Il Pd e il vecchio che avanza

Un estratto dall’articolo di oggi su La Repubblica.

Se l’avessero fatto i vecchi lupastri del centrodestra si sarebbe scatenato un putiferio: sui cattivi costumi, sui privilegi della casta, sul pelo e sul vizio e via luogocomuneggiando. Invece il reindirizzamento automatico dei dirigenti del Pd negli organici regionali, svelato martedì scorso da Repubblica, non ha suscitato nemmeno un sussurro in quel coro di coscienze civili sempre pronto a cantarle al Palazzo e ai suoi inquilini.
Queste righe sono quindi una sorta di alert, una via di mezzo tra il trillo di una sveglia e il bip bip di un sistema antitaccheggio, un modo per dire ai diretti interessati che tirare fuori il manuale Cencelli è consentito, ma non è la mossa più lungimirante che si potesse immaginare.
(…)
È incredibile che un segretario giovane e motivato come Fausto Raciti non sia riuscito a cogliere il vuoto di credibilità che si celava davanti ai suoi passi.
Come si può pensare che il salvataggio di una pattuglia di uomini di partito grazie a una corsia preferenziale che porta dritto agli uffici di gabinetto del Crocetta-ter, non influisca sull’immagine pubblica di una componente politica che sta cercando, almeno ufficialmente, di rinnovare il Paese? Quanto pesano le competenze specifiche di ciascuno di questi ripescati se, nel nome di una poltrona da occupare, ognuno può fare tutto, anche ciò che non ha mai fatto?
E a destare più di un dubbio non è tanto questo clima da quartierino, dove la piccola folla ai tavoli è sempre la stessa e dove gli estranei sono semplici intrusi, quanto la presunzione di innocenza politica. L’obiezione ricorrente in questi casi è: che dovevamo fare, lasciare i compagni in mezzo a una strada?
Risposta, meno ricorrente: no, però bastava allargare lo sguardo a tutta la strada.
Perché è singolare questa storia degli staff assessoriali imbottiti di dirigenti di partito, ex dipendenti di partito, cassintegrati di partito. Mai che ci scappino un disoccupato senza tessera, un consulente senza casacca.
Nella Regione dell’eterno ripescaggio, dove nessuno è realmente fuori dai giochi finché la vita biologica non ha la meglio su quella politica, la vera salvezza è vivere con l’idea che si debba essere salvati per contratto.
La differenza di trattamento tra chi sta dentro il quartierino e chi è fuori, si traduce in una sperequazione della speranza: un cassintegrato dem è più maneggevole, ingombra meno, non sporca perché il suo travaglio non passa dalla piazza, ma transita direttamente da una scrivania all’altra.
E tutto ciò non è illegale. Ma intollerabilmente vecchio.

Benigni, alla faccia dei maligni

Roberto Benigni i Dieci ComandamentiA me non interessa quanto lo pagano, Roberto Benigni. A me interessa godere di prodotti di qualità, e la qualità costa. Pensate quante porcherie ci siamo dovuti sorbire, nel segno di una Rai che si spaccia per popolare (cioè aperta a tutti-proprio-tutti) e invece è solo scadente. Pensate ai mesi estivi ingrassati di repliche e programmi farlocchi, come se esistesse uno sconto stagionale sul canone. Pensate alla necessità ormai quasi impellente di ricorrere ad abbonamenti alternativi (e salati) pur di vedere qualcosa di vagamente interessante nelle pigre serate di inverno.
Ecco, pensate a tutto questo e maledite quel dio che di comandamenti ne ha fatti soltanto dieci. Venti ce ne volevano, venti!
Almeno avremmo avuto un’intera settimana televisiva come dio comanda.

