A futura memoria

Stefano Cucchi

Chi
Uccide
Con
Complici
Ha
Immunità

Dare dell’idiota a chi lo è

boschi

Riservato a chi odia perdere tempo

time

Odio perdere tempo. E’ un sentimento, questo dell’irritazione crescente per il tempo sprecato, che è venuto fuori soprattutto negli ultimi anni. Probabilmente perché intorno ai cinquanta inizia un conto alla rovescia e allora si guarda alle cose con più attenzione.
Ho imparato che la perdita di tempo è sempre in agguato e non ha nulla a che fare con l’ozio, che invece è un modo affascinante di usare il tempo senza agguantarlo. E soprattutto mi sono accorto che è un nemico dai mille travestimenti.

Eccone qualcuno.

Una cena con cibo scadente: meglio un panino e una birra, e tempo in più per un’altra birra…

Una partita di calcio noiosa: meglio un libro.

Un libro noioso: meglio una partita di calcio noiosa.

La ramanzina di un capo che non stimate: e lì l’antidoto si chiama incoscienza.

La ricerca spasmodica del consenso: nell’inutile attesa di un applauso i minuti possono pesare quanto ore, mesi, anni…

Svegliarsi presto la mattina se siete di malumore: senza l’oro in bocca, il mattino rischia di esporre altri orifizi meno interessanti.

Andare a letto presto se siete di buonumore: il sonno è una perdita di tempo quando si ha voglia di fare altro.

Cercare di riparare qualcosa che si è rotto per la seconda volta: in certi casi il bricolage è una pericolosa forma di onanismo.

Una lite coniugale quando non evolve verso la separazione definitiva: tanto inutile quanto nociva.

Un programma di Maria De Filippi: uno qualsiasi.

Un dubbio su True Detective, anzi due

true-detective-poster-16x9-1A bocce ferme e condividendo gran parte delle lodi a una serie come True Detective, è giusto che vi metta al corrente di un paio di perplessità sulla bella serie tv di Nic Pizzolatto. Senza nulla togliere a chi ancora non ha visto le ultime puntate (l’on demand consente ormai notevoli dilazioni di godimento televisivo), tutta l’architettura del finale si regge su due elementi fisici dell’assassino che convincono poco: le grandi cicatrici sul volto e le orecchie verdi evidenziate in un disegno che lo raffigurerebbe.
In generale la ricerca di una persona con quell’evidenza di cicatrici non è impossibile, quindi come elemento cinematografico mi pare deboluccio. Come può passare inosservato alla popolazione un tizio con una faccia devastata? Questo tipo di escamotage narrativo non regge neanche per un’ora, figuriamoci per otto episodi. Ma la vera debolezza è nell’indizio “orecchie verdi”. E qui parlo a chi ha visto tutta la serie: avete mai visto un imbianchino che si sporca le orecchie (tutt’e due) di vernice? Capisco le mani, la faccia, ma le orecchie… E’ come cercare di incastrare un cuoco assassino per l’impronta lasciata nel purè.
Insomma, True Detective è un bell’esempio di serie tv recitata, di grande prova attoriale (come si diceva una volta): Matthew McConaughey e Woody Harrelson sono due giganti. Sulla sceneggiatura tuttavia ho qualche riserva.
Comunque ne riparleremo al termine della seconda stagione.

Bracciate a vuoto

A proposito di libri brutti, segnalo “Il nuotatore” di Joakim Zander (Bompiani), scritto male e tradotto peggio.

 

Avvistatori di verità cercansi (e Bradlee è morto)

