La verità prima di tutto

facceCi ho pensato su. Ero tentato di lasciar perdere, ma poi mi sono detto: perché buttare alle ortiche la mia (seppur modesta) esperienza di trent’anni e passa di professione? Quindi ho deciso: da oggi cercherò di difendere le notizie vere con ogni mezzo a mia disposizione, web, carta, radio. Ricorrerò al classico fact checking, vi chiederò di collaborare inviandomi le vostre segnalazioni via mail, e opererò sul campo dei social per identificare con nomi e cognomi i portatori di notizie false. Diciamo che è una sorta di campagna anti-contraffazione applicata alle notizie. Perché se uno vende una borsa Gucci falsa può essere denunciato e chi spaccia bufale per verità se la deve passare liscia? Anche perché, alla luce di quello che sta accadendo nel mondo (Brexit, Trump, situazione politica italiana) i danni delle scempiaggini propalate nel web sono maggiori di quelli causati da una cinta dal marchio falsificato.
Quindi non guarderò in faccia nessuno, non mi interessano le fazioni politiche: la verità è un caleidoscopio di informazioni ed è troppo preziosa perché qualcuno ci metta in mezzo una patacca. #laveritaprimaditutto

Esposizione gandhiana (anche se ti dicono troia)

boldrini offese

C’è un gran dibattito, neanche tanto colto e/o entusiasmante, sul post di Laura Boldrini che, nella giornata contro la violenza sulle donne, ha pubblicato un sunto delle offese che riceve quotidianamente sulla sua pagina Facebook. Il punto della riflessione collettiva, e parlare di riflessione quando si tratta di social significa essere irrimediabilmente ottimisti, è che la Boldrini ha pubblicato nomi e cognomi in barba a un presunto diritto alla privacy dei lestofanti che la bersagliano di schifezze. Chiamatela gogna, chiamatela vendetta, chiamatela giustizia: io sono d’accordo per la pubblicazione integrale dei nomi. Per cinque motivi.

  1. Se la Boldrini avesse cancellato i nomi, i soliti troll la avrebbero accusata di non dire le cose esattamente come stanno. Sì, proprio così.
  2. Fermare le violenze sui social è molto difficile. Una delle strategie di minor insuccesso è quella del braccio di ferro, che consiste nel far prevalere la propria forza di ragione con muscolarità.
  3. I profili Facebook a noi visibili sono pubblici e per giunta si tratta di persone che stanno scrivendo su una pagina pubblica.
  4. Nell’era dell’inciviltà globale dobbiamo finirla di toccarcela con la pinzetta. Se tu mi offendi o mi calunni o cerchi di danneggiarmi con messaggi falsi o violenti, io ti appendo in bacheca. Così tutti vedranno il tuo bel faccione e magari qualcuno che ti conosce imparerà a evitarti quando ti incontra per strada o ti darà semplicemente dello scemo.
  5. Bisogna sfatare questo pseudo-mito della violenza sulla privacy non tanto per quanto scritto nel punto 3, ma perché trattandosi di legittima difesa la pubblicazione dei nomi non è essa stessa violenza, ma reazione nonviolenta. Esposizione gandhiana.

Contro l’armata dei cretini

microfono

Da ieri il mio angolo di deliri su Radio Time ha un nome: il giustiziere. Ovviamente non c’è nessuna intenzione di vendicarsi o di vendicare. Solo l’umanissima aspirazione a raccontare senza timore, a discutere senza urlare, ad aggirare gli ostacoli della superficialità senza mai dare la parola agli imbecilli (è un mio preciso intendimento). Il mio maestro Salvo Licata mi insegnò a scudisciate (professionali, ma se avesse potuto anche fisiche) a combattere un solo nemico, pericolosissimo: l’armata dei cretini. Non faccio altro da trent’anni. E prometto di mettercela tutta affinché la battaglia non si fermi.
Se avete storie da narrare, idee da diffondere, o suggerimenti per evitare qualche brutta figura, battete un colpo.
Ah dimenticavo. Il programma va in onda in diretta dal lunedì al venerdì dalle 12 alle 13 con il sostegno di Massimo Pisciotta e Tancredi Bua. C’è persino una diramazione televisiva su Gold 78. Si va in replica dalle 21 alle 22 e dalle 5 alle 6 di mattina.
Praticamente per evitarmi mi dovete abbattere.

