Ero sulla palla, non c’era fallo

calcio anni settanta

Da un’impolverata cassetta di vecchie foto, l’altro giorno, è saltata fuori quest’immagine.

Estate 1978, finale incandescente dell’annuale partita padri contro figli, intervento del sottoscritto (terzino destro) su un avversario (Vittorio Mistretta, centrocampista, papà di tre miei amici d’infanzia e, soprattutto, organizzatore e sponsor dell’evento), dure contestazioni (era fallo? ovviamente no) e alla fine la partita finisce in parità. Questa foto per quei padri e quei figli è sempre stata un simbolo generazionale. Il ragazzino che fa lo sgambetto all’adulto, l’allegro cinismo dello sport, ostacolo superato e via al prossimo dribbling: ingredienti di cui sono fatti i bei ricordi che ci rimandano alle semplici avventure domestiche di quegli anni. Tutto era più facile senza arnesi elettronici che ci facilitavano la vita, tutto era più immediato senza distrazioni artificiali. Si giocava e nel mentre non si faceva altro, pensate un po’.
La partita padri contro figli era un evento che si aspettava per un anno. Ci si preparava a lungo, rimaneggiando le formazioni, imbastendo strategie che non conoscevano regolamenti (una volta i padri si ritrovarono in 13 a giocare contemporaneamente), coltivando il gusto irresistibile per la risata fragorosa. Finiva sempre alla stessa maniera: tutti in pizzeria, mai meno di una sessantina dato che ogni giocatore aveva il suo pubblico di amici e parenti. Sudati e alcuni anche sanguinanti (i campetti da calcio a quei tempi non conoscevano erba) ci si strafogava sino a tarda notte di pizza, coca cola e commenti sulla partita. Era il nostro terzo tempo, e volevamo che non finisse mai.

La scorsa settimana ho incontrato il signore di questa foto, oggi è un arzillo anziano dallo sguardo vispo e il sorriso perenne. Non ci vedevamo da decenni. La prima cosa che mi ha chiesto è stata: ma quella foto del fallaccio ce l’hai ancora?
Certo Vittorio, eccola. Ero sulla palla, non c’era fallo.

Perché il traffico a Palermo non è un’emergenza

traffico

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

E’ inutile parlare di emergenza. A Palermo il traffico è tutto fuorché emergenza. Chi (fa e) legge i giornali conosce bene l’argomento: fatto l’ingorgo, trovato l’inganno. Nel senso che a ogni coda, incolonnamento, fila di bestemmianti inscatolati, c’è sempre uno che si alza e s’inventa urbanista: più parcheggi, meno strisce blu, più mezzi pubblici, meno isole pedonali, più gambe, meno ruote, più lavoro, meno lavori. E’ così da sempre. (…)
Ecco perché il caos di questi giorni, in una Palermo paralizzata dai lavori in corso, ha la leggendarietà dell’ordinario senza aver diritto a essere iscritto nello sterminato albo delle emergenze. Perché le emergenze sono circostanze impreviste e qui d’imprevisto c’è solo il lampo di genio di qualcuno che s’intesti una campagna di educazione alle novità. Lesson number one: non è vero che il cambiamento migliore è quello che devono affrontare gli altri.
Non è provato che esista una classe politica a prova di traffico, è provato invece che esiste una cittadinanza che può cambiare le cose con semplici gesti. Smetterla con l’alibi del parcheggio fantasma, per cui siccome non c’è dove posteggiare bisogna portarsi l’auto dovunque. Usare, come nel resto del mondo le auto condivise (ormai ci sono pure le app per gli smartphone). Ammettere che se gli autobus vanno a rilento, la colpa è degli automobilisti che invadono le corsie preferenziali. E soprattutto ricordarsi che, in certi casi, usare le gambe è un buon modo per usare la testa.