ben bradlee

La morte di Benjamin Bradlee, mitico direttore del Washington Post ai tempi dello scoop del Watergate, offre uno spunto di riflessione molto attuale, al di là della monumentale professionalità del giornalista scomparso.
Il coraggio di inseguire la verità, anzi le verità (Bradlee le indicava giustamente al plurale per mettere in guardia dalla verità singolare, quella rivelata) non è garantito da nessun contratto di lavoro. Molti giornali italiani, non tutti ovviamente, sono stati guidati negli ultimi trent’anni da professionisti del compromesso, slalomisti delle responsabilità, maestri di sopravvivenza in una giungla di codardie. Nel mio minuscolo ne ho conosciuto qualcuno e anche per questo ho scelto di cambiare strada, non perché fossi più coraggioso, ma perché le piccolezze del cerchiobottismo mi annoiano. I migliori professionisti che ho incontrato in questo mestiere sono quelli che la libertà ancor prima di pretenderla, l’hanno data: solo chi è libero, infatti, può assumersi la responsabilità di raccontare. E di divertirsi di conseguenza. Il resto – mestieranti improvvisati, cloni tecnologici di scribacchini, reucci del signorsì o semplici ignoranti dalle parentele giuste – sono comparse in un film che non sarà mai proiettato.
Bradlee insegnò che si poteva essere amici dei potenti e combatterli comunque, poiché non è mai il ruolo politico che si giudica ma il modo di interpretarlo. In un’Italia in cui la lotta al potere è diventata senza quartiere e senza ragioni – il potere in sé non è pernicioso, come non lo è il denaro pulito – un giornalismo illuminato, attento alle responsabilità singole (anche di chi le recensisce) sarebbe fonte di speranza.
Invece vige la regola dell’ammasso: spalare, mettere in pagina e non domandare. Restano in auge direttori che non conoscono la differenza tra un computer e una linotype (perché non sanno nulla né del primo né della seconda), che pensano ancora di dover istruire il lettore, che tra la parola ascoltata e quella riferita scelgono quella più comoda, che dormono serenamente mentre il giornale non è ancora andato in stampa, che non conoscono il nome dei loro cronisti, che non sanno chiedere aiuto a chi ne sa più di loro.
E allora come si inseguono le verità se non si ha nemmeno la voglia di avvistarle?

Ciaooo

surgelatiLa promozione sensazionale è che, alla fine, uno paga solo ciò che acquista.

Visto su Facebook.

Portate un caffè all’amico

Lilli_Carati morta

Appena ho saputo che Lilli Carati era morta ho inviato un sms a un amico. Nel frattempo un altro amico mi cercava al telefono di casa, ma io ero impegnato a scrivere una mail a un altro amico e a rispondere all’sms di un altro amico ancora.
Lilli Carati, pace all’anima sua, per un ristretto gruppo di attuali cinquantenni, ex giovani degli anni ’80, è un catalizzatore di ricordi. Anzi per noi di un ricordo preciso.
Cinema Embassy, sala A, (come mi ricorda il caro Totò) dicembre ’88. In fuga da una dura giornata di lavoro al giornale, io e un manipolo di scapestrati colleghi decidiamo di concederci un eccesso che a quei tempi era molto in voga. Niente droghe, né alcol, né abusi alimentari. Pizza, birra e gran casino al cinema a luci rosse. Lo facevamo un paio di volte al mese. La gita al cinema hard core – di solito guidata da un altro mio amico, Ciccio, che conosceva personalmente persino le maschere e il bigliettaio – era un classico della serata da mal di pancia. Mal di pancia dalle risate, si intende.
In quella sera di dicembre dell’88 eravamo una decina. Ultimo spettacolo, tutto esaurito ad eccezione di qualche posto in prima e seconda fila. Il film era l’esordio di Lilli Carati nel mondo dell’hard. Titolo: “Una moglie particolarmente infedele”. Trama: una moglie particolarmente infedele fa la moglie particolarmente infedele.
Prendemmo posto in una sala in cui non si assisteva a una proiezione, ma si faceva il tifo come all’ippodromo: dai, forza, veloce! Appena c’era un accenno di dialogo tra gli attori, la platea rumoreggiava: “E che siamo venuti qui per sentirvi parlare?”.
A un certo punto, mentre la Carati, sempre pace all’anima sua, offriva una prospettiva di sé ostentatamente inedita rispetto alla sua filmografia, dalla fila dietro la nostra (la terza) crebbe un rumore. Forte e sempre più forte. Era un tale che, stremato dal lavoro o molto più probabilmente dal “dopolavoro” da cinefilo, si era addormentato e russava come un disperato.
Sul grande schermo passarono scene più trash che hard, un porno becero ed esilarante accese mille battute che avremmo ripetuto per anni. L’audio al minimo e l’aria irrespirabile di mille sigarette rendeva l’atmosfera lunare. Lilli passava da un amplesso all’altro senza sorridere, un lavoro come un altro, forse più faticoso di un altro, o magari noioso. Che ne sapevamo noi che ridevamo felici, felici di una gioventù analogica, vera, di relazione?
Lilli Carati, pace all’anima sua, era una moglie particolarmente infedele nella nostra serata particolarmente esilarante. Anche perché sul finire del film, quando un tripudio di amplessi disegnò sullo schermo geometrie per quei tempi ardite, il tale che russava si risvegliò con un grugnito da surround, drizzandosi sulla poltrona come Linda Blair ne “L’esorcista”.
Dal fondo della sala, una voce: “E portate un caffè all’amico!”.