 

Quest’uomo

agostino-vincenzo

Quest’uomo si chiama Vincenzo Agostino, molti lo conoscono per via di una storia che non sarà mai abbastanza conosciuta. A quest’uomo, il 5 agosto 1989, hanno ucciso sotto gli occhi il figlio Antonino e la nuora Ida Castelluccio: erano sposini e lei era incinta da cinque mesi. Antonino era un agente di polizia e, tra le altre cose, stava indagando sul fallito attentato a Giovanni Falcone, all’Addaura. Ma non è dei misteri che ruotano attorno alla morte del giovane poliziotto e di sua moglie che voglio parlare.
Io voglio dire di quest’uomo, di Vincenzo Agostino. Che ha sopportato la peggiore tortura alla quale un essere umano può essere sottoposto, il sopravvivere a un figlio. Che ha lottato dal basso contro silenzi e depistaggi altissimi. Che ha visto la sua barba allungarsi per una protesta che probabilmente non conoscerà mai fine: ma quando la verità è un miraggio cosa volete che sia tutto il resto?
E allora quest’uomo è uno dei pochi simboli che riconosco, poiché a me i simboli sanno in genere di espediente farlocco (specie negli ultimi tempi) per inventarsi una scorciatoia in ragionamenti complessi. Quest’uomo è il simbolo di un dolore eterno, di una sconfitta, soprattutto oggi, dopo che la Procura di Palermo si è arresa nella ricerca dei responsabili del duplice omicidio di suo figlio e sua nuora.
E però mentre siamo tutti confratelli di hashtag quando c’è da sposare una moda lacrimevole (una strage in giro si trova sempre), magari non sappiamo nulla della peggiore tortura che si è consumata dietro casa nostra. Del dramma prolungato di un padre, quello di vivere senza più un perché. Di un uomo. Quest’uomo.

Perché The Young Pope non mi è piaciuto

Jude law the young popeChi non ha ancora visto The Young Pope e ha intenzione di vederlo faccia attenzione, questo post contiene spoiler.
Chi lo ha già visto invece può concedersi una riflessione sul seguente tema: Paolo Sorrentino ha realizzato un capolavoro o no? Perché a leggere i commenti sul web e sui giornali, le due principali correnti di pensiero riguardo a questa serie tv sono: 1) noia mortale; 2) opera imperdibile.
Io provo a esplorare brevemente una terza via. The Young Pope è appassionante come appassionante può essere l’espressività di Jude Law: bravissimo, mister primo piano, ma algido e orgogliosamente divo.
Il primo episodio mi ha incuriosito, il secondo mi ha annoiato, dal terzo al sesto sono andato avanti sonnecchiando, il settimo mi è piaciuto molto, l’ottavo e il nono mi hanno riacceso la curiosità, e il decimo mi ha deluso mortalmente. Ecco, è proprio l’ultima puntata che, a mio parere, incrina tutto il progetto di Sorrentino. Un finale che sembra scritto frettolosamente con un discorso alle folle, finalmente a volto scoperto, che è l’equivalente di un temino delle medie, una presunta morte quasi del tutto ingiustificata e l’ascesa in cielo più didascalica da quando è stato inventato Google Earth. Insomma un’occasione perduta, tra sorrentinate (anche simpatiche), belle idee musicali, eccessi un po’ annunciati e dialoghi che riescono a essere talvolta intensi e talvolta incredibilmente banali. Voto: 6 meno.

La mia banda suona il rock. All’Ucciardone

Gery e la sua Fender StratocasterEntrai nel carcere dell’Ucciardone molti anni fa. Era il 1981. Avevo scritto una rock opera con la mia band. Faccio subito i nomi della formazione per una forma di giustizia musicale che va oltre la contabilità delle presenze (eravamo un gruppo a media variabilità di organico): io suonavo la chitarra e cantavo, al basso c’era Giovanni Caminita ma c’era stato anche Maurizio Orlando (che suonava anche la chitarra), alla batteria c’era Marcello Sacco ma c’era stato anche Fabio Aguglia, alle tastiere c’era Walter Catania ma c’era stato anche Giovanni.
Dunque avevo quest’opera rock – con una decina di anni di ritardo sui Who e sull’idea del concept album di The lamb lies down on Broadway dei Genesis – e insana voglia di suonare. Avevamo inciso un disco, un 45 giri di cui vi ho già parlato e sul quale per la serietà che i miei 53 anni mi impongono non vorrei ritornare. Nel bailamme della promozione di un prodotto che spacciavamo per musica d’importazione (cantavamo in inglese) ci capitò di essere chiamati da un’assistente sociale che faceva la volontaria al carcere palermitano: venite a suonare all’Ucciardone?
Accettammo alla cieca senza farci troppe domande, soprattutto senza farcene una: che minchia andiamo a promuovere in un carcere?
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Per quanto tempo è per sempre?