E volano felici e contenti

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Per colpa di una doccia

docciaIo me lo ricordo quando sono invecchiato. Era mattina e stavo facendo la doccia. Mi insaponavo e come al solito facevo una piccola contorsione, quasi rituale, per raggiungere ogni centimetro quadrato del mio corpo (pignolerie da Doc). Quel giorno, per la prima volta nella mia vita, fui costretto ad appoggiarmi per compiere il movimento. Un appoggio leggerissimo, un soffio di equilibrio, eppure cruciale per gli anni a seguire.
Non ero più giovane. Di colpo.
Non so se per voi è stato così, ma per me è stata una virata rapidissima. Da allora molte cose sono cambiate, nonostante mi ostini ad aggrapparmi a certe abitudini (sportive innanzitutto). Guardo il mondo da un’altra prospettiva, che non significa maturare pessimismo, anzi. Osservo molto di più i giovani e cerco di immedesimarmi in loro quando vorrei criticarli. Rispetto di più gli anziani e mi innervosisco di meno davanti alle loro esitazioni.
Oltre a leggere, adesso rileggo molto. E non è nostalgia, ma recupero di quei dettagli che nella foga mi ero perso.
Il problema è che non riesco ancora a essere particolarmente clemente con me stesso quando mi accorgo di non avere più la falcata di una volta, quando mi scopro ad apprezzare più la lentezza che la velocità, quando mi rendo conto che tutto decade tranne i difetti.
Provo disperatamente ad allargare i cordoni della pazienza sapendo che ne chiedo sempre di più.
Tutto questo per colpa di una doccia.

Amanda, Raffaele e il circo del web

raffaele e amandaC’è un vento di scandalo che cresce dopo l’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito per l’omicidio di Meredith Kercher. A soffiare sono i soliti intellettuali da social, digitatori abusivi di opinioni che hanno tutto da dire su tutto, anche se si tratta di argomenti a loro ignoti, e anzi meno ne sanno più si slogano i polpastrelli in tesi acrobatiche.

L’ultimo esercizio d’improvvisazione logica (più improvvisazione che logica) verte attorno al seguente argomento esclamativo: poveri Amanda e Raffaele, innocenti massacrati ingiustamente per otto anni da una giustizia ingiusta!

A parte la lunghezza del processo, che è il vero scandalo di questo Paese e che non riguarda solo i due ragazzi in questione, è fondamentale tenere a mente che il caso era particolarmente complesso e che si trattava di un procedimento a carattere indiziario. E gli indizi vanno pesati e vagliati attraverso tutti i gradi di giudizio che, ricordiamocelo, sono una garanzia di giustizia poiché impongono un vaglio completo e ripetuto di tutti gli elementi utili per giungere a una sentenza definitiva. Nel caso dell’omicidio della povera Meredith, ci sono voluti cinque processi per stabilire che il quadro accusatorio “non è sorretto da indizi sufficienti”, che comunque giustificavano un’attenta valutazione perché non si trattava di bruscolini, ma di sangue e violenza cieca. Qual era l’alternativa invocata dai tuttologi dei social? La sentenza che piace è più giusta di quella che non piace? Ci si può sostituire ai giudici senza sapere un tubo solo per il gusto di inventarsi un’opinione prêt-à-porter?

Se Amanda e Raffaele sono per la giustizia italiana non colpevoli, non è detto che siano stati accusati ingiustamente. C’era più di un sospetto, gli inquirenti non li hanno deportati in un’aula di giustizia perché non avevano nulla da fare, ma perché i due erano sulla scena del delitto e il loro comportamento induceva a pensar male. Il resto sono chiacchiere in libertà vigilata.