Tutti noi, reduci della sala A dell’Embassy di Palermo, ridiamo ancora.

Le maschere dell’onorevole saltafosso

cambiovita

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Non è una questione di coerenza, ma di aria che tira. Nello Dipasquale, già sindaco di centrodestra a Ragusa, già deputato regionale per il Megafono e già un migliaio di altre cose, vuole entrare nella grande famiglia del Pd nonostante quel partito gli faccia schifo. Disse proprio così nel 2012 sgolandosi in una pubblica maledizione: “Il Pd fa schifo. È un pugno di pagliacci”. Ora ha chiesto la tessera ai democratici e tenuto conto della propensione all’autolesionismo della sinistra, probabilmente la otterrà presto.
La coerenza non c’entra (…): perché per quella ci vogliono idee da difendere e qui le idee se le porta il vento che soffia e soffia. Nello Dipasquale, che nella sua carriera partitica ha macinato chilometri di retromarce e inversioni a U, è sensibile alla meteorologia. Le uniche correnti che gli destano interesse non sono quelle politiche, ma quelle d’aria. Insomma un onorevole che non si piega, ma tutt’al più sventola. Nel suo universo parallelo – un mondo felice dove tutto è possibile se solo si ha una faccia di ricambio – quando il momento è difficile, non c’è mai un giunco paziente sotto la piena, ma una bella bandiera che gira mentre il vento le fischia intorno. Che sia ponente o supponente, che sia scirocco o tarocco, Dipasquale è forte di una concezione della politica che non prevede memoria, ma solo una fila di attimi fuggenti(…).
Resta il mistero dei suoi elettori, che non sono pochi. Come fa il retromarcista Dipasquale a convincerli di volta in volta che la strada buona è quella che non ha imboccato? Come riesce a non far deragliare, tra mille curve, queste vagonate di consensi?
Chissà. Forse la risposta è scritta nel vento che soffia e soffia.

Gasparri, Twitter e la nudità democratica

Uno dei (pochi) vantaggi dei social network è quello che chiamo nudità democratica. Preso un essere umano dotato di dita e tastiera, gli si dà la possibilità di dire la sua su ogni questione, di interagire con ogni altro suo simile e di farlo (o poterlo fare) in qualsiasi ora e contesto. E soprattutto senza filtro.
Questo meccanismo innesca una reazione a catena che è tanto più dirompente quanto il solco tra i colloquianti è ampio. Tipo: due lumpen che si scazzano tra di loro dà noia persino al più onanista del social fighting. Stesso effetto tra due calciatori (spesso omologabili ai lumpen per ricchezza di argomentazioni e finezza verbale). Ma se mettete un parlamentare, tipo il vicepresidente del Senato Gasparri, e la fan di un rapper tipo Fedez, il gioco è fatto.
Il social denuda democraticamente il potente che altrimenti resterebbe coperto da una coltre di addetti stampa, portavoce, consiglieri e consigliori. Niente filtro e cazzi suoi.
Chi è causa del suo tweet pianga se stesso.

No, non presentavo un nuovo modello di iPhone

Foto di Rosellina Garbo ©

Foto di Rosellina Garbo ©

Ieri ho avuto modo di apprezzare un’iniziativa dei Cantieri culturali della Zisa, i “Romanzi di Palermo”. In due reading una quarantina di scrittori hanno raccontato la città, non come la vorrebbero ma come l’hanno sognata, riassunta, odiata, ridisegnata. Per chi si è perso questa manifestazione, spero che gli organizzatori mettano online il materiale (c’erano un paio di telecamere), o che, meglio, decidano di replicare con nuovi racconti.
Comunque bravi: organizzatori e pubblico numeroso.

