Francesca Pascale for president

Francesca PascaleSu Repubblica, Carmelo Lopapa ha raccontato come i nuovi equilibri di Forza Italia siano messi a dura prova da Francesca Pascale e dalla sua esuberanza domestica. È un affresco illuminante per capire il passaggio, o forse è meglio dire il trapasso, di FI da partito azienda a partito fazenda.
Un tempo le sorti di un sodalizio politico che incanta milioni di italiani si decidevano nello studio del grande capo, in seguito la situation room si spostò nella sua camera da letto, oggi i grandi giochi si fanno invece nel tinello. Non invidio il cronista che per raccontare al Paese il travaglio di una coalizione politica, è costretto a spremere le sue fonti non in parlamento bensì in cucina, giacché i nuovi attriti tra la Pascale e Berlusconi pare siano dovuti al licenziamento da parte di lei di una cuoca considerata più fedele di Marcello Dell’Utri. Ma sono tempi bui per l’ex Cavaliere e se i guai non arrivano da qualche pm comunista, magari un paio di stilettate se li prende dalla convivente. Della serie, dal pugno chiuso dei compagni al pugno e basta della compagna.
Tuttavia c’è poco da sorridere perché anche nella sua flautata agonia, Forza Italia si conferma un grande punto interrogativo della storia italiana. Facciamocene una ragione: se una ragazzotta come la Pascale riesce a passare dai ritocchi alla lista della spesa alla stesura dell’agenda politica nazionale, è segno che c’è un male incurabile nel nostro sistema. Dovevamo capirlo prima, la prevenzione è la migliore forma di cura. E invece ci scherzavamo su. Quando si parlava dei fagiolini a ottanta euro al chilo sghignazzavamo incoscienti, e non sapevamo (capivamo) di essere come la famosa lumaca di Pirandello che gettata sul fuoco sfrigola e pare ridere. Invece muore.

Mangia-banane, la difesa dell’indifendibile

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

C’è solo una cosa più esilarante della goffa caparbietà con la quale Carlo Tavecchio cerca di rimanere attaccato al bracciolo della poltrona di imperatore della Federcalcio, dopo la sua gaffe sui giocatori mangia-banane. Ed è l’appassionata difesa del presidente del Palermo, Maurizio Zamparini, che usa le parole “vergognoso” e “schifoso” nel giusto ambito, ma sbagliando obiettivo come un arciere strabico. La passione per una vita controcorrente, la ricerca spasmodica della “tesi pop-corn” che scoppietta e diverte, gli hanno fatto partorire un pensiero naif in cui si invoca lo scioglimento della Fifa, proprio in coincidenza con un raro scatto vitale della federazione che ha chiesto un intervento della Figc per verificare, in soldoni, se Tavecchio è capace di intendere di volere o soltanto di volere.
“E’ schifoso come le persone vengano lapidate per niente”, ha graffiato Zampaleone, proteggendo quasi fisicamente l’incauto propalatore di facezie a sfondo razzista.
(…)
Visto che siamo il Paese del Daspo, dei razzismi striscianti e visto che Zamparini possiede una squadra in Sicilia, regione che tra mille difetti ha però il pregio di un’endemica tolleranza, vale la pena ricordare la storiella dell’ingenuo contadino che mai aveva visto un pesce. “Perché, quando sono vecchi, i salmoni nuotano sempre controcorrente?”, gli chiese suo figlio. Risposta: “E che ne so. Saranno rimbambiti”.

Ecco perché Nibali è un perfetto non-siciliano

Vincenzo Nibali
Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

La buona sorte tende a livellare le differenze. Nelle vittorie ci si stringe, ci si accomuna in una felice finzione che ci fa tutti uguali. Vincenzo Nibali è uno di noi, uno come noi, verrebbe da dire festeggiando i suoi successi. Ma da siciliani è bene pensarci e ripensarci su, prima di lanciarsi in simili trionfalismi. Perché a pensarci e ripensarci su, Nibali, lo “squalo dello stretto”, è nei valori, nella forza e nella determinazione, un meraviglioso non-siciliano. Segue »

Date a Cesaro quel che…

Camorrista o no, il deputato del Pdl ed ex presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro è la rappresentazione più luminosa, esplicita e inequivoca dell’eccezionalità della politica italiana. I giudici ne hanno chiesto l’arresto per appalti sospetti ad aziende legate a quei galantuomini dei casalesi, ma non è questo a destare stupore e/o indignazione. L’atroce rovello che divora noi comuni mortali, non camorristi non raccomandati non scodinzolanti non corrotti non furbastri, è concentrato tutto in un dubbio: come ha fatto Totò a imitarlo con mezzo secolo di anticipo?