La Sicilia telegenica e piaciona dei talent

Lorenzo fragolaUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

La Sicilia che spopola nei talent show ha davvero qualcosa di siciliano? Dopo la vittoria del catanese Lorenzo Fragola sul palco di “X Factor” la domanda è di stretta attualità e di ampio raggio poiché per arrivare a un barlume di risposta bisogna viaggiare nel tempo e fregarsene dei confini geografici.
Prima di Fragola, nei mesi scorsi abbiamo salutato fenomeni come suor Cristina Scuccia, di Comiso, vincitrice di “The Voice of Italy”, e Deborah Iurato, della vicina Ragusa, trionfatrice nella tredicesima dizione di “Amici”. Senza contare la saccense Clarissa Marchese, miss Italia in carica, che non canta né ha avuto la consacrazione del talent, ma che fa groove nel paradiso catodico di una Sicilia piaciona e telegenica. Segue »

La morte felice

Mango morto

Mango se n’è andato guardando il suo pubblico che lo guardava mentre moriva. La morte più felice, quella di un artista che lascia il palco della vita mentre è ancora – fisicamente – sul palco di un teatro, colpisce come un ossimoro biologico, come un azzardo del destino.
L’unica fortuna che ci viene incontro quando moriamo è probabilmente legata al nostro ultimo sguardo. C’è chi vede l’asfalto, chi la faccia stralunata di un medico, chi il ghigno di un killer, chi le lacrime di coloro che ci sopravvivono, c’è chi chiude gli occhi per non vedere e chi li sgrana per rubare l’ultimo filo di luce. Ma è sempre questione di fortuna.
Mango è uscito di scena tra gli applausi e non importa se erano disperati. Andarsene così, quando si percorre quella impervia strada obbligata che è la vita, è un modo per lasciare lo spartito sempre aperto, per far suonare all’infinito la canzone più bella.
Quand’ero giovane pensavo spesso alla morte, ma sempre quando non avevo nulla da fare: non accadeva mai, ad esempio, che ci pensassi mentre mi arrampicavo su una falesia o mentre correvo in moto. Probabilmente perché la felicità è l’antidoto migliore contro l’overdose di realtà. Oggi alla morte penso pochissimo, mi dà più fastidio l’idea di non saper/poter più fare certe cose, che realizzare l’implacabile avanzamento del countdown.
Si è davvero fortunati quando ci si trova al cospetto della morte senza che ci sia stato il tempo di fare le presentazioni. Ecco perché sono convinto che Mango se ne sia andato felice.

Migliori, otto anni dopo

imageL’altro giorno, parlando in un seminario dell’ordine dei giornalisti, raccontavo come il web non possa essere ignorato da chi fa questo mestiere. I nuovi linguaggi, le nuove tecnologie, i nuovi supporti sono determinanti per chi scrive, racconta, testimonia.
Immaginare un lavoro come il mio senza il web è come pedalare con ruote quadrate: si può fare, al limite, ma lo sforzo è inutile.
Mentre parlavo pensavo a questo blog, che in questi giorni compie otto anni. E pensavo a quanta vita è passata da quando scrissi il primo, incerto, post.
Se è vero che noi siamo quel che siamo stati, è anche vero che essere soddisfatti di ciò che si fa non vuol dire aver inanellato nel tempo una soddisfazione dopo l’altra. In queste pagine, che ogni tanto mi capita di sfogliare, c’è però il meglio del web, nel senso che c’è il lato migliore di quello che il web sa offrire in senso generico. C’è la voglia di condivisione, c’è quel pizzico di autoreferenzialità che aggiunge pepe alle discussioni, c’è la voglia di imparare, c’è l’incazzatura populista e c’è la risata grassa, c’è molto di noi e c’è poco di chi non ci interessa, c’è la certezza e c’è l’illusione, c’è la scelta sbagliata e c’è l’umana vendetta, c’è il perdono e c’è il cazzeggio. C’è soprattutto la curiosità.
Mi sono chiesto più volte come sarebbe stata la mia vita se in quella pigra domenica di otto anni fa non avessi smanettato su blogspot per dar vita a questo blog. E mi sono risposto puntualmente: peggiore. Non sto qui a spiegare il perché, anche se è intuibile dalle prime righe di questo post. Aggiungo solo che per cercare di essere migliori bisogna frequentare persone migliori e in tal senso non immaginate quanto, queste pagine mi abbiano aiutato.
Quindi, ancora una volta, grazie, grazie, grazie.

Parola D’Angelo

La canzone napoletana di allora parlava di malavita e di pistole. Anticipava “Gomorra” di quarant’anni.

Nino D’Angelo su Il Fatto quotidiano spiega con semplici parole sue, l’evoluzione di molte complesse parole nostre.

Dare dell’idiota a chi lo è

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Grazie a Mirko Boschetti via TW.