La città ostaggio

Fuga da New York

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

In “1997 Fuga da New York” si narra di un’intera città diventata carcere, dilaniata al suo interno da una violenta anarchia che tiene a distanza persino le forze dell’ordine: solo un galeotto senza scrupoli e nerboruto come Jena Plissken riuscirà a penetrare all’interno di quella terra di nessuno, a compiere la sua missione e a riportare a casa la dura scorza. Nella Palermo del 2014 la situazione, al netto degli effetti speciali cinematografici, è analoga, con abitanti del centro ostaggio di abusivi e baby gang, e vigili urbani che si rifiutano pubblicamente di addentrarsi in alcune strade per paura di essere presi a mazzate. Al momento manca solo un erede di Ken Russel, probabilmente perché fanno più paura le bottigliate della movida che le pallottole degli scagnozzi del “Duca” Isaac Hayes, ma non è questo il problema giacché, non essendo un film, qui non servono atti di eroismo a buon mercato. Quel che invece serve è un enorme tasto di reset da schiacciare col ditone della democrazia. Le regole, i ruoli, le garanzie, i doveri sparsi e mescolati come le tessere di un puzzle, vanno recuperati e soprattutto contati: il vero problema è infatti che qualcosa si è perso in un trambusto sociale in cui persino il tempo libero dei nottambuli diventa un’emergenza di pubblica sicurezza (…). E non occorrono poteri speciali o mezzi più moderni, ma un rigore antico che non tralasci violazione. Non invochiamo più vigili, censiamo le coscienze vigili. Solo così capiremo se la Palermo da salvare vuole essere davvero salvata.

Il delitto di abitudine

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Esiste il delitto di abitudine? Sì ed è una sorta di crimine sociale che comporta l’azzeramento degli anticorpi per le ingiustizie, l’annullamento della capacità di indignazione.
Prendete quello che sta accadendo a Palermo nell’area tra via Roma, piazza San Domenico, la Cala e il mercato della Vucciria (…). C’è un ristorante che si chiama Santandrea i cui titolari non pagano il pizzo e non si piegano alle regole violente del quartiere. Un quartiere dove, tanto per dire, in passato i commercianti si sono alleati con i posteggiatori abusivi e per opporsi all’isola pedonale di piazza San Domenico hanno pensato bene di prendere a mazzate panchine e vasi del Comune: insomma gente pratica che non perde tempo in quisquilie democratiche.
Da tempo il Santandrea è vittima di attentati: attak nei lucchetti, danneggiamenti, persino il fuoco davanti alla porta d’ingresso coi clienti che scappano scortati dalla polizia. Roba da film, mica da città europea.
Ora i proprietari hanno deciso di mollare e di andarsene senza che nessuno si sia preoccupato di trattenerli, incoraggiarli, tendergli una mano (possibilmente disarmata). Perché? Perché non fanno parte di nessuna consorteria politica alla moda. O perché la grancassa dell’antimafia si è sfondata, dopo essere stata suonata con sgraziata imperizia. O ancora perché questi poveri ristoratori si sono limitati a resistere con compostezza: non paghiamo i mafiosi, grazie e scusate. Ecco, forse è proprio questa serena normalità che li ha fregati, lasciando che fossero travolti da una nuova strisciante emergenza: l’innalzamento dell’indice di distrazione comune.

Aggiornamento letterario

Amoroso scrittrice

Coito ergo sum

olgettine

“Per queste ragioni sono obbligato a sospendere da gennaio ogni mio contributo”.

E’ questa l’unica frase che le Olgettine avranno capito della grottesca lettera che un Berlusconi in piena crisi di identità ha mandato loro per dire che non poteva più stipendiarle. Nell’esilarante inadeguatezza di quest’uomo – inadeguato come leader di governo, di partito, di famiglia, persino come condannato – c’è spazio per un’imbarazzante astrazione dalla realtà che lo rende ridicolo anche nelle occasioni più ordinarie. Come quando scrive una lettera, ad esempio. Nel suo comunicato a Marystelle Polanco, Iris Berardi e a diverse altre intellettuali con le quali imbastiva discussioni colte nelle famose cene eleganti, Berlusconi infatti si lancia, col monocorde linguaggio forzitalioto che fece la sua fortuna, in perigliose trattazioni dello stato della giustizia italiana preda di una “magistratura militante che fa un uso politico della giustizia per eliminare l’unico ostacolo che si è opposto e che si oppone alla definitiva presa del potere da parte della sinistra (della sinistra non parla più nemmeno la sinistra, lui invece persevera ndr)” e ragguaglia le signorine sul suo ricorso “alla Corte Europea di Strasburgo per correggere l’assurda e l’indegna sentenza del primo agosto (Mediaset Cassazione)”. Tutto ciò dopo un’omelia sul suo altruismo e sulla sua generosità dai quali scaturiscono quei benedetti assegni da 2.500 euro al mese versati alle succitate Olgettine. Ora, ve l’immaginate la ribollente passione civile di Barbara Faggioli nel leggere queste righe? O il baluginare dell’impeto politico di Barbara Guerra nel pesare le parole del vate di Arcore?