Se la pubblicità smaschera il cittadino

manifesto tram comune di palermo

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Come previsto (e fortemente voluto) dai suoi ideatori, la campagna pubblicitaria per il tram di Palermo ha scatenato moltissime reazioni, soprattutto grazie a quel tritacarne di genialità e paranoia che sono i social network. L’accusa principale mossa al Comune è quella di protervia, nonostante l’ostentata provocatorietà dei messaggi (“Non ci scusiamo per il ritardo”, “Non ti chiediamo di avere pazienza”, eccetera) rimandi più alla furbizia del pubblicitario che all’effettiva sensibilità dei palermitani.
In realtà questa campagna e le reazioni ad essa ci dicono nulla del servizio in questione e molto, troppo, dei suoi potenziali fruitori, che si mostrano drammaticamente esasperati. Tra maledizioni e insulti, i cittadini internettiani sguainano le tastiere e si lanciano a post battente contro l’affronto subito. Il succo è: Palermo affonda e per giunta si celebra l’acqua alla gola. È davvero così?
La risposta sta, per paradosso, in altre domande. Tipo: la rabbia endemica mette al riparo da colpe personali? Qual è il livello di coscienza civica dell’automobilista medio palermitano? L’esercizio continuo di benaltrismo dà diritto a punti premio?
Nel video che accompagna e sostanzia la campagna pubblicitaria, Leoluca Orlando è protagonista unico e ciò dà la stura ad altre polemiche. Anche qui, una domanda può servire a qualcosa: questo sindaco è presenzialista e non va bene, quello di prima era assenteista e non andava bene, dove sta l’errore?
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E gira e gira

corsa ustica

Falcone, Borsellino e i soloni dell’anti-antimafia

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Rita e Salvatore Borsellino chiedono che gli avvoltoi della politica restino lontani dalle commemorazioni per la strage di via D’Amelio. In fondo chiedono qualcosa che non dovrebbe essere pesato come qualcosa di speciale. Notizia sarebbe il contrario: venite a noi, onorevoli farabutti, strumentalizzate pure i brandelli di memoria dei nostri cari. E invece fanno rumore perché in un certo sentire comune si realizza finalmente il sogno di una divisione nell’antimafia più sacra, quella dei parenti delle vittime. Segue »

Di crauti, coppe e bettole felici

In altri tempi non mi sarei mai ritrovato a festeggiare per la vittoria calcistica della Germania. Ma nelle ultime settimane qualcosa è cambiato. Innanzitutto c’è stato un campionato mondiale che ha ribaltato molti luoghi comuni sulla fantasia e sulla classe di certi campioni. Poi, soprattutto, ho fatto un viaggio in Baviera. E lì ho scoperto perché la locomotiva tedesca non è solo un’invenzione dei giornali, perché la Merkel ci implorava di toglierci Berlusconi dai piedi, perché la qualità è frutto della furbizia e non solo della mera abnegazione, perché si può offrire eccellenza a prezzi competitivi e perché la dieta mediterranea non è affatto l’elisir di lunga vita se vivi in città sporche e inquinate. È vero, i tedeschi vivono meglio di come mangiano (mai come gli inglesi), ma sono un popolo dritto, fiero e lungimirante. Riescono a farti pagare il biglietto persino per far visita a un quartiere dormitorio – e tu paghi volentieri – e ti trattano da re anche nelle bettole.
La loro leva calcistica viene da decenni di errori e da secoli di crauti, la loro prospettiva e la loro strategia sono però sempre rinnovate e rinnovabili, perennemente in cerca di un nuovo punto focale.
Mentre noi cicaleggiamo, loro pedalano a testa bassa. Mentre noi ci incantiamo dietro al primo pifferaio stonato che promette chissà che, loro cambiano organici, rinnovano vertici, guardano tutto tranne il proprio ombelico.
Ecco perché se vincono il campionato mondiale di calcio non c’è da stupirsi, ma da gioire. Una volta tanto i più forti onorano la legge di natura, che impone loro di vincere e mandare affanculo tutti gli altri.

Isolamento

imageNon so se vi è mai capitato di rimanere bloccati su un’isola a causa del mare mosso. A me è successo molte volte. Lo confesso: è una cosa che mi piace moltissimo. La sensazione di isolamento forzato mista all’inopinato senso di sicurezza che scaturisce dalla solidità dello scoglio sul quale si resta abbarbicati (metafora utile a spiegare che se di isola si tratta, piccola deve essere altrimenti le emozioni si diluiscono troppo) cancellano d’un colpo disagi e paure per il mare che si gonfia a pochi metri dal tuo muso. È come se la scala delle priorità sulla quale ci si arrampica, o si resiste, nel corso della vita si dissolvesse. Cosa conta davvero? Mangiare o nutrirsi? È più importante arrivare in tempo a un appuntamento o perdersi nella contemplazione delle onde? Aspettare non è un ottimo modo per pensare?
L’isolamento forzato è spesso l’unica chance per scoprirsi davvero liberi. L’importante è arrendersi con disperata felicità alle forze della natura.