Vivere e sopravvivere ad Agrigento

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Della serie paradossi snervanti. Com’ è possibile che una città che ha scenari come questo possa essere l’ultima per qualità della vita in Italia?

Nel nome del padre, del figlio e dello spirito stanco

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Un estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Conta più il luogo o l’evento? Pesa più il simbolo o la sostanza? Vale più la chiesa o il sacramento? Sulla Cattedrale negata dalla Curia al figlio del boss Giuseppe Graviano, l’esercizio della logica non garantisce risposte esaudienti perché si tratta di uno di quei casi limite in cui ogni risposta non è quella giusta.
E’ vero, ospitare il figlio di un mafioso nel luogo che accoglie le spoglie del martire Pino Puglisi avrebbe potuto essere letto come un atto fastidiosamente provocatorio, specialmente se si considera che il mafioso in questione è persino mandante dell’omicidio del prete.
E’ vero, non accoglierlo è stato un atto fastidiosamente provocatorio per chi vede nel Vangelo una guida alla moderna misericordia, alle più attuali declinazioni della tolleranza.
E via con un dedalo di controdeduzioni: la cattedrale, proprio nel segno di don Pino, dovrebbe essere il luogo eletto per un’antimafia corale e vigorosa quindi ben venga il figlio del mafioso che si inchina davanti a Dio. Oppure: non è stato negato il sacramento, ma solo la location quindi la sostanza è salva. (…)
Il vero problema è, in questo caso, nell’ambito più che nella dottrina, giacché la Chiesa siciliana deve faticosamente recuperare terreno nel rapporto con la società civile, coi fedeli meno abnegati e con le masse critiche che cercano ispirazioni in grandi figure e si ritrovano invece troppo spesso a rimirare figurine. Le decisioni, cioè le scelte, sono sempre figlie dell’esperienza, e l’esperienza può anche essere la somma degli errori, a patto che da qualche parte si trovi la giusta dose di autocritica. La solerzia con cui la curia ha agito nei confronti del giovanissimo Graviano è probabilmente figlia di alcune incertezze del recente passato: i venti e passa giorni trascorsi per sciogliere una confraternita guidata da un boss finito in carcere, la processione della Madonna del Carmine che fa una sosta davanti al negozio di un mafioso, il silenzio del cardinale Paolo Romeo per le nozze della nipote di Matteo Messina Denaro col figlio del boss Gaetano Sansone (…) alla Cappella Palatina. Il tutto nell’epoca di un Papa come Francesco che con la sua forza rinnovatrice e la sua voglia di concretezza ha reso la missione di un prete il lavoro più difficile del mondo.
Una Chiesa autorevole e coerente può finalmente toglierci dall’imbarazzo di trovarci stretti tra domande che hanno solo risposte che non dirimono e anzi complicano, influenzando il tasso variabile di indignazione a tal punto da renderlo l’unico metro per misurare l’efficacia di una decisione.
Servono preti dritti, non eroi orizzontali. Serve una coraggiosa prudenza e non una salomonica imprudenza. Serve una Chiesa-casa che abbia la forza di accogliere o di cacciare via il figlio di un boss argomentando senza pensare all’audience. Servono preti come Pino Puglisi. Però vivi.

Bene, anzi Benassai

Paride BenassaiHo visto uno spettacolo bello e popular, divertente e garbato. E’ un monologo di Paride Benassai (“Sale e pepe”, sino a 23 novembre all’Agricantus di Palermo) che prende la cucina come spunto per raccontare le cose della vita. E’ un’ora e passa di risate, spesso amare, che scorre veloce come quel lampo che si impadronisce del corpo dell’attore, di Benassai, quando salta, vibra, oscilla al ritmo di una lingua veloce e saettante. “Sale e pepe” non è uno spettacolo di cabaret, ma la prova di forza di un artista che sa di meritare più di quanto riscuota e che, al contempo, non si lascia condizionare dalla grandezza del palco o dal censo del pubblico.
Tra una fiaba sui problemi domiciliari dei “babbaluci” e la reinterpretazione dell’Ultima cena di Leonardo, tra vecchi osti più creduloni che ubriachi e miracoli domestici di un Cristo che fa l’idraulico, l’attore regala uno spaccato di Palermo, mai ingenuo, mai ripetitivo. E soprattutto ci racconta una città finalmente nuda nelle sue piccolezze, senza i soliti compiacimenti che ci impongono un modello tanto naif quanto noioso.
Quindi Benassai non è solo un cognome, ma un giudizio.

