scrivania dell’ufficio, e le informazioni non vengono più da mezzi certificati, la nostra vita, anzi la nostra esistenza, è irrimediabilmente stravolta.
Se pensate a come eravamo dieci anni fa – non dico venti e figuriamoci trenta, ma dieci – avete tutti i motivi per ritenere di essere stati catapultati in un pianeta diverso.
Non mi dilungo negli esempi che animano catene di solidarietà nostalgica sui social (tipo: “Come eravamo”, o “Hai quarant’anni se…”, o “Sei un perfetto cinquantenne?”), ma vado al sodo. Segue »

La sveltina su Facebook

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L’Italia sarebbe un Paese migliore se ognuno facesse SOLO quello che sa fare. E null’altro.

Ho scritto questa frase sui social e qui voglio spiegare meglio, avendo qualche riga in più a disposizione.
Per convergenza astrale, in seguito alle rivoluzioni economiche e alle conseguenti evoluzioni del mercato del lavoro, abbiamo tutti imparato a lavorare in modo diverso. Nel mio piccolo mi ero portato avanti e avevo cambiato regime, non senza correre rischi, qualche anno prima dei capovolgimenti della New Economy, ma questo non è importante. Importante è invece l’effetto che la crisi ha avuto su una fetta del mondo produttivo. Improvvisazione, mancanza di concentrazione, dilettantismo dilagante: molti si sono reinventati qualcun altro o qualcos’altro senza pensare che era il proprio talento quello che dovevano mettere a buon frutto. Non dovevano far altro che assecondare un’inclinazione. E invece hanno assecondato l’onanismo da tastiera. Il web infatti, a parte i grandi meriti di cui sappiamo, è stato anche un catalizzatore organico di cazzate.
Pensiero diffuso: siccome su internet io posso avere la stessa visibilità di Barak Obama (digito ergo sum) perché non devo parlare come Barak Obama? Da lì, il baratro. Segue »