Il finto fasto del Festino

image Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Facciamo un gioco. Trovate qualcuno che vi legga questo articolo mentre voi chiudete gli occhi e immaginate. Immaginate una città che si prepara all’appuntamento con la Grande Festa per la sua santa patrona, in un tripudio di tensione emotiva e devozione. La tensione è talmente palpabile da venir sperimentata, sotto forma di calci, sulla schiena dell’organizzatrice del mega evento, a conferma del fatto che, alla nostra latitudine, certi riti pagani accomunano sfilate e minacce, cazzotti e mortaretti. La devozione, poi. Per immergersi in toto nell’estasi del culto occorre un’ulteriore spinta dell’immaginazione, quella che rende complementari la devozione con la tradizione, la preghiera con la richiesta esplicita. Cosa pensavano di fare quei devoti lavoratori (socialmente più pericolosi che utili) arrestati perché minacciavano di bloccare la Grande Festa, se non perpetrare la tradizione di una grazia che qui si ritiene dovuta? Suvvia, la minaccia in fondo non è altro che una forma di preghiera un po’ spinta.
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La spiaggia, l’amore e il vortice dei social

Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Ciao Ada, ieri ti ho rivista dopo più di trent’anni. Eri sdraiata in spiaggia a Mondello e parlavi al telefono con una tua amica: ti lamentavi della tata inglese che dovrebbe insegnare le lingue ai tuoi due figli e invece se ne sta tutto il pomeriggio davanti alla tv. Come lo so? Me lo hai detto tu, anzi ce lo hai detto tu a tutti quanti, nel raggio di duecento metri, dato che il volume della tua voce non era certo da bisbiglio. Volevo avvicinarmi per salutarti ma, visto che eri impegnata, ho preferito rimanere in disparte. Segue »

Niente azzurri, per fortuna

bandiera italiana

La rapida eliminazione dell’Italia ai mondiali di calcio del Brasile è stata una fortuna. Passata la rabbia dei primi momenti, una sensazione di serenità mi ha confortato. Con quelle squadre, con quel clima (non solo atmosferico) meglio fuori che dentro. Non potevamo andare da nessuna parte, ammettiamolo. Avevamo una squadretta demotivata, scadente nella tattica, patetica nella preparazione atletica. Il bel calcio è un’altra cosa. Anzi: il calcio (bello o meno bello) è un’altra cosa.
In questi giorni mi sto divertendo con partite vere, in cui i giocatori corrono per novanta minuti e passa, dribblano, rimontano, combattono. In cui lo spettacolo è garantito dalla passione degli atleti. Tutto il contrario di quel che la nostra nazionaluccia ci aveva rifilato: bronci, volti sfatti sin dal primo minuto, gioco inconsistente, noia a go-go.
Che siano sudamericani o europei o africani, i nuovi campioni del mondo non saranno italiani, per questa volta. Ed è vera giustizia, giacché in questo momento non abbiamo la stoffa per competere.
Vedere le lacrime del Costarica o il colpo di reni dell’Olanda significa assistere alla celebrazione del grande sport. Vedere la grinta del Cile o la magia della Colombia significa godere dell’arte del calcio.
Me ne rendo conto solo adesso: gli italiani erano un corpo estraneo in questi Mondiali di lotta e sorprese. Ostentavamo Balotelli quando avremmo fatto meglio a nasconderlo, inanellavamo moduli tattici inefficaci quando avremmo fatto meglio a star zitti e pedalare.
Ora invece è tutta un’altra musica. Comunque vada, sarà una gioia.

Vergogna reloaded

strage di Ustica

Ogni anno per l’anniversario della strage di Ustica (chiamata convenzionalmente così, ma in realtà Ustica come isola non c’entra niente) c’è la solita solfa di moniti, impegni vacui e blabla vari. Per non farla lunga, ma per rimarcare l’intransigenza di questo blog e del suo tenutario su una vicenda così drammatica, linko le parole di due anni fa. Cambiate qualche aggettivo, sbianchettate un paio di nomi, ma la sostanza rimane quella.
Vergogna.

Il Comune che brilla per indecisionismo

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Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Pensavo fosse amore invece era una esse. Esse di sperimentazione. La Favorita, di cui il sindaco Orlando si dice grande estimatore, riapre al traffico nei fine settimana poiché l’esperimento di pedonalizzazione è stato dichiarato concluso. Il provvedimento della giunta, tipico caso di decisione presa a tentoni, ha subito vari rimaneggiamenti che probabilmente coincidono con le fasi umorali dei suoi estensori: prima indicava una fascia oraria, poi un’altra, prima prevedeva un corredo di manifestazioni, poi no. Il verde di tutti e la terra di nessuno. Una corsia aperta, l’altra chiusa.
Esse di socchiusa. Segue »

Morsi dalla rabbia

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Via @nonleggerlo.