La torre d’avorio dei privilegi

torre d'avorioUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Si dicono pronti alle barricate. E non è certo in strada o in ufficio che si blinderanno, che resisteranno, ma in una torre d’avorio. Il luogo dell’elitarismo economico, del privilegio ingiusto e ingiustificato è sempre la Regione, ma stavolta non sono gli onorevoli deputati a opporsi al cambiamento che da quelle parti chiamano vessazione e nel resto del mondo è definito equiparazione. La battaglia, che si annuncia sanguinosa, è condotta dai dipendenti regionali di vecchia data, quelli assunti prima del 1986 (gli altri sono incolpevoli spettatori), e da una compagine sindacale che è infarcita – guarda un po’ – di regionali con quella cruciale anzianità. Nella Finanziaria crocettiana sono previsti, tra le altre cose, il loro allineamento al trattamento pensionistico degli statali e una sforbiciatina alle ore di permesso sindacale: insomma un po’ più di uguaglianza rispetto al resto d’Italia (…). Ma i barricaderi non ci stanno a cedere di un millimetro e snobbano persino la circostanza che l’odiata finanziaria regionale in realtà gli regala un’uscita di sicurezza in più per la pensione. Quindi via a sit-in, occupazioni e cortei. Con un’argomentazione geniale: “Se i tagli risolvessero i problemi della Sicilia, li accetteremmo”. Traduzione: o un taglio è drastico o non lo si fa. Traduzione della traduzione: per un certo sindacato la migliore soluzione di un problema è additare un problema più grande.

Il coraggio perduto del barbiere che si fece presidente

BarbiereUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Se il barbiere è un tale che usa arnesi taglienti con l’abilità di un chirurgo, che ti fa domande come uno psicologo e che ti dà dritte come un agente dei servizi segreti, Nunzio Reina è ed è stato l’uomo giusto al posto giusto. E non è la poltrona di presidente di Confartigianato Palermo il simbolo del suo potere, ma le sedie girevoli del suo locale, il New Man di via XX Settembre. Lì, Reina ha tagliato, ammorbidito, ripulito: e che fossero capelli o guance poco importa, comunque di capocce e capoccioni si è occupato. Segue »

La regola del viceversa secondo Ingroia

Antonio Ingroia

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Piovono sciocchezze sulla testa del povero Antonio Ingroia, ex magistrato, ex candidato a premier, ex formatore di pattuglie anti-narcos, ex leader di Rivoluzione Civile, ex presidente di Riscossione Sicilia, ex commissario della Provincia di Trapani, attualmente amministratore unico di Sicilia e-Servizi. Proprio in questa ultima veste, il gip Lorenzo Matassa ha ordinato alla procura di Palermo di indagarlo per abuso in atti d’ufficio. La vicenda giudiziaria è complessa e sarebbe poco avvincente se Ingroia, pur avvertendo il suo pubblico di aver “cose più serie a cui pensare”, non si fosse esibito in un’argomentazione che costituisce il pilastro di un inscalfibile sistema assiomatico: indagare me è una sciocchezza colossale. (…)
Insomma dovevano passare alla santificazione, ma al momento si sono fermati al martirio. Succede quando si è incompresi, quando la memoria la si invoca e non la si esercita, quando si dimentica che la modestia è in fondo una forma raffinata di vanità. Il mistero della parabola di Antonio Ingroia, da coraggioso pm e simpatico discettatore televisivo a modesto leader politico e appassionato protagonista della fanta-rivoluzione Crocettiana, è tuttora insoluto. L’unica certezza è che l’ex magistrato conosce talmente bene la legge da ritenere possibile che ci debba essere per forza un viceversa.