insiemeCome i lettori più affezionati (nonché pazienti) sanno, sono affascinato dallo scorrere del tempo. I maligni dicono ossessionato, ma va bene così. Diciamo che sono particolarmente attento al divenire e alle tappe del cambiamento. Da un lato mi piace che le cose cambino, dall’altro mi fa incazzare che cambino senza chiedere permesso.
A questo penso in questi giorni, in prossimità sempre più cruciale di vari eventi personali (compleanni, ricorrenze affettive, dieci anni di questo blog, eccetera). E ci penso cercando di darmi una regola, un minimo manuale interiore che mi tenga lontano dal trappolone della nostalgia del cinquantenne ex capellone, ex atleta, ex rockettaro, ex giovane insomma.
Probabilmente rimarrò prigioniero di una logica costruita ad hoc, come un abito sartoriale che inguaina e non nasconde, oppure chissà mi scoprirò piacevolmente ingenuo a coltivare nuove speranze, perché le speranze vanno curate come piante delicate, salvo dimenticarsi che con qualunque cosa le nutriate, vanno per i fatti loro (tipo la vite americana che mi regalò mia madre per il balcone e che sparava i suoi tralci in tutte le direzioni tranne che sul balcone stesso). Di certo starò attento a festeggiare il festeggiabile poiché non c’è mai un motivo per non brindare a una sopravvivenza. Che sia di una cosa o di una persona poco importa, sono per le torte di non compleanno e per quel genio di Lewis Carroll che fa chiedere ad Alice “per quanto tempo è per sempre?” e che fa rispondere il Bianconiglio “a volte, solo un secondo”.

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Referendum, sì o no? L’unica certezza è l’epic fail

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Della serie dilettanti allo sbaraglio. La lettera inviata da Matteo Renzi e dai Comitati per il Sì agli italiani all’estero per il prossimo referendum contiene un errore nel link del sito ufficiale www.bastaunsi.it. Infatti, dimenticandosi una “n”, l’indirizzo indicato è www.bastausi.it.
Errore colto al balzo dai sostenitori NO che hanno immediatamente registrato il dominio e lo stanno usando per reindirizzare il traffico al loro sito, quello che illustra le ragioni del NO.
Un epic fail insomma, no? (o sì?)

Grazie a Giuseppe Giglio.

Cari palermitani, lo sapete che la maratona è una festa?

maratona palermoIeri su la Repubblica sulla maratona di oggi a Palermo.

In ogni città del mondo, grande o piccola, assolata o gelida, antica o moderna, la maratona è una festa. Perché è l’occasione per godere della felicità altrui, che siano endorfine degli atleti o volti raggianti dei bambini in una città senz’auto e quindi a loro misura. Perché l’evento può rappresentare un’importante promozione turistica. E perché, una volta tanto, misurare a piedi una distanza generalmente conosciuta solo grazie a una sbirciata al cruscotto è un po’ come guardare l’amata sotto una luce piacevolmente diversa.
Domani ci sarà la ventiduesima Maratona di Palermo e – desiderio quasi clandestino -sarebbe bello se s’inaugurasse un nuovo corso. Facciamo finta che l’occasione sia il nuovo itinerario arabo-normanno e mettiamo per una volta da parte la bellezza unica dei luoghi che questa gara attraversa fisicamente (si passa all’interno di Palazzo dei Normanni e di Villa Niscemi). Una maratona nei luoghi dichiarati patrimonio dell’Unesco è una manifestazione che ha due sponsor in più, il bene comune e il bello universalmente riconosciuto. Laddove altre città sono costrette a rifarsi il trucco per simili appuntamenti, Palermo brilla di luce naturale.

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Lenzuola pulite e cioccolata calda

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Nella sua splendida autobiografia “No, non sono ancora morto”, Phil Collins racconta i tempi dei Genesis: una canna al massimo e poi a nanna. Altro che follie del rock.

P.S.
Non so perché, ma una parte della mia coscienza musicale in qualche modo se lo aspettava.