L’imbarazzante maratona (reloaded)

L’unica certezza della maratona di Palermo è la scia di polemiche che resta, ogni anno, per l’indegnità di molti dei suoi abitanti e le difficoltà dell’organizzazione. Stavo scrivendo un’invettiva, ma arrivato al decimo rigo mi sono accorto che era identica a quella dello scorso anno. E non è la storia che si ripete, ma l’inciviltà che in questa terra pare immortale.

E vaffanculo al cancro

mauro maniscalcoEsattamente due anni fa, pubblicai questa foto del mio amico Mauro, ritratto in una posa memorabile prima di sottoporsi a un trapianto di midollo.
Non mi dilungo adesso sulla sua battaglia contro il tumore, perché la sua esperienza merita una trattazione gioiosamente approfondita. Dico solo che oggi io e Mauro siamo andati a correre a Mondello: sei chilometri di riscaldamento e quattro ripetute a 3,30.
E vaffanculo al cancro.

Dare dell’idiota a chi lo è

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Saviano condannato per il reato di sopravvivenza

roberto-savianoNon mi piace il Saviano scrittore, dell’altro Saviano so poco e nulla. Credo però che adesso si debba evitare il seguente ragionamento semplicistico: siccome i boss che avrebbero minacciato lo scrittore sono stati assolti, lo scrittore stesso non aveva diritto di esistere come caso editoriale.
E ciò perché una cosa sono le minacce di delinquenti, più o meno provate, un’altra è il reale disagio sociale, culturale e fisico nel quale Saviano è stato costretto a vivere.
Per farla breve, provo a cedere io al ragionamento semplicistico: quando c’è di mezzo la sicurezza, la dietrologia è il miglior modo per sbagliare. Giudicare una persona a rischio come fanfarona solo perché non è stata ancora accoppata o solo perché non si è fatta acchiappare dal casalese di turno, è un torto alla ragione più elementare: sopravvivere non è ancora reato in questo Paese. Come non lo è scrivere libri sopravvalutati. O sparare a zero contro tutto e tutti dal comodo divano di casa.

Governo ladro, anche se non piove

Non piove governo ladroUn estratto dall’articolo di oggi su la Repubblica.

Doveva essere diluvio e invece fu profluvio. Niente acqua, ma risatine e qualche polemica. La tempesta annunciata su Palermo, con conseguenti allarme rosso, fifa nera e notte in bianco, alla fine non ha prodotto solo una vacanza forzata degli studenti, ma ha messo in evidenza il singolare dilemma culturale tra catastrofisti insoddisfatti e ottimisti delusi: categorie sideralmente lontane ma accomunate qui da un broncio sociale, pubblico e ostentato. I primi, armati di cellulari e telecamere, erano pronti a calare su Mondello per riprendere i consueti geyser di acqua di fogna in viale Venere o le onde melmose che insidiano l’hotel Palace, non dal lato mare ma da quella che dovrebbe essere terraferma. Invece sono rimasti a becco asciutto, incazzati come solo un catastrofista in crisi di astinenza da disastro può essere. Gli altri, gli ottimisti, sognavano una congerie di interventi spettacolari che finalmente avrebbe mostrato al mondo una Palermo che nelle emergenze non affonda, ma anzi reagisce e domina: tutto era nelle mani del Coc, che non è un colpo di tosse, ma il Centro operativo comunale, un trust di cervelli riunito attorno al comandante della polizia municipale (…). E anche agli ottimisti si è spento il sorriso: non una rivincita da celebrare, non una pagina Facebook da imbastire (tipo: “La primavera di Palermo se ne infischia dell’autunno”).
Alla fine il cielo ha beffato tutti tranne quei poveri disillusi che, parafrasando Galbraith, si erano trincerati per tempo dietro la certezza che ormai l’unica funzione delle previsioni meteorologiche è quella di far apparire rispettabile l’astrologia. Gli altri nell’umana necessità di trovare un colpevole – perché un falso allarme è comunque un delitto contro le aspettative – hanno convenuto amichevolmente di identificarlo nel governo, ladro comunque. Che piova o no.