Sottile strategia pubblicitaria

proteggi slip

Pubblicità di un proteggi-slip. Il creativo era fatto di crack.

Così è se vi pare, ma poi arrivano i carabinieri

Fuochi di CaroniaUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Non c’era lo zampino degli extraterrestri, né il tocco burlone di madre natura, ma la mano fraudolenta dell’uomo. Non c’era l’imprevedibile, ma il premeditato. I fuochi inspiegabili di Canneto di Caronia che avevano attirato scienziati, politici, militari, scrittori, esorcisti, ufologi, erano in realtà spiegabilissimi come l’avidità umana: qualcuno appiccava le fiamme per avere i soldi dei risarcimenti legati a un auspicato stato di calamità.
Nulla è come appare, soprattutto in Sicilia dove pare obbligo sociale incantarsi al primo sguardo. A Canneto di Caronia ci sono voluti i carabinieri per riavvolgere il nastro della storia e spiegare che, in fondo, le apparenze ingannano chi vuol farsi ingannare. (…) E stiamo bene attenti a non ripescare, come spesso accade in simili frangenti, la tiritera del relativismo o dell’inconoscibilità del reale che ha acceso l’arte di un premio Nobel siciliano, ché qui quel che alla fine conta veramente non è la chiamata in causa di Luigi Pirandello, ma l’eventuale chiamata di correità di Roberto Helg.
Anche per il presidente della Camera di Commercio di Palermo il tram della credibilità si è bloccato alla fermata dell’apparenza, e anche in questo caso il nodo di una verità che c’è ma non si vede è stato sciolto dai carabinieri. A Caronia come a Palermo gli indizi che c’erano, erano nascosti così così. O forse siamo noi che non abbiamo le lenti giuste per guardare questa nostra regione di panzane, di scie chimiche, di persone giuste messe al posto sbagliato e viceversa, di parvenus dell’imprenditoria, di relazioni trasversali e di lestofanti della porta accanto. Così è se vi pare, fin quando non se ne accorgono i carabinieri.

E’ più grave stringere la cinghia o la cravatta?

Renato Accorinti

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Il sindaco di Messina Renato Accorinti lasciato fuori da Palazzo dei Normanni perché non ha la cravatta. Non ci poteva essere occasione migliore per raccontare in una sola immagine la capacità di adesione alla realtà di un’istituzione come l’Ars. (…) In una Regione che ha costruito sui formalismi ingiustizie quotidiane e disparità eterne, in una terra in cui l’abito non fa il monaco ma gli rende la vita più semplice, l’Ars si concede ancora l’ebrezza di ricordare al volgo che l’istituzione è sacra e che merita rispetto: se non hai la cravatta, pussa via pezzente. Questione di regole, del resto è risaputo che dalle nostre parti la tradizione ha il suo punto debole a nord della gola, in quanto si sostenta più di colletti inamidati che di facce pulite. E non saranno gli scandalucci dei vitalizi infiniti, dell’assoluta inoperosità di un’intera classe politica, dell’imbattibile primato per stipendi consulenze e indennità pubblici, dell’infinito inanellarsi di promesse zoppe, a rendere meno cruciale l’immagine del sindaco Accorinti che espone il collo come se mostrasse il cuore: qui, colpite qui. L’istituzione non ammette eccezioni perché altrimenti quell’immagine svanirebbe e con lei cadrebbe anche l’ultimo motivo per inventarsi una fiducia in certe regole iperuraniche. Quindi lasciamo le cose così: il sindaco fuori, gli onorevoli incravattati dentro, il mondo esterrefatto intorno. E se proprio dobbiamo fare una rivoluzione cambiamo accessorio d’abbigliamento: ad esempio è più grave stringere la cinghia che la cravatta.