 

Un vaffanculo ci seppellirà

Beppe Grillo a Genova

Alluvione di Genova. Grillo va tra gli spalatori di fango e lo contestano perché ci va. Se non ci fosse andato lo avrebbero contestato perché non c’era. In ogni caso un politico, oggi, è contestabile qualunque cosa faccia e questo la dice lunga sul muro di qualunquismo che, come una grottesca barriera di autodifesa, circonda ogni capannello, ogni manipolo di lavoranti, ogni adunata organizzata di cittadini disorganizzati, ogni pulpito sociale, ogni punto di raccolta di menti attive. La contestazione fanculista, che è il cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle, è in realtà l’arma brandita da qualsiasi non-politico insoddisfatto della politica che si è rifiutato di fare (e che quindi ha subito). Non esistono più le argomentazioni, i pallosissimi distinguo, le mozioni d’ordine, no. Esiste un vaffanculo generalizzato che non sente ragioni e che probabilmente non ne porterà una, una sola sulla soglia di un dialogo che sia (anche lontanamente) costruttivo.
Dopodiché alla democrazia malata non resterà che sperare nell’eutanasia.

Dove stimiamo di atterrare tra circa mezz’ora

Itavia Ustica 1980

Sono molto sensibile, per questioni personali e professionali, alle notizie sulla strage di Ustica del 1980 (anche se – ripeto – con Ustica quell’omicidio di massa non ha nulla a che fare). Le ultime parole del pilota, che ho ascoltato per la prima volta oggi, mi danno l’idea di una tragedia ancora più grande: il colpo alle spalle, il tradimento, la menzogna di massa, roba da lama islamica e invece no, questione dietro l’angolo, casa nostra, insopportabile merda istituzionale. Ogni volta che leggo qualcosa sull’abbattimento di quel Dc9 dell’Itavia, sono catturato da un senso di inaudita impotenza che genera in me sussulti qualunquisti tipo: ma se Sabina Guzzanti invece di sparare cazzate atomiche su Riina e Provenzano, si fosse presa la briga di manifestare vicinanza nei confronti delle vittime oneste delle bugie istituzionali (con annessi traditori) non ci avrebbe fatto una figura migliore? Forse il vero problema del successo è che dà talmente alla testa, che la disconnette.

Il pericoloso contagio della furbizia

Furbizia
Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Un tale va al mercato e sul banco di un fruttivendolo vede la scritta: “Quattro mele per tre soldi”. Si rivolge al venditore: “Quattro mele per tre soldi significa tre mele per due soldi, due per un soldo e una per niente. Ne prendo una, grazie”.
La celebre storiella ci dà una chiave di lettura del concetto di furbizia ai danni di qualcun altro. In Sicilia questa scaltrezza è, a qualunque livello sociale, un titolo di merito e non importa se non pagare una mela significa sottrarre qualcosa e sottrarsi a qualcos’altro. La furbizia è dalle nostre parti il motore di ogni ambizione smodata, di ogni sorpasso sleale, di ogni resistenza alle leggi della democrazia. (…)  Eppure basterebbe poco per farla risaltare in tutta la sua grottesca banalità. Basterebbe chiamare le cose col loro nome.
Il deputato regionale che fa finta di essere presente in aula per non pagare la multa che la norma impone non è furbo, ma truffatore. La signora della Palermo-bene che se ne frega della raccolta differenziata dei rifiuti e butta l’immondizia per strada non è furba, ma incivile. I dipendenti dell’Ars che con stipendi da nababbi ispirano una crociata sindacale a difesa di un privilegio sopportabile quanto un calcio negli stinchi non sono furbi, ma sfrontati.
In tempi di furbizia endemica, il problema del governo ladro non è più la pioggia ma la concorrenza: si è tentati di rubare tutti perché, come si dice, con la volpe conviene volpeggiare. Difficile capire se sia nato prima l’uovo, la gallina o il ladro di polli. Di certo c’è che gli esempi di furbizia istituzionale in Sicilia sono sempre stati fulgidi. Cuius regio, eius religio. I sudditi seguono sempre la religione del proprio governante. E la nostra “religione” politica è famosa per gli altissimi livelli di bassezza.

Gabriella e Marco

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Marco l’ho conosciuto a causa di questo blog, Gabriella l’ho conosciuta a causa di Marco. Marco scia bene, Gabriella impara bene. Marco parla e ascolta, Gabriella ascolta e parla. Marco conosce la Fede, Gabriella si fida di Marco. Marco (come me) è impaziente, Gabriella è paziente. Marco progetta, Gabriella sorride. Marco sorride, Gabriella è felice.
E insomma, ditemi se due così non potevano non diventare marito e moglie.
Auguri di cuore.