L’importanza dei giornali locali

In termini di effetti concreti, quello che conta veramente (a parte il compito, essenziale in una democrazia, di diffondere le informazioni) è spingere i lettori all’azione. Ed è più probabile che questo succeda se si lavora per un giornale locale piuttosto che nazionale.
Le iniziative dei giornali locali spesso riescono a salvare scuole che rischiano di essere chiuse, a migliorare i servizi sanitari, a proteggere siti d’interesse storico, e così via. Un giornale o una radio locale possono spronare il loro pubblico all’azione perché coprono un’area sufficientemente piccola da permettere alle persone che vogliono impegnarsi di incontrarsi e fare qualcosa.
Nessun quotidiano nazionale può fare una cosa del genere.
Se ci si sposta da un giornale locale a uno nazionale, forse si guadagna di più e ci si occupa di temi di interesse più generale, ma si perde la possibilità di cambiare le cose.

David Randall, senior editor dell’Indipendent on Sunday di Londra, spiega in parole semplici come i giornali locali possono davvero spingere per cambiare le cose. Il problema è quando i giornali locali si mettono in testa di giocare in grande, mirando alla luna anziché controllare l’acqua del secchio.

Diciotto euro di dignità

img_0418Sarà furbizia, sarà strategia, sarà casualità, ma trovarsi con 18 euro sul conto in banca quando hai goduto di lauti stipendi e sei inseguito dalla giustizia, a me sa di indicibile arroganza. È il caso dell’ex presidente delle Misure di prevenzione Silvana Saguto, che avrebbe svuotato il suo conto alla Bnl in vista del sequestro ordinato dai suoi colleghi di Caltanissetta.
Nessuno adora farsi sottrarre soldi, tantomeno una che coi soldi pare avere una certa confidenza, ma c’è modo e modo di presentarsi all’appuntamento con un provvedimento duro e che si ritiene ingiusto. La dignità con la quale si mette mano alla cassa prima che arrivino i finanzieri non ha rilevanza penale, ma di certo la classe ha un impatto con la considerazione che il mondo può avere di noi, senza tener conto della fedina penale. La Saguto che lascia in cassa 18 euro, cioè nemmeno una briciola della pagnottona che l’accusano di aver addentato, non ci risulta né più né meno colpevole di come la dipingono i suoi accusatori. Molto più arrogante, sì.

La vista da qui è bellissima

La Nasa ha realizzato questo filmato in ultra HD all’interno della stazione spaziale ISS. Godetevelo con calma a schermo intero. La possibilità di vedere queste cose, dal divano di casa nostra, è una delle gioie dell’alta tecnologia diffusa.

Un paio di cose sul Giornale di Sicilia

giornale_di_siciliaDue, tre cose sul Giornale di Sicilia e sullo sciopero che da giorni sta tenendo lontano il quotidiano di Palermo dalle edicole.

Il Giornale di Sicilia come lo conosciamo adesso è figlio, anzi nipote di una serie di errori riconducibili in gran parte, ma non nella sua totalità, alle scelte della direzione: sempre la stessa da quasi trentacinque anni. A seconda dei punti di vista la longevità professionale del condirettore Giovanni Pepi può essere vista come elemento di stabilità o come tarlo di inadeguatezza: se da un lato non si può escludere che un uomo solo al comando per così tanto tempo conosca bene la macchina, dall’altro i risultati ci dicono che la sua guida non è stata sicura. E più di una volta la macchina è finita fuori strada.
Le scelte aziendali al Giornale di Sicilia sono sempre state ottriate, mai lontanamente concordate. Effetto di una direzione forte e, innegabilmente, di una redazione che poche volte ha conosciuto l’unità. Una redazione di gran livello professionale, ma di scarsa, scarsissima lungimiranza.
Prendete il web. Quando intorno al Duemila i vertici di via Lincoln si accorsero che esisteva una cosa chiamata internet, io e Daniele Billitteri eravamo gli unici a bazzicare in quel mondo già da tempo: ovviamente ci prendevano per perdigiorno (per non dire altro). Convinsi la direzione a darci una connessione e ci volle poco per vincere la diffidenza collettiva alimentata da un dirigente dell’epoca che in una riunione disse, testualmente: “Propongo di non scrivere la parola internet sui giornali perché è una cosa che nel giro di pochi mesi finisce”.
Finì come finì e spinsi l’editore non solo ad aprire un sito web, disegnato artigianalmente da Daniele, ma mi inventai anche un inserto settimanale dedicato a quel mondo misterioso.

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Filmando e cantando sotto la pioggia